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Due romanzi brevi: Atti impuri e Amado mio, entrambi
autobiografici, della prima giovinezza friulana; il secondo è già
racconto compiuto, risolto e oggettivato nella terza persona, chiuso
nella vicenda di un incontro estivo, un amore scandaloso e
apparentemente fallito, tra i balli pomeridiani, le spiagge selvatiche e
gli ambienti de Il sogno di una cosa. Il primo - che dello stesso
tema è variante pensosa e sofferta - si presenta come testo restaurato,
ricavato da tormentate stesure dattiloscritte il cui conflitto è
rappresentato dall'indecisione formale (quindi sostanziale) della prima
o della terza persona, che rivela probabilmente un assillo più
profondo, una scelta difficile di natura non soltanto personale ma
ideologica, se non proprio politica: trasformare in romanzo
un'autobiografia, e di conseguenza obiettivare il contenuto e le proprie
angosce, o conservare l'impianto diaristico, decisamente autobiografico,
lasciando a sé stesso il doloroso compito di raccontare la vicenda.
Questa seconda versione è risultata la vincente a un'attenta analisi
dei testi e ne scaturisce, quindi, oltre che un autonomo testo
letterario, un documento biografico preziosissimo, quasi una
confessione. Due brevi romanzi che per trent'anni, come fossero una
colpa, e contenessero i termini fondamentali di un dilemma sempre
irrisolto, sono rimasti chiusi nelle cartelline originarie, sempre sul
punto di essere pubblicati, ma inesorabilmente tenuti nascosti al tenero
e innocente animo della madre e all'avidità scandalistica di quella
parte dell'Italia che odiava Pasolini e che Pasolini onestamente
combatteva.
Nella nota che chiude il libro è riprodotta la prefazione che l'autore
scrisse per presentare entrambe le opere, accomunandole in un unico
volume nel caso di pubblicazione.
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