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"L'assassino
delle vedove"
Pavel Kohout
Edizione Fazi
Euro
9,00
recensione
di Giulio Artusi
la
versione completa è apparsa sul numero 28 di LN-Librinuovi, inverno
2003
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Buback
è un funzionario della Gestapo (Geheim Staat Polizei:
Polizia segreta di Stato), inviato a Praga nella
primavera del 1945. Nazionalsocialista coerente e a suo
modo onesto, Ha perso la moglie e le due figlie in un
bombardamento e pratica attivamente quel tipo di
rimozione selettiva che permise a molti tedeschi di
nascondere a loro stessi che cosa stava accadendo in
Europa Orientale. Proviene da una famiglia mista e,
all'insaputa dei suoi colleghi della polizia praghese,
parla correntemente la lingua ceca. Morava è un
funzionario della polizia del Protettorato Ceco del
Reich millenario. Un buon poliziotto, giovane e
inevitabilmente ingenuo. Non si occupa di politica: gli
basta essere un abile funzionario di polizia e
riscuotere l'approvazione e la simpatia del suo capo.
Rypl è un criminale seriale, sessuofobo, impotente e
animato da confusi propositi di purificazione del mondo.
Uccide vedove con un lugubre e morboso rituale che
rievoca il martirio di una santa.
La guerra volge al termine. Hitler si suicida e Doenitz
lo sostituisce per condurre in porto la resa della
Germania sconfitta e spezzata. Tra i tedeschi chi
conserva un minimo di lucidità sa l'unica speranza è
nella fuga verso l'esercito americano in marcia, anche
se c'è qualcuno che culla impossibili speranze di
carriera nella moribonda organizzazione del Reich a
seguito alla morte del Führer. |
Buback
è stato delegato dalla Gestapo a collaborare con Morava
nella caccia a Rypl che, nella Praga minacciata dalla
guerra uccide traendo da ogni sua impresa maggiore
considerazione e stima di sé. Nella situazione politica
e militare che precipita la caccia al criminale diviene
per il poliziotto ceco e quello tedesco un ragionevole
scopo di vita. Buback comunque non fuggirebbe. Si è
innamorato della favorita del suo capo e teme che il
loro amore affannoso e senza speranza non
sopravviverebbe a una separazione.
La ferocia rituale di Rypl diviene il simbolo della
patologia ideologica che ha lacerato il mondo in quegli
anni. Rypl uccide senza provare effettivo rancore per le
sue vittime. Lo fa perché è giusto farlo e trae
soddisfazione e orgoglio nel conservare ordine ed
equilibrio nelle sue autopsie su corpi vivi di donne.
In Buback la comprensione cresce e si radica, l'amore
per Grete, la solidarietà con il collega ceco, l'orrore
per Rypl, la guerra che volge alla fine risvegliano in
lui emozioni, sentimenti, orrore. L'Oberkriminalrat
Buback rimane al suo posto, confuso, colpevole ma
stranamente sollevato dalla piena coscienza della sua
colpa.
La caduta del Protettorato scatena il caos in città, i
poteri si moltiplicano ed entrano in conflitto. L'Armata
Rossa è alle porte, ci sono le prime feroci vendette,
la popolazione di lingua tedesca viene rastrellata e
protetta dalle autorità del governo provvisorio ma come
avviene in tutta Europa vi sono gruppi di sciacalli e
criminali che approfittano della situazione. L'epilogo
sacrificale chiude senza sciogliere i dilemmi nati dallo
sviluppo del testo, anzi rilanciandoli e complicandoli.
Pavel Kohout, drammaturgo, poeta e narratore è fuggito
dalla ex-Cecoslovacchia nel 1979. È stato un comunista
convinto e poi uno dei fondatori di Charta 77. Il suo L'assassino
delle vedove è probabilmente, tra le altre cose, un
tentativo di ridefinire a se stesso e al lettore il
ruolo delle ideologie di salvezza e redenzione che per
secoli hanno insanguinato l'Europa. Il nome di Jan Hus,
martire della Riforma boema, ritorna più volte nel
libro a tracciare un parallelo tra l'Europa del xv
secolo, insanguinata dalle guerre di religione, e quella
del xx secolo, devastata da una guerra nata dal fiorire
delle ideologie totalitarie di eugenetica e riscatto
dell'umanità.
Non a caso Rypl è un cattolico osservante che, verso il
termine del libro si anima all'idea di trasformare le
sue solitarie orge di sangue in autodafé.
Buback. tradito dal nazionalsocialismo del quale si
sforzava di non vedere i limiti e le aberrazioni, anche
quando misura fino in fondo il suo errore non riesce a
liberarsi del crisma del sacrificio e del peccato. E
persino Morava, uomo semplice, non resiste al fascino
dell'ideologia come modello di vita e di virtù.
Un libro scomodo, doloroso. Non certo nello stile, nel
racconto dei personaggi e nel succedersi degli eventi,
guidati con perfetta sicurezza, ma nel suo affrontare,
armato di uno humour a tratti addirittura macabro,
grandi dilemmi etici senza concedere ai suoi personaggi
o al lettore facili vie di fuga. Al termine del libro la
liberazione di Praga, sacrificata a Yalta al regime
staliniano, sarà soltanto il primo passo di una nuova
oppressione consumata nel nome di un sogno ormai
sfiorito. Attoniti, i suoi personaggi prendono atto che
il tempo non passa e si preparano a ripetere i medesimi
sterili errori e a raccontare a se stessi nuove bugie,
in fondo poco diverse dalle vecchie. |
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