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Camping
Abdelkader Djemaï
Edizioni Nottetempo
Euro
11,00
recensione
di Giulio Artusi
la
versione completa di questa recensione apparirà sul numero 33 di
LN-Librinuovi, marzo 2005
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Ha
«quasi» undici anni, il protagonista di Camping, un'età al
confine tra infanzia adolescenza. Con i genitori arriva alla «Marmitta»,
campeggio algerino a «zero stelle»,
Eravamo lì da quindici giorni. Siamo arrivati un pomeriggio di
luglio con i miei genitori, le mie due sorelle, il nostro primo
sacco di patate e il nostro bidone d'olio da cinque litri. Eravamo
felici di lasciare per un intero mese la nostra città bollire nel
gran calderone dell'estate.
Era poco prima che la tensione salisse come latte sul fuoco e che le
seccature cominciassero a riversarsi sul paese.
[…]
avrei avuto presto undici anni e i primi peli. Erano anche le prime
vacanze della mia vita.
La Marmitta è come tanti altri camping sparsi per il mondo. È
rumoroso, pulito per quanto è possibile e troppo affollato. Ma per
il protagonista si tratta di un mondo nuovo, dove valgono nuovo
regole, gli adulti sono rilassati, la morale è più elastica e
l'amore può apparire da un momento all'altro, sovrapponendosi e
penetrando negli ultimi sogni dell'infanzia.
Speravo di difenderla da un cane rabbioso intenzionato a morderla
o da un gruppo di ragazzacci che l'avesse molestata. […] Forte e
vigile, calmo e determinato, a ogni occasione, mi preparavo a
proteggerla, a salvarla.
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L'ultima estate di quiete, prima della guerra civile, del FIS e del
militari. Prima che il fascismo algerino, che noi in Occidente
amiamo chiamare fondamentalismo, creasse fratture insanabili nella
società civile.
Non ci sono segni premonitori, né annunci di apocalisse. Il padre
del protagonista evita di parlare di politica, la madre guarda alla
televisione «OK, il prezzo è giusto» e la vita rotola sonnolenta,
spesso comica, talvolta triste, sempre lontana da ogni dimensione
ideologica. Sogni modesti – un marito per le figlie, una nuova
lavatrice, l'estate lontano dalla città – che accomunano la
piccola gente, insieme all'ammirazione mista a un po' di invidia per
l'Occidente visto quasi sempre soltanto in televisione.
Un «Islam sereno e quotidiano», recita il risvolto di copertina,
un mondo sorprendentemente simile al nostro, visto attraverso lo
sguardo, a volte incantato, a volte irriverente, di un ragazzino che
ricorda l'ultima estate di quiete. Un piccolo grande libro, scritto
dall'esilio come pare ormai divenuta regola per molti autori arabi,
che merita leggere e rileggere prima che venga, anche per noi,
l'autunno.
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