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“
Se Dio fa che io arrivi in pace laggiù, non so neppur io
quello che farò. Ma una cosa sola è chiara per me, come il
giorno: prima di tutto andrò presso alla tomba della Madre
Rachele e pregherò per le mie figlie, che certo non vedrò
mai più. E mi ricorderò anche di lui, di Efroim, il sciadhen,
e di voi e di tutto il popolo d’Israele.
E
ora qua la mano, Reb Scialom Alechem. State sano, buon
viaggio, e salutate da parte mia tutti, amichevolmente...”
Così
finisce la storia di Tewje il lattivendolo,
che dopo essere stato lasciato dalle sue figlie, una ad una
maritate e dimenticate, abbandona la sua terra e si incammina
verso la Terra santa. Lascia tutti, si gira e va via…da solo
si allontana verso quella meta che non risveglia in lui tutta
quella felicità e quella soddisfazione che ci aspetteremmo da
tale inatteso e regalato ritorno in “patria”. Il viaggio,
in realtà, è un lupo travestito da agnello, è un ordine
camuffato da dono, ed è per questo che rimane pur sempre
triste obbedire.
Tewje
lo fa, con rassegnata malinconia, cercando di pensare che sta
vivendo un sogno, il sogno di ogni ebreo, per lui ormai realtà.
Sembra
quasi di vederlo, piccolo ormai sotto il peso degli anni e dei
dolori, sistemare tutti i suoi averi, salutare tutti e
partire, con quell’andatura appesantita e lenta, e quel suo
modo di reagire sempre in silenzio: Tewje non prende mai
l’iniziativa, l’attende, non propone, ma aspetta,
pazientemente. Non risponde mai a tono, mai in modo sgarbato,
spesso risponde proprio con il suo mutismo, ed anche quando
prova ad abbozzare una risposta non viene compreso, rimanendo
muto agli occhi altrui. In questo suo atteggiamento ci sembra
quasi di scorgere un altro piccolo ometto, divenuto famoso al
mondo intero per i suoi baffetti particolari, per i suoi film
muti di audio ma ricchi di sentimenti…sembra quasi che le
due figure si sovrappongano. Le ultime righe del romanzo, le
ultime scene del film, questa storia che sembra quasi una
scenografia, e il film che sembra narrare la sua storia.
“Si era sforzato di trovare lo spirito autocritico possibile, in questo
giocando al limite del patetico (…) Con un discreto
successo, dovuto, di ciò era più che convinto, a
quell’esporre le proprie debolezze, attirando così su di sé
simpatia e ammirazione” così scrive S. Jesurum
in un suo libro, e ancora precisa: “ ecco
perché forse gli eroi di Chagall stanno sempre almeno a un
metro da terra: per poter guardare e guardarsi in pace,
cogliendo l’universalità che è in loro”.
Ecco
spiegato il particolare, il segreto che ci permette di unire
fino quasi a sovrapporre facendoli confondere e fondere questi
due personaggi, Tewje e Charlot, ecco svelata la chiave di
volta per poter comprendere il rapporto particolare ed unico
che intercorre, non solo tra queste due figure del mondo
dell’arte cinematografica e letteraria, ma anche tra i loro
autori. Uno stretto rapporto corre tra Tewje e Sholem Alechem
come tra Charlot e
Chaplin, un rapporto vitale che unisce autore e creazione, ma
è un cordone linfatico che va a nutrire ed incrociare lo
scrittore e l’attore, letteratura e regia.
Tewje
e Charlot ci catapultano in due mondi
dell’arte distinti, seppur per certi versi non molto
diversi.
Da
un lato abbiamo l’universo della letteratura, in cui ci
introduce Shalom Alechem, considerato uno dei padri
della letteratura yiddish;
e dall’altro il fantastico mondo del cinema, non quello
pieno di luci ed effetti speciali della Hollywood di oggi, ma
quello degli esordi, dei film muti o poco più, grazie al
quale Charlie Chaplin, è divenuto il re dello schermo.Ma
c’è uno specchio che ci permette di vedere le somiglianze
tra queste opere, ed è l’ironia, l’ironia malinconica che
accomuna Tewje e Chaplin, l’ironia con cui affrontano la
vita e le sue difficoltà, l’ironia che la vince su tutto e
tutti, l’ironia consapevole che gli eventi non vanno come
dovrebbero, ma consapevole anche che non si può pretendere di
più, o per lo meno non si può far molto per migliorare, se
non sdrammatizzare, lottare con le proprie armi, opporsi con
la propria ironia, ironia che sotto intende una critica, una
non accettazione e una non rassegnazione.
La
capacità di saper reagire con ironica tristezza a ciò che
accade nel mondo, nella storia, la capacità di far fronte a
ciò che invade il proprio mondo, la propria storia, è ciò
che accomuna Chaplin
e Shalom Alechem, e come risultato di questa loro
caratteristica otteniamo le loro creature. Ogni loro creatura.
Chaplin
riversa se stesso non solo in Charlot, che lo ha portato al
successo, ma anche in Hinkel, il protagonista de “Il Grande
Dittatore”. Ed è proprio in questo film, il primo suo vero
film sonoro, che ritroviamo ancora una volta la sottile triste
ironia del nostro autore.
Per
gran parte del pubblico quest’opera di Chaplin è stata
quasi un tradimento, un colpo inferto alla fiducia e
all’amore che ormai gli accordavano per il tramite di
Charlot. Ma quest’opera non è altro che una conferma dei
pensieri del regista, dei suoi ideali, del suo modo di
reagire. Questo, più che “il monello” o “il
vagabondo”, raccontano la sua triste ironia, ci mostrano la
sua reazione a ciò che accadeva nel mondo, quando ancora non
si sapeva bene cosa succedesse di preciso.
Chaplin
“aveva conquistato gli spettatori di tutti gli stati proprio
per il suo non incarnare alcuna identità nazionale”, per
questo motivo l’intero mondo lo amava, ed è facile capire
la delusione provata nel momento in cui ha cambiato registro.
La
verità è che cambiano le vesti ma l’uomo che ne è sotto
rimane lo stesso.
Chaplin
cambia nome, indossa una divisa, gioca col mondo come con un
giocattolo, ma al di sotto di questo strato di differenza
batte lo stesso cuore. Ancor di più questo ci viene
sottolineato dal
fatto che il regista dia lo stesso volto all’uomo qualunque
e al dittatore. E’ questo un motivo in più per vedere in un
solo sé lo stesso dramma umano, in figure diverse, un’unica
realtà.
Tewje
allo stesso modo gioca col mondo geografico, decidendo la meta
del suo viaggio, inseguendo il suo destino forzato che lo
porta a cambiarsi d’abito, ad apparire in modo diverso da ciò
che è…ma non per questo scompare la sua vera natura.
In
entrambi i nostri personaggi, al di sotto degli indumenti
nuovi, della corazza di apparenza che indossano, continua a
battere lo stesso cuore, il cuore di un umano, che cerca di
reagire ad una realtà che non riesce a capire, né ad
accettare, anzi, che vorrebbe non accettare.
Il
disaccordo li porta a far finta di essere felici, soddisfatti
di ciò che accade…con la triste ironia che accompagna
questa consapevolezza.
Il
loro è un tentativo di esorcizzare: Chaplin opera una parodia
del nazionalsocialismo, Tewje si convince che il desiderio del
genero coincide col suo, che prima o poi lui stesso glielo
avrebbe chiesto.
Cercano
entrambi di affrontare la realtà, e nel rendersi conto che il
reale non vale la pena di essere apprezzato, si sentono a
disagio e le loro azioni stonano con le loro intenzioni.
Tragica
leggerezza: l’uno stona con l’altro eppure insieme trovano
spazio in questi personaggi.
Il
parallelo scorre non solo tra Tewje ed Hinkel e tra Tewje e
Charlot, ma anche tra Charlot ed Hinkel, e tra Tewje e Chaplin,
tra Chaplin e Shalom Alechem…
Ciò
che si va ad incontrare in questo modo di reagire alla vita
sono gli autori stessi, come singole persone, e poi anche come
creatori . Nei loro risultati si trovano le stesse modalità,
le stesse conclusioni.
Nello
stesso “The Great Dictator” altro non c’è se non
Chaplin, con il suo Charlot quasi sdoppiato, in due uomini ben
distinti, il bene e il male. Ma l’atteggiamento è il
medesimo.
Charlot
soffre, con la sua lacrima sul volto e i suoi occhi tristi ce
lo fa capire, alza le spalle e va via. Proprio come fa Tewje:
piange, per tutto quello che lascia, per quello a cui va
incontro e non conosce, m alza le spalle, le scrolla e va
via…
La
grandezza in entrambi è il saper unire il comico al tragico,
dando un mix unico di risposta alla vita.
Ed
ancora oggi nel nostro mondo possiamo trovare un esempio di
questo modo di fare arte, di intrecciare storie, reagire
all’esistenza.
Esempio
di questa triste auto ironia è Ephraim Kishon che in uno dei
suoi libri “Mosè e il petrolio”
si mostra allo stesso momento impudente e divertente,
narrando la storia autobiografica all’interno del conflitto
arabo-israeliano (il libro è stato scritto nel 1975 mentre
infuriava la guerra del Sinai). Proprio grazie a questa opera,
in cui si presenta quasi come un vagabondo chapliniano che
prende di mira con ironia il suo paese, l’umorista
israeliano è stato paragonato a Shalom Alechem dal “New
York Times”. Quasi a rappresentare una sorta di sintesi
della nostra analisi.
BIBLIOGRAFIA
Stefano Jersum Raccontalo
ai tuoi figli , Baldini&Castoldi
Milano 1994
Michel Duino Charlot-il re dello schermo, S.A.I.E. Torino
Ephraim Kishon Mosè e il petrolio, Rusconi Milano 1978
Shalom Alechem La storia di Tewje il lattivendolo, Feltrinelli
Milano 2000
Hanna Harendt saggio su Il Futuro alle spalle, il Mulino 1981
Anna Fiaccarini a cura di, The great dictator :il grande dittatore
di Charlie Chaplin , Bologna 2002
Shalom Alechem La ssoria di Tewje il lattivendolo,
Feltrinelle editore 200
Stefano Jesuum, Raccontalo ai tuoi figli, Baldini e Castoldi Milano
1994. Un libro che parla di un ebreo che cerca se stesso,
una ricerca che è quasi un dovere per ogni uomo. Forse
per un ebreo è ancora
più forte. Un dovere da affrontare con serenità e
orgoglio.
Oltre a Sholem Alechem, detto anche il nonno della
letteratura yiddish, gli altri “capostipiti” sono
Abramovitsh e Perets
lo yiddish è stato considerato per molto tempo un
dialetto, parlato dagli ebrei orientali. E’ un misto di
ebraico, russo, tedesco, polacco…la nascita di una
letteratura in yiddish ha contribuito a dare una dignità
a quella che oggi non è più considerata una lingua di
serie b.
“Il re dello schermo” è proprio il titolo di uno dei
libri che parla di Charlot, scritto d Michel Duino, ed.
S.a.i.e., torino
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