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CHARLIE  CHAPLIN – SHALOM ALECHEM   

ovvero  CHARLOT- TEWJE

di Marina Niro

 

“ Se Dio fa che io arrivi in pace laggiù, non so neppur io quello che farò. Ma una cosa sola è chiara per me, come il giorno: prima di tutto andrò presso alla tomba della Madre Rachele e pregherò per le mie figlie, che certo non vedrò mai più. E mi ricorderò anche di lui, di Efroim, il sciadhen, e di voi e di tutto il popolo d’Israele.

E ora qua la mano, Reb Scialom Alechem. State sano, buon viaggio, e salutate da parte mia tutti, amichevolmente...”

Così finisce la storia di Tewje il lattivendolo[1], che dopo essere stato lasciato dalle sue figlie, una ad una maritate e dimenticate, abbandona la sua terra e si incammina verso la Terra santa. Lascia tutti, si gira e va via…da solo si allontana verso quella meta che non risveglia in lui tutta quella felicità e quella soddisfazione che ci aspetteremmo da tale inatteso e regalato ritorno in “patria”. Il viaggio, in realtà, è un lupo travestito da agnello, è un ordine camuffato da dono, ed è per questo che rimane pur sempre triste obbedire.

Tewje lo fa, con rassegnata malinconia, cercando di pensare che sta vivendo un sogno, il sogno di ogni ebreo, per lui ormai realtà.

Sembra quasi di vederlo, piccolo ormai sotto il peso degli anni e dei dolori, sistemare tutti i suoi averi, salutare tutti e partire, con quell’andatura appesantita e lenta, e quel suo modo di reagire sempre in silenzio: Tewje non prende mai l’iniziativa, l’attende, non propone, ma aspetta, pazientemente. Non risponde mai a tono, mai in modo sgarbato, spesso risponde proprio con il suo mutismo, ed anche quando prova ad abbozzare una risposta non viene compreso, rimanendo muto agli occhi altrui. In questo suo atteggiamento ci sembra quasi di scorgere un altro piccolo ometto, divenuto famoso al mondo intero per i suoi baffetti particolari, per i suoi film muti di audio ma ricchi di sentimenti…sembra quasi che le due figure si sovrappongano. Le ultime righe del romanzo, le ultime scene del film, questa storia che sembra quasi una scenografia, e il film che sembra narrare la sua storia.

Si era sforzato di trovare lo spirito autocritico possibile, in questo giocando al limite del patetico (…) Con un discreto successo, dovuto, di ciò era più che convinto, a quell’esporre le proprie debolezze, attirando così su di sé simpatia e ammirazione” così scrive S. Jesurum[2] in un suo libro, e ancora precisa: “ ecco perché forse gli eroi di Chagall stanno sempre almeno a un metro da terra: per poter guardare e guardarsi in pace, cogliendo l’universalità che è in loro”.

Ecco spiegato il particolare, il segreto che ci permette di unire fino quasi a sovrapporre facendoli confondere e fondere questi due personaggi, Tewje e Charlot, ecco svelata la chiave di volta per poter comprendere il rapporto particolare ed unico che intercorre, non solo tra queste due figure del mondo dell’arte cinematografica e letteraria, ma anche tra i loro autori. Uno stretto rapporto corre tra Tewje e Sholem Alechem come tra Charlot  e Chaplin, un rapporto vitale che unisce autore e creazione, ma è un cordone linfatico che va a nutrire ed incrociare lo scrittore e l’attore, letteratura e regia.

Tewje e Charlot ci catapultano in due mondi  dell’arte distinti, seppur per certi versi non molto diversi.

Da un lato abbiamo l’universo della letteratura, in cui ci introduce Shalom Alechem, considerato uno dei padri[3] della letteratura yiddish[4]; e dall’altro il fantastico mondo del cinema, non quello pieno di luci ed effetti speciali della Hollywood di oggi, ma quello degli esordi, dei film muti o poco più, grazie al quale Charlie Chaplin, è divenuto il re dello schermo[5].Ma c’è uno specchio che ci permette di vedere le somiglianze tra queste opere, ed è l’ironia, l’ironia malinconica che accomuna Tewje e Chaplin, l’ironia con cui affrontano la vita e le sue difficoltà, l’ironia che la vince su tutto e tutti, l’ironia consapevole che gli eventi non vanno come dovrebbero, ma consapevole anche che non si può pretendere di più, o per lo meno non si può far molto per migliorare, se non sdrammatizzare, lottare con le proprie armi, opporsi con la propria ironia, ironia che sotto intende una critica, una non accettazione e una non rassegnazione. 

La capacità di saper reagire con ironica tristezza a ciò che accade nel mondo, nella storia, la capacità di far fronte a ciò che invade il proprio mondo, la propria storia, è ciò che accomuna  Chaplin  e Shalom Alechem, e come risultato di questa loro caratteristica otteniamo le loro creature. Ogni loro creatura.

Chaplin riversa se stesso non solo in Charlot, che lo ha portato al successo, ma anche in Hinkel, il protagonista de “Il Grande Dittatore”. Ed è proprio in questo film, il primo suo vero film sonoro, che ritroviamo ancora una volta la sottile triste ironia del nostro autore.

Per gran parte del pubblico quest’opera di Chaplin è stata quasi un tradimento, un colpo inferto alla fiducia e all’amore che ormai gli accordavano per il tramite di Charlot. Ma quest’opera non è altro che una conferma dei pensieri del regista, dei suoi ideali, del suo modo di reagire. Questo, più che “il monello” o “il vagabondo”, raccontano la sua triste ironia, ci mostrano la sua reazione a ciò che accadeva nel mondo, quando ancora non si sapeva bene cosa succedesse di preciso.

Chaplin “aveva conquistato gli spettatori di tutti gli stati proprio per il suo non incarnare alcuna identità nazionale”, per questo motivo l’intero mondo lo amava, ed è facile capire la delusione provata nel momento in cui ha cambiato registro.

La verità è che cambiano le vesti ma l’uomo che ne è sotto rimane lo stesso.

Chaplin cambia nome, indossa una divisa, gioca col mondo come con un giocattolo, ma al di sotto di questo strato di differenza batte lo stesso cuore. Ancor di più questo ci viene sottolineato  dal fatto che il regista dia lo stesso volto all’uomo qualunque e al dittatore. E’ questo un motivo in più per vedere in un solo sé lo stesso dramma umano, in figure diverse, un’unica realtà.

Tewje allo stesso modo gioca col mondo geografico, decidendo la meta del suo viaggio, inseguendo il suo destino forzato che lo porta a cambiarsi d’abito, ad apparire in modo diverso da ciò che è…ma non per questo scompare la sua vera natura.

In entrambi i nostri personaggi, al di sotto degli indumenti nuovi, della corazza di apparenza che indossano, continua a battere lo stesso cuore, il cuore di un umano, che cerca di reagire ad una realtà che non riesce a capire, né ad accettare, anzi, che vorrebbe non accettare.

Il disaccordo li porta a far finta di essere felici, soddisfatti di ciò che accade…con la triste ironia che accompagna questa consapevolezza.

Il loro è un tentativo di esorcizzare: Chaplin opera una parodia del nazionalsocialismo, Tewje si convince che il desiderio del genero coincide col suo, che prima o poi lui stesso glielo avrebbe chiesto.

Cercano entrambi di affrontare la realtà, e nel rendersi conto che il reale non vale la pena di essere apprezzato, si sentono a disagio e le loro azioni stonano con le loro intenzioni.

Tragica leggerezza: l’uno stona con l’altro eppure insieme trovano spazio in questi personaggi.

Il parallelo scorre non solo tra Tewje ed Hinkel e tra Tewje e Charlot, ma anche tra Charlot ed Hinkel, e tra Tewje e Chaplin, tra Chaplin e Shalom Alechem…

Ciò che si va ad incontrare in questo modo di reagire alla vita sono gli autori stessi, come singole persone, e poi anche come creatori . Nei loro risultati si trovano le stesse modalità, le stesse conclusioni.

Nello stesso “The Great Dictator” altro non c’è se non Chaplin, con il suo Charlot quasi sdoppiato, in due uomini ben distinti, il bene e il male. Ma l’atteggiamento è il medesimo.

Charlot soffre, con la sua lacrima sul volto e i suoi occhi tristi ce lo fa capire, alza le spalle e va via. Proprio come fa Tewje: piange, per tutto quello che lascia, per quello a cui va incontro e non conosce, m alza le spalle, le scrolla e va via…

La grandezza in entrambi è il saper unire il comico al tragico, dando un mix unico di risposta alla vita.

Ed ancora oggi nel nostro mondo possiamo trovare un esempio di questo modo di fare arte, di intrecciare storie, reagire all’esistenza.

Esempio di questa triste auto ironia è Ephraim Kishon che in uno dei suoi libri “Mosè e il petrolio”  si mostra allo stesso momento impudente e divertente, narrando la storia autobiografica all’interno del conflitto arabo-israeliano (il libro è stato scritto nel 1975 mentre infuriava la guerra del Sinai). Proprio grazie a questa opera, in cui si presenta quasi come un vagabondo chapliniano che prende di mira con ironia il suo paese, l’umorista israeliano è stato paragonato a Shalom Alechem dal “New York Times”. Quasi a rappresentare una sorta di sintesi della nostra analisi.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

Stefano Jersum  Raccontalo ai tuoi figli , Baldini&Castoldi  Milano 1994

Michel Duino Charlot-il re dello schermo, S.A.I.E. Torino

Ephraim Kishon Mosè e il petrolio, Rusconi Milano 1978

Shalom Alechem La storia di Tewje il lattivendolo, Feltrinelli  Milano 2000

Hanna Harendt saggio su Il Futuro alle spalle, il Mulino 1981

Anna Fiaccarini a cura di, The great dictator :il grande dittatore di Charlie Chaplin , Bologna 2002



[1] Shalom Alechem La ssoria di Tewje il lattivendolo,  Feltrinelle editore 200

[2] Stefano Jesuum, Raccontalo ai tuoi figli, Baldini e Castoldi Milano 1994. Un libro che parla di un ebreo che cerca se stesso, una ricerca che è quasi un dovere per ogni uomo. Forse per un ebreo è  ancora più forte. Un dovere da affrontare con serenità e orgoglio.

[3] Oltre a Sholem Alechem, detto anche il nonno della letteratura yiddish, gli altri “capostipiti” sono Abramovitsh e Perets

[4] lo yiddish è stato considerato per molto tempo un dialetto, parlato dagli ebrei orientali. E’ un misto di ebraico, russo, tedesco, polacco…la nascita di una letteratura in yiddish ha contribuito a dare una dignità a quella che oggi non è più considerata una lingua di serie b.

[5] “Il re dello schermo” è proprio il titolo di uno dei libri che parla di Charlot, scritto d Michel Duino, ed. S.a.i.e., torino

 

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