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Chimere
senza tempo
Vittorio
Catani
Kipple Officina Libraria
Euro
15,00
recensione
di Massimo Citi
la
versione completa di questa recensione apparirà sul numero 36 di
LN-Librinuovi, dicembre 2005
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Non
è facile parlare di fantascienza italiana.
Trattasi di argomento desueto, forse in realtà
inesistente. Come la cibernetica assira o la botanica
lunare.
Che cos'è, chi è la fantascienza italiana?
Anche senza scendere per strada, chiedetelo a vostro
padre, a vostra figlia, a vostro cugino. Chiedete dei
nomi, delle storie, dei titoli.
…
Ma anche nell'ambito dei lettori di fantascienza non
avrete risultati molto più lusinghieri. Possibile che
emerga, alla fine, un nome «Robot», leggendaria
rivista degli anni Settanta e quelli di Curtoni &
Montanari – mitici curatori della rivista Galassia.
Possibile che emergano i nomi di Riccardo Valla, di
Gilda Musa e Inìsero Cremaschi, di Lino Aldani o,
magari, dell'autore di questa raccolta, Vittorio Catani.
Tutti destinati all'oblio senza speranza di riscatto?
Rinchiusi in ghetto fino a risultare invisibili?
Un momento, un passo indietro.
Parliamo di fantascienza, non di fantascienza italiana.
Dei maestri, degli autori celebrati in antologie
storiche anche per la tradizione italiana come la
celeberrima Le meraviglie del possibile, ed.
Einaudi 1959. A parte i nomi dei curatori (Sergio Solmi
e Carlo Fruttero) e un improbabile Charles F. Ostbaum
(pseudonimo di Carlo Fruttero) non compaiono autori
italiani.
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Troppo
presto, troppo giovane la fantascienza italiana per
aspirare a tanto onore. E poi… si è mai visto
atterrare un disco volante a Lucca?
Premesso che è abitudine tutta italiana concedere anche
alle produzioni letterarie di serie B un breve soggiorno
in paradiso purché non si tratti di patrie lettere,
non si può certo dire che manchi una tradizione di
fantastico italiano. Anzi. Senza tirare in ballo Emilio
Salgari, gli Scapigliati o Massimo Bontempelli, anche in
quegli anni esistevano autori come Dino Buzzati che, se
anche non raccontavano di astronavi e di mondi remoti,
se la cavavano piuttosto bene a raccontare di incubi
metropolitani e di orrori non troppo quotidiani.
Recentemente l'antologia Le aeronavi dei Savoia,
curata da Gianfranco De Turris e Claudio Gallo ha
abbozzato un interessantissima ricostruzione dei
percorsi del fantastico-fantascientifico italiano,
riferendo di un ricco panorama di riviste di avventura e
di invenzione fantastica tuttora vive e vitali negli
anni Trenta.
Che cosa è avvenuto dopo?
Perché la fantascienza italiana non ha percorso la
medesima via delle consorelle europee e, sia pure su
scala ridotta, di quella statunitense?
La
miopia degli editori italiani, si dirà. La loro
esterofilia mercenaria. La morte o l'agonia delle
riviste d'avventura, il peso di un neorealismo
letterario interpretato in maniera fin troppo letterale
(e anche questa di vivere i movimenti letterari come
assoluti è una caratteristica italiota), la scarsa
cultura scientifica del nostro paese. Certo, tutti
elementi di peso. Ma vogliamo dimenticare lo snobismo
delle nostre accademie? La separazione tra le culture
– ovvero in termini brutali la sostanziale
ignoranza di un campo fondamentale del sapere da parte
delle élite culturali nazionali – in Italia assurta a
regola di appartanenza a circoli e salotti?
Siamo il fanalino di coda in Europa per la spesa pro
capite per libri, giornali e riviste. In compenso
abbiamo il più alto numero di automobili e telefoni
portatili per abitante. Un paese dove è ritenuto
vezzoso non riuscire a capire una semplice formula
chimica o fisica mentre non è (ancora) considerato
divertente sostituire a un congiuntivo un condizionale o
un indicativo.
Da qui la classificazione della fantascienza come
pseudoletteratura o non-letteratura, con l'aggravante,
per gli autori italiani, di non essere neppure ritenuti
realmente «esperti» in campo scientifico neppure dagli
stessi appassionati.
Soltanto negli anni Settanta si assistette a un parziale
«disgelo» e alla comparsa di antologie e persino di
qualche romanzo di autore italiano. Un disgelo breve e
del tutto dimenticato quando fu l'intera fantascienza a
«entrare in crisi».
Tutta questa lunga (e probabilmente inutile) tirata
unicamente per arrivare a scrivere che Chimere senza
tempo di Vittorio Catani è un'antologia essenziale
per chiunque voglia – masochisticamente, è chiaro –
avere qualche nozione su che cos'è e che cos'è stata
la fantascienza italiana dagli anni Settanta a oggi.
Racconti, certo, perché la forma racconto è sempre
stata connaturata alla fantascienza (e più in generale
al fantastico), ma non racconti brevi o brevissimi,
piuttosto testi articolati e complessi nei quali
l'autore può dedicarsi alla creazione di un mondo e
delle sue regole o a deformare, fino a renderle
finalmente conoscibili, le regole che sottostanno
alla nostra vita individuale e sociale.
Già, sociale, perché la fantascienza è un genere massimalista
che riflette sui cambiamenti profondi che determinano le
modificazioni della società e si sforza di
rappresentarli in forma narrativa. In qualche caso «addirittura»
artistica.
L'autore di fantascienza, in modo anche più netto e
stringente, si sforza di essere osservatore piuttosto
che semplice testimone e di costruire storie fondate su
tensioni inapparenti e motivati presagi. Secondo la
felice definizione di un romanzo di fantascienza degli
anni Settanta, La civiltà dei Solari di Norman
Spinrad, è «uno specialista in nessuna specialità»,
un tuttologo ispirato.
I racconti di Chimere senza tempo sono un'ottima
«testimonianza» di questa capacità di sintesi e
confronto di emozione, riflessione, proiezione e sogno.
Una prova vivente che la fantascienza italiana non è
soltanto una curiosa perversione ma una parte
ingiustamente negata della nostra vita letteraria.
I racconti migliori? Difficile scegliere o condurre una
selezione. Si tratta di testi scelti per documentare
un'evoluzione artistica e ognuno di essi aspira a
costituire un unicum. Tra quelli che hanno più
colpito il recensore Breve vita felice di Vikkor
Thalimon, Oh, Leviathan, La vacanza e I
Penetranti, allucinazione erotico-fantascientifica
di rara efficacia. Ma si tratta, per l'appunto, di
predilezioni personali che non implicano alcun giudizio
di merito. Ciò che il lettore troverà sono narrazioni
originali e personalissime, nate da una visione inquieta
e problematica del futuro. Un'esplorazione nervosa, a
tratti sull'orlo della disperazione, delle tendenze
profonde del nostro mondo.
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e richieste su www.kipple.it
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