"Ma di una
cosa ti prego: Non mollare. Sii vigile attento, fedele alle
aspettative di quando eravamo ragazzi. Il primo nemico da battere è
la mediocrità."
Questo
è il monito che campeggia sul blog di Jack Folla, alter ego di Diego
Cugia. Jack è solo Diego, ma Diego non è solo Jack. Jack è un
pensiero libero, a volte scomodo, Diego Cugia è un giornalista
professionista, un autore di programmi radiotelevisivi, uno scrittore
di romanzi e di sceneggiature.
È
nato a Roma, il 24 Maggio 1953, ma la sua famiglia è sarda con
origini provenzali e spagnole. Non è un vezzo parlare delle sue
origini, perché da esse ha ereditato la determinazione e la
semplicità, la dialettica ed il romanticismo, il calore e la passione
per la vita. È un moderno don Chisciotte, ma con i piedi ben saldi
nella società e con la capacità d’analisi di cui era capace Pier
Paolo Pasolini.
Allergico
al sistema scolastico italiano, suo maestro, soprattutto di vita, è
stato Guglielmo Martucci, uomo che sapeva tutto, ed era stato,
professore di filosofia del padre. Di lui scrive "Guglielmo era
un genio di periferia, con i capelli da Einstein e il corpo deformato
del gobbo di Notre Dame, perché da bambino era caduto da un albero.
Abitava in capo al mondo, distanza che veniva coperta da cinque
autobus al giorno, andata e ritorno, e mi ha insegnato due cose: la
prima, che studiare può essere più strabiliante della donna baffuta
del circo; la seconda, che la periferia di una grande città nasconde
dei monumenti umani, mentre il centro solo dei monumenti".
Si
è diplomato privatamente a diciassette anni ed è andato subito a
vivere da solo. Per mantenersi ritirava sacchi di monetine dalle
macchinette Faema sparse per gli uffici della città e le riforniva di
zucchero, bicchierini e caffè; faceva l'aio di bambini di famiglie
signorili (oggi si direbbe baby-sitter); la notte, per tre anni, è
stato praticante non riconosciuto per quotidiani secondari nelle
tipografie a piombo.
Da
ragazzo ha letto i romanzi che ha più amato: "Martin Eden"
di London, "Le illusioni perdute" di Balzac, "Alla
ricerca del tempo perduto" di Proust, "Demian" di Hesse,
le "Conversazioni in Sicilia" di Vittorini, "Tonio
Kroger" di Mann, "Il Gattopardo" di Tomasi di
Lampedusa, "Lo straniero" di Camus e tutti i romanzi di
Dickens pubblicati in Italia. Letture successive sono state le
"Memorie di Adriano" della Yourcenar, Stendhal, i russi, la
narrativa americana (Conrad e Melville) e in particolare quella
sudamericana, a partire da "Cent'anni di solitudine" di
Garcia Marquez. Da ragazzo si è abbeverato a tutti i racconti di Poe,
di Buzzati, di Calvino, di Cechov. Alle poesie di Rilke, di Borges, di
Silvia Plath, di Eluard, di Neruda e di Evtušenko, e soprattutto di
Giovanni Pascoli. L'amore per Pascoli e per la letteratura la deve a
suo padre e alla sua voce che tremava leggendogli "La pecorella
smarrita" o "Tra San Mauro e Savignano" e alla sua
sfavillante biblioteca.
È
diventato giornalista professionista a ventun anni, il giorno dopo
l'editore de "Il Globo" lo ha licenziato perché, nonostante
avesse scritto più di trecento articoli, si era permesso di fare
l'esame sottraendosi alla sua condizione di "negro". Dal
1974 al 1976 ho inviato racconti e poesie a tutti i giornali d'Italia.
Nessuno gli ha mai risposto. Nel 1976 "La Fiera Letteraria"
pubblica due sue poesie. Nel 1977 ha cominciato a lavorare per Radio
Rai, per la quale è sempre rimasto un collaboratore esterno. Subito
molto apprezzato dagli addetti ai lavori, il grande pubblico scopre,
su Radio2 Rai, attraverso Jack Folla e la sua Alcatraz, il suo modo
trasparente di comunicare sogni e angosce della parte sana della
società italiana. Il 18 maggio 2002 organizza "La notte degli
Albatros" all’ex mattatoio di Testaccio a Roma. Un bagno di
folla. Di Jack Folla pensanti [Leggi
il discorso]. Il 30 maggio dello stesso anno Jack
Folla spegne i microfoni e la sua fascia orario viene affidata
nientemeno che a Fiorello.
Da
Diego Cugia possiamo imparare a "non mettere filtri fra ciò che
si pensa e ciò che si dice" ed a "mettere filtri tra ciò
che si è e ciò che si sogna di essere".
Il
successo di vendita dei suoi libri genera invidia tra coloro che si
definiscono scrittori puri. Resta che dalle pagine di Diego Cugia
trasudano molte domande che rifiutiamo di porre a noi stessi. La sua
scrittura è l’anima del mondo che bussa alle porte delle nostre
celle mentali. Diego Cugia non è solo uno scrittore
"civile", nel suo "L’incosciente" ha lanciato a
briglie sciolte la sua fantasia, lasciando di sasso chi lo conosceva
solo come stimolante di coscienze. Stupire è comunque una delle sue
caratteristiche. Con il suo ultimo "un amore all’inferno"
ci porta dietro le quinte del mestiere di giornalista, proponendoci la
testimonianza diretta di Francesca Spagnoli, moglie del dottor
Francesco Narducci, l’uomo che, secondo un’ipotesi degli
inquirenti, potrebbe essere stato <ai vertici della setta di
mandanti dei delitti del mostro di Firenze>.
Sempre
in "un amore all’inferno" ci confida che una storia nasce
dopo mille storie iniziate ed interrotte. Diego Cugia è questo, un
narratore sincero, che non ha remore ad esporre alla luce del sole la
sua umanità, ed una cosa è sicura, Diego Cugia, che
"delle storie ama l’antefatto e il mistero dopo la fine",
è un patrimonio di storie.