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"Edipo Re"
Regia: Pier Paolo
Pasolini
Attori: Silvana Mangano,
Franco Citti, Carmelo Bene
Durata: h 1.44
Nazionalità: Italia 1967
Genere: drammatico
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Una pietra miliare indica la
città di Tebe: ma la scena ha luogo in un paesino del Nord Italia degli
anni Venti, dove vediamo una levatrice portare alla luce un bambino. Una
donna (Silvana Mangano) gioca con delle amiche su di un prato, poi prende
con tenerezza il suo bambino in braccio e lo allatta. Sulle note del Quartetto
delle Dissonanze di Mozart, il volto sorridente della madre che allatta
è attraversato da un momento di panico, prima di tornare al sorriso. Sotto
un balcone da cui pende la bandiera italiana con lo stemma sabaudo, un
giovane ufficiale guarda con severità il bambino che gioca nella
carrozzella. L'uomo è il padre del bambino, e il suo pensiero è espresso
tramite una didascalia: egli teme che suo figlio sia nato per prendere il
suo posto sulla terra e ricacciarlo nel nulla, appropriandosi innanzitutto
dell'amore della sua donna. Viene la notte. Dopo essersi assicurati che il
bambino sta dormendo, i genitori si recano ad una festa da ballo in un
palazzo attiguo al loro. Ma poco dopo il bambino si sveglia turbato, esce
sul balcone, e vede, attraverso le tende delle finestre, le silouetthes dei
genitori che ballano abbracciati. Esplodono dei fuochi d'artificio, il
bambino è preso dal panico, piange. Di notte, il padre e la madre in una
stanza, e il figlio nell'altra, sono svegli, pensierosi, inquieti. Sulle
note di una musica etnica africana, il padre si reca nella stanza del
bambino e ne stringe le caviglie con forza. Il bambino si lamenta. La scena
si sposta nell'antica Grecia, sul monte Citerone. Un bambino è appeso per
le caviglie a un palo, portato a spalle da un servitore di Laio, re di Tebe.
Il compito dell'uomo è uccidere il bambino, per evitare che si avveri una
profezia dell'oracolo di Delfi, secondo la quale il figlio di Laio, una
volta cresciuto, avrebbe ucciso il proprio padre e sarebbe giaciuto con la
propria madre. Il servitore (Francesco Leonetti), però, non ha il coraggio
di ucciderlo, e finisce per abbandonarlo nel deserto. Ma un vecchio pastore,
che ha assistito alla scena, raccoglie con tenerezza l'innocente, e lo porta
in omaggio al suo sovrano Pòlibo, re della città di Corinto. Pòlibo,
trionfante, mostra il bambino alla sua consorte Mèrope, la quale decide di
adottarlo come figlio, con il nome di Edipo, che letteralmente significa
"colui che ha i piedi gonfi". [...] [Cresciuto, Edipo apprende] di
essere un "figlio della fortuna", un trovatello. [...] Decide di
recarsi a Delfi a interpellare l'oracolo sulla origine dei suoi sogni: così
[...] si incammina verso il tempio d'Apollo. L'oracolo, con una
raccapricciante voce femminile, lo scaccia via seccamente, rivelandogli il
suo destino incestuoso e parricida. In preda alla costernazione, Edipo si
allontana. Per evitare che la profezia si avveri, decide di non tornare mai
più a Corinto [...] prende una direzione qualsiasi. Ma la direzione è
sempre, fatalmente, quella di Tebe. Sulla strada assolata giunge il carro
del re Laio. Laio maltratta Edipo, solo e senza scorta, e lo insulta come se
fosse un mendicante: Edipo decide di vendicare l'affronto: con una corsa
forsennata, urlando fermamente la propria rabbia, uccide a uno a uno, nel
silenzio desertico, sotto gli occhi del sovrano, tutti gli uomini della sua
scorta. La stessa sorte infine tocca anche al re Laio. Edipo, stremato dalla
carneficina, riprende il suo casuale cammino, che lo conduce finalmente a
Tebe [...] dove la Sfinge, creatura oscura, è giunta all'improvviso sulla
montagna alle porte della città, seminando sciagura. [...] esiste una
"taglia" sull'uccisione della Sfinge: colui che ricaccerà la
Sfinge nell'abisso, diventerà marito della regina di Tebe, la vedova
Giocasta. Edipo, non ascoltando le parole della Sfinge che ancora una volta
lo mette di fronte al suo destino oscuro, riesce con una cieca violenza
nell'impresa di sconfiggere l'inattaccabile creatura dell'abisso. Così il
messaggero annuncia alla propria città festante che è giunto il nuovo re,
Edipo. Alla fine dei cortei di ringraziamento, Edipo e Giocasta giacciono
insieme nel talamo nuziale. L'oscuro destino del "bimbo dai piedi
gonfi" si è ormai compiuto. La peste infuria su Tebe. Il gran
sacerdote (Pasolini) parla con Edipo a nome del popolo, e gli chiede ragione
di quanto sta accadendo. Edipo gli risponde di essere in attesa del ritorno
del cognato Creonte, che si è recato a Delfi per avere un responso sugli
eventi luttuosi dall'oracolo. Creonte torna, e rivela che la causa della
peste è la vendetta degli dei, irati per la presenza a Tebe di un uomo
impuro, la cui colpa è l'uccisione del re Laio. Edipo decide di vendicare
l'uccisione di Laio come se egli fosse stato "suo padre". Ma
nonostante i provvedimenti del re siano sempre più severi, la situazione
non muta. I morti vengono ormai bruciati a decine nei roghi comuni. Edipo
decide di consultare Tiresia, il veggente cieco [...]; Tiresia rivela che
Edipo prima o poi saprà di essere fratello e padre dei suoi figli, figlio e
marito di sua madre, e che vagherà per il mondo senza più poterlo vedere
[...] Durante una conversazione con Giocasta, che gli sta spiegando i
particolari dell'assassinio di Laio, Edipo apprende che il fato avverso lo
ha ormai ghermito, che lui è il vero assassino, il responsabile della
catastrofe di Tebe. Giocasta non vuole perdere Edipo, cerca di
tranquillizzarlo, ma Edipo urla con dolore la verità ormai compresa. Edipo
raggiunge l'unico testimone dell'assassinio di Laio rimasto in vita, il
vecchio servitore, per averne conferma. Una volta raggiunto sulle montagne
quell'uomo, Edipo lo costringe a dire "quello che non si può
dire": che il re di Tebe che ha ora innanzi a sé è il figlioletto di
Giocasta e di Laio che egli aveva abbandonato sul monte Citerone molti anni
addietro. Edipo ritorna il palazzo, ormai cosciente dell'avverata profezia.
Lì trova Giocasta che si è uccisa, impiccandosi nella stanza da letto.
Allora, con un gesto fulmineo e fermo, simile a quelli con cui ha fatto
strage di Laio e della scorta, Edipo si acceca entrambi gli occhi con la
spilla delle vesti di Giocasta. Poi, accecato, esce dal palazzo, e
incomincia a brancolare nel suo buio definitivo, pietosamente accompagnato
dal messaggero. Edipo e il messaggero si trovano ora, vestiti in panni
moderni, sotto i portici di una Bologna di fine anni Sessanta. Edipo suona
il flauto sulle scalinate delle chiese, ma è inquieto, disperato, e cerca
di continuo di andarsene altrove. Camminando sempre più in periferia,
attraverso panorami sconsolati di fabbriche e rifiuti urbani, Edipo giunge
finalmente al prato in cui il bimbo nato negli anni Venti aveva aperto gli
occhi per la prima volta. Edipo è giunto dove la sua vita è cominciata, e
dove dunque, ora, può concludersi del tutto. [...]
La cecità di Edipo (un "innocente" perseguitato da un destino
avverso e crudele), simboleggia l’incapacità dell’uomo contemporaneo di
"vedere" – e di sforzarsi di comprendere – le situazioni in
cui si trova, situazioni per molti versi drammatiche e terribili. Il suo
vagare in un paesaggio desertico, in totale assenza di rapporti umani e di
qualsivoglia comunicazione, senza che pronunci alcuna parola e soprattutto
senza una meta che non sia quella che il "destino" stesso gli
indica ineluttabilmente, dà il senso preciso di questo estraniamento, di
questo tremenda, assoluta mancanza di possibilità e di volontà di
"vedere".
L’intento autobiografico – che c’è ed è volutamente svelato da
Pasolini perfino dal particolare dell’ambientazione a Bologna del prologo
e dell’epilogo del film – è evidente, ma non è il solo che il poeta si
propone. Egli, infatti, inizia con Edipo re a percorrere, con i suoi
lavori, la via di una denuncia sempre più aperta, provocatoria e priva di
intenti giustificatori, che avrà la sua massima espressione nella
rappresentazione delle atrocità di Salò. Pasolini è un
intellettuale che conosce la realtà, l’avvenuta "mutazione
antropologica" del suo tempo, e che sente, quale suo primario compito
morale, civile e politico, di dovere richiamare l’attenzione dei suoi
contemporanei affinché non diventino "ciechi", affinché non
accettino come ineluttabile il divenire dei fatti e della Storia.
[Scheda tratta da
"Pier Paolo Pasolini" di Serafino Murri, ed. Il Castoro].
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