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"La
fecondazione proibita"
Chiara Valentini
Feltrinelli
Euro
13,00
recensione
di Clericus Svagatus
versione
completa apparsa sul numero 33 di LN-Librinuovi, marzo 2005 |
Che
cos'è più importante nel definire l'atto della procreazione? La
semplice copula tra due esseri di sesso diverso o la volontà di
dare origine a una nuova vita e la cosciente assunzione di
responsabilità nei suoi confronti? Per la legge 40 approvata dal
Parlamento il 12 febbraio del 2004, ciò che conta è il primo
aspetto, evidentemente, poiché l'obiettivo primario della
cosiddetta «legge burqa» (definizione di «Le Monde») è proprio
quello di punire coloro che, incapaci per vari motivi di procreare
«naturalmente», affrontano rilevanti disagi fisici, psichici ed
economici per riuscire a realizzare un progetto di amore, generando
un figlio mediante tecniche di fecondazione assistita. Dopo aver
perso la battaglia contro la contraccezione (che consentiva di
separare sessualità e riproduzione) e contro la legalizzazione
dell'aborto (che ha favorito lo sviluppo di una maternità
responsabile), ora l'integralismo cattolico, da sempre ossessionato
dall'ansia di regolare ciò che avviene sotto le lenzuola, ha
trovato un modo per ottenere la rivincita. Oggi per lo stato ognuno
può fare figli con chi gli pare, basta che entrambi i partner siano
consenzienti e facciano uso diretto di ciò che si trovano tra le
gambe. Ma se si pretende di concepire una nuova vita mescolando uno
spermatozoo e un ovocita in una provetta, e trasferire dopo 24-48
ore l'embrione così ottenuto nell'utero (la cosiddetta tecnica
Fivet), allora si è costretti a subire una serie incredibile di
limitazioni. La nuova legge impone che la coppia debba essere
sterile e coniugata (in contrasto con l'art. 3 della Costituzione,
che vieta di discriminare le persone in base alle condizioni
personali). Ma non basta.
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È noto che quando la donna si sottopone
alla Fivet, deve affrontare una pesante terapia ormonale, al fine di
indurre la produzione del maggior numero possibile di ovociti
fecondabili, per aumentare la probabilità di successo: non tutti
gli embrioni ottenuti infatti si rivelano in grado di progredire
verso lo sviluppo di un feto. Pertanto prima della legge 40 si
provava a impiantare un solo embrione, congelando gli altri per
un'eventuale ripetizione del tentativo. Ora non si possono produrre
più di tre embrioni per volta, i quali non possono essere congelati
ma vanno impiantati tutti insieme nell'utero (con il rischio
potenziale di una gravidanza plurigemellare). Se l'impianto non
riesce, la donna dovrà risottoporsi alla terapia ormonale (non
priva di rischi per la salute) e rifare tutta la trafila. Non si
possono effettuare diagnosi pre-impianto, finalizzate a individuare
embrioni portatori di anomalie cromosomiche o difetti genetici
gravi. Anche se malformato, l'embrione deve essere impiantato, la
donna non può opporsi, salvo avere la possibilità di abortire
entro tre mesi dalla fecondazione. Come rileva nel suo libro Chiara
Valentini, inviata speciale de «L'Espresso», la legge 40 limita
pesantemente il diritto della donna alla salute, che l'art. 32 della
Costituzione sancisce come diritto fondamentale di ogni individuo, e
viola i limiti imposti dal rispetto della persona umana. In compenso
si attribuisce all'embrione, un mucchietto di cellule incapaci di
sentire e prive di autocoscienza, una soggettività giuridica, in
contrasto con l'art. 1 del Codice Civile, per cui i diritti si
acquisiscono al momento della nascita. Il tentativo di far seguire a
questo nuovo principio la ridiscussione della legge sull'aborto
appare evidente a chiunque. Altrimenti appare singolare che proprio
la Chiesa, che si è sempre distinta nel difendere il diritto-dovere
delle coppie (purché regolarmente sposate) ad avere figli, di
fronte alla prospettiva delle nascite «in provetta» suggerisca
alle medesime coppie di rinunciare. L'atto del coito, così
intollerabile per i Padri della Chiesa a partire da San Paolo (che
considerava il matrimonio il male minore se proprio non si riusciva
a spegnere altrimenti gli impulsi della carne: fosse stato per lui,
la specie umana si sarebbe estinta nel ii secolo d.C.), viene in
questo caso considerato conditio sine qua non per rendere
accettabile la procreazione. Il sesso, altrimenti reputato uno
squallido accessorio del più elevato sentimento dell'amore
coniugale, viene anteposto e contrapposto proprio a una voglia di
amore così forte da spingere la coppia a cercare di fare un figlio
con la procreazione medicalmente assistita, nonostante i molti
sacrifici che essa richiede. Ma qualcuno potrebbe dire che le
gerarchie ecclesiastiche fanno il loro mestiere, ossia definire dei
principî morali che, piacciano o no, vincolano dei fedeli che
aderiscono liberamente alla comunità dei cattolici. Ciò che non è
accettabile è che uno stato moderno, fondato da un Risorgimento
laico, si subordini a una religione, svelando una natura di stato
etico, cioè animato dalla volontà di condizionare le coscienze dei
suoi cittadini.
Un parlamento a predominanza maschile, di cui alcuni esponenti
(maschi) hanno avuto il coraggio di apostrofare con termini quali «galline»
e «troie» le colleghe che osavano protestare per l'iter della
legge, ha fatto strame, con rara insensibilità, delle speranze di
tante coppie in attesa di un figlio. Una legge ipocrita che, dopo
avere vietato, al contrario di quasi tutta l'Europa, la fecondazione
eterologa (mediante l'uso di spermatozoi o ovociti di donatori),
stabilisce norme giuridiche per i figli nati da tale tipo di
fecondazione, il che attesta il riconoscimento da parte del
legislatore che la legge 40 promuoverà (come già sta accadendo) la
migrazione di coppie verso centri esteri di fecondazione assistita.
Il libro di Chiara Valentini è al contempo una storia della
fecondazione in vitro, descritta con grande chiarezza e semplicità,
e una dolorosa riflessione, condotta con profonda empatia, sui
complessi problemi che il progresso scientifico ha posto nell'ambito
dei concetti di maternità e paternità responsabile, e
sull'incapacità di una classe dirigente di gestire questioni così
articolate in maniera pacata e razionale. Una politica miope,
ossessionata dall'esigenza di legiferare su una materia che
richiederebbe ben altra sensibilità e flessibilità. Un approccio
retrogrado, che segna un'ulteriore frattura tra paese legale e paese
reale. Comunque vada a finire nell'immediato futuro, che si facciano
o no i referendum abrogativi proposti, giova ricordare che, come
affermò qualcuno a suo tempo, la Storia, anche quella scientifica e
del costume, non fa mai passi indietro, se non per prendere la
rincorsa.
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