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Intervista a NICOLA GARDINI 

(di Dimitri Fulignati)

(Nicola Gardini è nato a Petacciato (Molise) nel 1965, ma è cresciuto ed ha quasi sempre  vissuto a Milano. Si è diplomato al liceo classico e laureato in filologia. Ha conseguito un master negli Stati Uniti, dove ha vissuto per parecchi anni e dove è solito tornare molto spesso collaborando con la Columbia university di New York. Attualmente è ricercatore di letteratura comparata presso l’università di Palermo. Eccellente poeta e traduttore, celebre la sua traduzione della Dickinson, è anche redattore del mensile “Poesia”.)

   

Nicola Gardini come descriverebbe Nicola Gardini?

Un descrittore, appunto, del lavoro altrui, attraverso la critica, e del proprio mondo, attraverso la propria scrittura in versi. Poiché, però, il giudizio continua a mutare sotto l’urgenza di nuove scoperte ed esperienze, e quello che si credeva un mondo comprensibile e importante si rivela ben presto, alla prova dei fatti, un modello superato, il lavoro del descrittore è quanto di meno descrivibile in modo assoluto. Il tempo è il vero protagonista di ogni vita, e le occasioni che crea. Oggi siamo così e siamo così perché possiamo essere così. Ma domani? Io continuo a non riconoscermi, anche se, ovviamente, ci sono fili che legano momenti anche lontanissimi della mia vita. Dico apposta “lontanissimi”. Questo mi è chiaro, non c’è continuità, anche se per la maggior parte della mia esistenza io ho cercato di crearne una.

Che definizione daresti del termine Poesia?

La poesia è una condizione del linguaggio. Non ha niente che fare con me o con te in particolare. È quello che il linguaggio nazionale può fare con se stesso. Se lo fa grazie a noi, noi non siamo che strumenti. La Poesia ha già scritto tutte le poesie. Aspetta solo che noi ci arriviamo. Rispetto alla prosa la particolarità della Poesia è evidente: non c’è trama, non c’è ragionamento. Ma solo scoperta.

Quale rapporto esiste, se per te esiste, tra essere un buon traduttore di poesie e un buon poeta?

Un rapporto di parentela, o di identità, se il traduttore è anche poeta. Un buon poeta non può che essere anche un buon traduttore. Naturalmente esistono le eccezioni.

Quali sono stati i tuoi maestri di vita dal punto di vista poetico, a patto che ve ne siano stati?

Certo che ce ne sono stati. I nomi da fare sarebbero molti. Per anni mi è stata di guida l’amicizia di Andrea Zanzotto. Ho letto molto Virgilio, Petrarca, ultimamente i grandi americani del Novecento, William Carlos Williams, John Ashbery. Nicola Crocetti, direttore ed editore di “Poesia”, mi ha insegnato moltissimo con l’eclettismo dei suoi gusti.  

Quali difficoltà hai trovato nel tradurre la Dickinson?

La compressione sillabica, che ho cercato di mantenere in italiano il più possibile. Credo di non aver mai usato versi più lunghi di undici sillabe in rispetto della sua densità. Ho tradotto quelle 100 poesie in un arco di tempo brevissimo, neanche un mese. Le correggevo e le ricorreggevo, anche nel sonno. Da allora la mattina, quando mi sveglio, mi ritrovo a scandire qualunque frase mi si componga nella mente, frasi come “Adesso devo fare la pipì”, che è un endecasillabo giambico, proprio come quelli che ho usato nelle mie traduzioni. È un’abitudine che chissà quanto mi resterà. Scansioni e ritmi a parte, dopo quella traduzione non sono più stato lo stesso.

Cosa pensi della divulgazione della poesia in internet?

È sicuramente un’espressione di vitalità e, comunque, un ottimo mezzo di informazione.  

Quali consigli daresti a un giovane poeta o a una giovane poetessa?

Di crearsi alcuni modelli e di individuare un suo mondo di parole e di oggetti. Ogni poeta deve arrivare a conoscere il proprio vocabolario, e ciò che vuole fare e ciò che non può fare. Occorre leggere molto (anche prosa), scrivere molto, vivere molto. E buttare via molto.

Milano, Palermo e New York. Ognuna di queste città riveste per te, a quanto so, un ruolo importante nella tua vita. In che modo e perché?

A Milano vivo da quando ero piccolissimo. Ci ho compiuto gli studi e stretto alcune tra le amicizie più importanti della mia vita. È una città che ho iniziato ad apprezzare soprattutto negli ultimi anni. Nonostante molto conformismo, è un luogo aperto, dinamico e vitale. A New York mi sono trasferito dopo la laurea per prendere un dottorato. Ci sono rimasto diversi anni e ancora ci torno per lunghi periodi, più o meno ogni anno. A New York ho trovato la mia dimensione, se così possiamo dire. Ho buttato tutto quello che non serviva alla mia felicità e fatto crescere quello che mancava. È una specie di letto di Procuste benevolo: quello che si perde non provoca la morte. A Palermo vado per lavoro. Insegno all’Università. Palermo è un luogo indubbiamente affascinante. Però problematico e criticabile sotto molti punti di vista. La società è ancora estremamente arretrata. Molte delle cose che si sono conquistate nel resto del paese lì mancano ancora, come il contatto tra le classi sociali, l’affrancamento dalla famiglia, la laicità del comportamento, la difesa delle libertà.

Sei un uomo in continuo movimento, in continuo divenire. Quanto è importante per il Gardini Poeta il viaggio, inteso come conoscenza di nuovi luoghi e scoperta di nuove culture e modi di vivere?

Viaggio spesso. Il viaggio mi induce a scrivere, perché mi libera. Ho fatto naturalmente anche viaggi che ho odiato e in cui mi sono sentito tutt’altro che libero. Ma anche quelli, alla fine, sono serviti. Viaggiando incontro forme di vita e di esistenza che spesso si basano, e prosperano, su valori del tutto diversi dai miei. Ciò, per me, ha dello stupefacente. Non c’è bisogno di andare tanto lontano. Anche un salto in Francia può rivelare un visione del mondo di cui non si sospettava neanche l’importanza. Io sono sempre colpito dal modo in cui gli altri organizzano la loro felicità. Viaggiando vedo la solitudine della mia esistenza, mi accorgo di tutto quello che sarei potuto essere e non sono.  

L’ultima domanda, che in realtà è una richiesta. Potrei chiederti di donare una poesia ai lettori di Rhymers' Club?

Certo che puoi. Scelgo questo finto sonetto, che è parte di un libro ancora inedito, intitolato Porno. La poesia è nata in un bosco polacco nell’ottobre del 2001.

Qual era l’anno, il ’90 o il 91?

Questa incertezza da sola è un anno,

Basta che mi accompagni sempre,

È autunno, vedi, l’incertezza

 

È uno spazio. È chiaro adesso

Che cosa sia, perché non si capisca

Il tempo. Così l’autunno di un altro

Tempo in questo, così gli altri

 

Chiarori dell’alba in un tempo

Che non è l’alba eppure in essa

Si contiene, molte pure solitudini,

 

Tanti chiarori in sé,

Di sé così segretamente

Da deludere, così il sole.

ascolta in diretta 

Rudi Mathematici

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