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Lettera
dalla Baia
Mia amata,
è passato solo un mese da quando mi hanno portato quaggiù nella
Baia. Come sai non mi è stato consentito di scriverti prima, qui è
proibito.
Lo posso fare oggi e poi ancora lo potrò fra un anno e fra due…forse,
se avrò vita.
Oggi è il tuo compleanno e solo in questa occasione il Regolamento
mi permette di scriverti.
Qui mi trattano bene ed il lavoro non è così faticoso come
credevo.
Piantiamo lunghi pali nel mare, uno dietro l'altro così che dalla
cima della collina la costa sembra un pettine gigantesco che cresce
giorno dopo giorno.
Non sappiamo esattamente a cosa serva il nostro lavoro, forse ce lo
diranno un giorno o forse non lo sapremo mai.
Comunque eseguo il mio compito con cura e con molta attenzione.
Alla sera sono stanco e faccio appena in tempo a disegnare il tuo
viso nella mia mente che il sonno mi vince e mi trascina via. Spesso
ti sogno e facciamo sempre l’amore.
Ma è il mattino che amo. Non posso tenere un orologio con me ma
riesco sempre a svegliarmi molto presto, quando è ancora buio e
tutti dormono. Allora aspiro un pezzo di cielo con tutte le mie
forze, aspiro le stelle che qui appaiono sempre chiare, vivide e
numerose, e comincio a pensare a te.
Pensarti mi tiene in vita.
I ricordi sono struggenti e più numerosi dei granelli di sabbia
della nostra Baia.
A volte mi chiedo se alcuni di essi non siano frutto della mia
fantasia, poiché sono troppo belli per essere accaduti a me.
Quelle ore del mattino in realtà durano attimi e il sole sorge
sempre troppo presto. L’ultima cosa che faccio prima di
raggiungere i miei compagni è ricordare i tratti del tuo viso, ma
è sempre molto faticoso e questo mi preoccupa.
Come sai non potrò mai più fare ritorno dalla Baia.
Temo che la figura del tuo viso sbiadisca nella mia mente.
Poi penso che se continuerò a sognarti non potrò dimenticare la
luna del tuo viso… così la sera mi addormento sereno e spesso ti
sogno.
Ti prego riguardati ed abbi cura di te stessa. Non trascurare le
passeggiate al fiume e la scrittura. Non saltare i pasti e… ti
prego….abbraccia tuo figlio per me.
Spero di poterti scrivere tra un anno.
La Guida ha urlato il mio nome. Il mio tempo è scaduto.
Buon compleanno amore mio.
Tuo
XXXXXXXX
Imo Torlon, in qualità di Guida della Baia certifico che questa
lettera contenente 403 parole e stata redatta dal sognatore n° 747
in data 11 giugno 2003 secondo il regolamento disciplinare. Essa
può essere inviata al destinatario.
I.T.
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Per un'amica
Saranno state le nuvole
bignè o il vento tiepido e setoso, a conservare il suo buon umore,
ma il fatto è che lui non era dispiaciuto o almeno non ne soffriva
troppo.
Però ci pensava, ci pensava spesso, il pensiero vi indugiava come
la lingua su un dente appena doloroso.
Del resto era frequente che un amico o un'amica non si facessero
più sentire dopo aver incontrato un grande amore. Questo succede
comunemente, ma lei?
Aveva sempre pensato che lei non fosse una persona comune. Ne
avevano parlato insieme a lungo, erano sicuramente d'accordo
"L'amicizia ha più di una spanna a suo vantaggio rispetto
all'amore" quello di coppia s'intende!!
Accidenti!! Non c'era dubbio su questo, la pensavano allo stesso
modo!
Che forse non lo sapeva che alla fine lui sarebbe rimasto solo? Che
l'umana è la creatura più sola di questo universo infinito?
Non solo ne era sicuro ma in fondo questo gli procurava un piacere
costante, discreto, quasi fiero, sapeva, lui, che quella era la
solitudine della libertà, del navigatore che pur avendo passato la
sua vita per mare, amandolo come donna di carne, ne è sempre stato,
in
realtà, cosa separata. Lo sapeva e l'amava …la solitudine.
La sua passione per Cyrano di Bergerac veniva presa dagli amici come
infantile romanticheria, del vero c'era sul suo essere bambino, ma
della vicenda di Roxane non gliene importava nulla, il vero amore di
Cyrano era anche il suo, la libertà, la luna, la libertà, la
solitudine, la libertà, luna irrangiungibile e alfine unica
compagna.
Le avrebbe comunque voluto bene ancora per molto (avrebbe detto
"per sempre" se non fosse per il suo pudore) bene come ne
vuole ai suoi amici, non dimenticherà il suo compleanno, e penserà
a lei anche quando la luce del sole non è obliqua che tutto assume
il colore e il profumo dei sogni….
Le darà acqua e ne avrà cura e la proteggerà che l'amicizia ne ha
bisogno per non morire e se l'uomo muore, non muoia l'amicizia.
Per Lei
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Hiroko chan
"Sumimasen
Hiroko san, hashi onegai shimasu" le avevo chiesto delle
bacchette, non solo perché le preferivo alle posate occidentali, ma
soprattutto per far sapere a Hiroko che avevo imparato un poco la
sua lingua.
Lei apparecchiava i tavoli, ma delle portate se ne occupava
un'anziana donna.
Il ristorante era pulito e luminoso, il sushi però non era
freschissimo e la musica sempre troppo alta. Ci andavo solo per
Hiroko.
La conobbi nel 91 a Takayama nella regione di Hida, dove ancora,
alzando gli occhi alle montagne arcaiche, si poteva immaginare il
Giappone degli dei.
Eravamo entrambi iscritti ad uno stage di una Organizzazione Shinto.
Il grande tempio di Mahikari ospitava circa 200 persone. Hiroko la
notai subito, di bellezza antica, i suoi movimenti sembravano il
risultato di uno studio attento, meticoloso ma allo
stesso tempo erano naturali, eleganti. A differenza delle altre
donne giapponesi sorrideva poco, si inchinava poco e aveva gli occhi
particolarmente grandi, neri abissi
di tristezza. Ci scambiammo pochi sguardi, entrambi eravamo lì per
sbaglio,
uccelli in un acquario.
Nel tempio riuscii a parlarle solo una volta, ma ogni mattina, il
suo unico sorriso della giornata era per me. Lo stage fu soprattutto
il contenitore dei nove lampi dei suoi
sorrisi. Mi disse che lavorava in un ristorante ad Hamamatsu, che
odiava quella città industriale e mi parlo del suo sogno: aprire un
Jazz Caffè.
Suonava la cornetta e questo, davvero, non riuscivo ad immaginarlo.
Mi diede l'indirizzo del ristorante. Lo misi nel passaporto. Al
termine del corso ripartii senza riuscire a vederla.
Il treno velocissimo mi portò a Nagoya e poi ad Osaka, con gli
occhi frugai tra i passeggeri, fuori tra le case ammassate come
formicai cercai un sorriso, o solo un movimento che mi ricordasse
Hiroko. Pernottai nell'aeroporto di Kansai.
Mi svegliai all'alba, da dietro la spessa vetrata insonorizzata
della mia camera vedevo i jumbo sollevarsi a fatica, ondeggianti e
incerti in balia delle raffiche prepotenti nella baia di Osaka.
I suoi occhi rimasero con me e per la prima volta mi dimenticai di
avere paura durante un volo. Non c'era motivo perché io pensassi
sovente a Hiroko, tra noi non c'era stato nulla più che le
insufficienti parole, lunghi sguardi e lenti sorrisi.
Ciò avveniva e basta.
Nel 95 tornai in Giappone, la compagnia per la
quale lavoravo aveva sede ad Hamamatsu, come la maggior parte delle
industrie importanti del Giappone.
Quasi senza speranze cercai quel ristorante e lo trovai, e la
trovai. Non sembrò particolarmente sorpresa di vedermi, mi disse
che mi aspettava, mi sorrise. I suoi occhi erano più grandi e più
tristi. Nulla più.
Yamamoto, la mia guida ed interprete, mi disse di lasciar perdere
quella ragazza, cosa mi potevo aspettare da una donna che suonava la
cornetta e poi era assai improbabile che una giapponese si potesse
innamorare di un gaijin. Aggiunse che se invece avessi solo voluto
fare "incastro" con lei, questo sarebbe stato più
semplice, avrei dovuto invitarla a bere e poi bere e bere……l'incastro
sarebbe avvenuto sotto la responsabilità del signore sake o della
birra secca, niente implicazioni sentimentali.
Yamamoto era un uomo molto abile e preparato, ma in quel momento mi
diede ai nervi. Si mi diede ai nervi, lui che era orgoglioso di
chiamarsi come il colonnello che ordinò di bombardare Pearl Harbour,
quel giorno lo odiai.
E' difficile spiegarlo, ma Hiroko mi chiedeva aiuto. Sentivo che ero
legato a lei da un robusto filo. Ma non capivo altro, era una
intuizione, una dolce ossessione.
Quella sera, al ristorante ero particolarmente felice, le mie parole
giapponesi sembravano averla sorpresa un po', ma subito dopo mi
sembrò inquieta, agitata.
Scomparve per un quarto d'ora, poi arrivò, si era rifatta il
trucco, rotonda e pallida come una luna la sua faccia mi si fece
così vicina che ne sentivo il respiro addosso, l'anziana donna che
portava il sushi lanciò una occhiata di disappunto e scivolò via.
Hiroko non se ne curò i suoi occhi mi
fissavano ed erano insostenibili per me, abbassai lo sguardo, mi
scappò una lacrima (ma perché?) poi lei mi diede una cosa, mi
sorrise e dopo essersi inchinata alla vecchia uscì. Corsi in
albergo perché il pezzo di carta di riso che Hiroko mi aveva dato
conteneva dei kanji arcaici, per me assolutamente incomprensibili.
Yamamoto non mostrò alcun segno di fastidio per essere stato
svegliato, fu pronto e cordiale come sempre. Anche lui non capiva
quei kanji, poteva essere lo stile dei nobili Kuge forse.
Dopo aver lavorato per circa un'ora al suo computer portatile mi
propose una traduzione che definì accettabile :"Il tempo che
passa non torna".
Perché a me? E perché era andata via?
Magari era un biglietto che dava a tutti i clienti occidentali, ma
non glielo avevo mai visto fare prima. Il giorno dopo andai a pranzo
un ora prima, volevo capire, parlarle.
Ma lei non c'era. Telefonai a Yamamoto che mi raggiunse e parlò con
la vecchia. Lei
disse
che Hiroko doveva essere proprio una ragazza ingrata a lasciare il
lavoro così senza un preavviso e che a Hokkaido dove si trovava
l'allevamento di suo zio si sarebbe trovata male e avrebbe sgobbato
dall'alba al tramonto per molto meno. La vecchia era pazza, certo
non capiva che Hiroko ed io dovevamo vederci ancora, parlare, io
dovevo aiutarla, lei la vecchia questo non lo poteva sapere. Durante
i sette giorni che mi restavano andai al ristorante a pranzo e a
cena, ma Hiroko non la vidi più.
Oggi il dieci maggio del 2000 sono seduto su uno scalino presso il
Pozzo d'Oriente all'Isola degli Armeni, i rari roseti dei frati mi
inebriano, è maggio come allora quando mi incantavano gli occhi di
Hiroko chan.
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Lettera
di Juan Delta a Marichia
Questa lettera fu trovata il 17
ottobre 1998 sul molo del porto di Nitra dentro un libro di poesie
di Dino Campana. All'interno a matita era scritto un nome: Juan
Delta.
"Nonostante io passi ore ed ore a contemplarla non potrei mai,
se sono savio, essere geloso del fatto che la dolce luna non dedica
a me solo i suoi raggi tenui e sottili, i suoi fini capelli biondi.
Che i tuoi verdi occhi mare, Marichia, non siano solo per me, no non
è
questo che mi fa soffrire. Nemmeno che il tuo sorriso sia per tutti
poiché più ne versi nei cuori altrui più si illumina, cresce e
vola rapido verso Est diventando subito nostalgia.
No, non è questo che mi fa soffrire.
E’ l’assenza.
E’ il buco nel cielo dove prima c’era la luna.
E’ un profumo di mandorle amare ormai svanito.
E’ il cercare nell’aria ferma la vibrazione delle tue parole di
orzo.
Non credevo di potermi ammalare Marichia, anche se il tuo nome ne
contiene il presagio.
Non credevo di potermi ammalare Marichia, ero forte e sano e saggio.
Ed ora sono un vecchio giornale.
E starò sempre peggio… certo fino a domani quando ti vedrò.
Tempo maledetto e oleoso.
Domani non sarò più bruco, non avrò più passato e il mio futuro
sarà domani.
Non mi importa che tu sia la mia qualchecosa, non chiedo il tuo
amore.
Voglio solo alzare gli occhi e guardarla la luna, guardarla e
sorriderle.
In silenzio ascoltare i tuoi occhi, le sue onde, bagnarmi di spuma e
dentro i suoi gorghi
Perdermi."
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seconda
lettera di Juan Delta a Marichia
"E' così lunga questa notte che mi
sembra immobile.
Cantano così forte le stelle che non c'è silenzio ma la solitudine
che anche lei mi è amica si è fatta mite.
La solitudine che mi è sorella si è sbiadita.
Dolce e preziosa amica mia, amore non mio. Negli scaffali polverosi
del mio cuore sei il libro più raro, che ha scritte in oro e il
dorso di pelle, della tua pelle profumata. Che ha le pagine più
lette, logorate dalle mie dita, divorate dai miei occhi ladri. Che
ha il posto più importante tra gli scaffali, che mai sarà
prestato, che nessun ladro potrà avvicinarsi, che mai il suo
guardiano distoglierà gli occhi febbricitanti, che a costo del
sangue lo proteggerà.
Dolce e preziosa amica mia, amore non mio che mai potrò averti.
Che ti ho amata e che mi sono immerso nei tuoi occhi, nei tuoi occhi
di mare che ancora non conosci.
E che ti amo e che sento i tuoi passi lenti, ma dolorosi e
inesorabili.
Amore mio che ti posso leggere nelle notti come questa e che posso
scaldarmi col tuo sorriso che fa orecchia alle pagine delicate che
sfoglio con le mani emozionate e tremanti.
Dolce e preziosa amica strappa ti prego un angolo della mia anima e
conservala tra i fogli delle tue poesie. Così non sarai mai sola,
non sarò mai solo, mai solo.
Juan."
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ultima
lettera di Juan Delta a Marichia
Alle mie spalle
Dietro la nebbia che s’alza
I neri scogli di Itaca
Che tanto amai
Urlano inutilmente
La prua fissa
Insieme ai miei occhi immobili
L’orizzonte che mente
Quando dice che laggiù Cielo e Mare
Si uniscono
Mai si unirono ne si sfiorarono
Pur conoscendo l’uno dell’altro
Ogni segreto
Quella sarà comunque la meta del
Viaggio e miei compagni
Il vento e
La nuvola veloce
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PER TE
Per le notti insonni passate a contemplare la
tua pelle distesa incantato dalla danza del tuo respiro.
Per averti attesa mille volte al fianco di un lampione stanco,
aggirando pozzanghere simili ad oceani, seduto in stanze d’albergo
foderate di solitudine, a tavolini da poeta troppo grandi.
Per le tue bugie piccole e fitte che non riesco a biasimare uguali a
creste di onda nel verde mare dei tuoi occhi.
Per la rosa gialla della rotonda che rubai per te bloccando il
traffico e che mi donò l’invincibilità.
Per la tua voce medicamentosa morbida di miele scuro mia unica,
vera, tenera amante.
Per le canzoni urlate a squarciagola, squarcia nubi che veloci e
gioiose mi guidavano a te.
Per la tua fragile vita, ali di farfalla troppo delicate per essere
sfiorate.
Per i sogni che non avrei mai sognato e per i sonni scacciati come
morte prematura.
Per la tua casa fredda e inospitale simile all’ansia del tuo cuore
nomade.
Per la notte che ora mi pare più notte.
Per tutto questo e per molto ancora.
Con gli occhi lontani , qui sulla punta del mondo, siedo in silenzio
a quietarmi l’anima. Invano.
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Verso
casa
Di notte
Spento il cielo
Spacco
Spicchi di luna
E spicco
Il volo
Sparviero
Fiero
In viaggio
Ritorno
..........
A casa
..........
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* * *
Scendete miei adorati!!
planate lievi
a quietare il mio cuore
esausto.
Forza! Avanti!
Galassia di soffici stelle bianche
correte a zittire
il frastuono del mondo,
e quando sarà
il silenzio,
in circolo, accolita di amici,
scambieremo parole di conforto,
amore e amicizia, di sogni
e avventure, e
saremo vivi.
Miei adorati
fiocchi di neve.
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Che
domani ti sposi
Intreccia nei capelli ranuncoli e fili di
luna
e lega campanelli alle caviglie
Che domani ti sposi
Mi raderò e
accorderò la chitarra
prima di partire
Questa notte costruisci un grande falò,
che i libri, le lettere, i ricordi
non portino turbamento
Che domani ti sposi
Berrò acqua calda
Per cantare meglio e
Batterò le corde per te
Che domani ti sposi
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Mentitor
senza vergogna!
Questi
sono i cadetti di Guascogna
di
Carbonello di Castel Geloso;
gradassi
e mentitor senza vergogna!
questi
sono i cadetti di Guascogna.
Vantan
corone quante se ne sogna,
e
ciascun è più ricco d'un cencioso;
questi
sono i cadetti di Guascogna
di
Carbonello di Castel Geloso.
Occhio
d'aquila e gamba di cicogna,
denti
di lupo, baffi di spinoso,
alla
canaglia grattan la rogna;
occhio
d'aquila, gamba di cicogna.
Hanno
un cappello di vecchia vigogna
di
cui copron le piume di feltro roso.
Occhio
d'aquila, gamba di cicogna,
denti
di lupo, baffi di spinoso!
...
Ercole,
Savignano, Cyrano
Signore
di Bergerac.
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girasole
Quando la sua vita
finì, nove anni fa, decisi che il suo nuovo nome sarebbe stato
Girasole.
Era
nato nella valle del Biferno dove le colline sono dolci e rivestite
di pelo di bracco e le nuvole basse.
Doveva
morire molto prima, nel campo di Dachau. Ma non successe perché ai
suoi carcerieri piaceva la musica e lui la musica ce la aveva nel
sangue e poteva suonare ad orecchio qualsiasi strumento e quando
suonava, suonava con gli occhi e i suoi occhi erano sempre allegri.
Non
morì in quel campo e così, grazie alla sua musica e ai suoi occhi
allegri, io potei nascere e ora sono qui.
Sono
qui in una sera d'agosto più fresca di quella in cui lui se ne è
andato e cerco nei miei occhi la sua allegria e la trovo e
sorrido... è gratitudine....e sorrido ancora.
Li
vedi? Mille girasoli sulle dolci colline del Biferno... ti guardano
e ti salutano! Grazie Girasole.
Gianni
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Lo
farò
Se
sono un uomo
Prenderò
il lungo treno
Per
tornare a casa
Non
mi importa
Se
il viaggio sarà lungo,
estenuante,
quasi infinito
lo
farò
Non
mi importa
Quante
volte calerà il sole
Quanto
freddo, quanto caldo
Salirò
sul quel treno
E
andrò avanti
Sempre
avanti
Forse
lentamente
Ma
non mi fermerò
Mai
Ma
ad ogni stazione
Griderò
il vostro nome
E
vi aspetterò
Cercandovi
con gli occhi
E
poi
Avanti
Se
sono un uomo
Prenderò
il treno
Per
tornare a casa.
Se
sono un uomo
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vorrei
essere fiocco di neve
vorrei
essere fiocco di neve
sapere
che
è solo questione di ore
sfumare
lasciando
un piccola impronta
leggera
un
pensiero
e
poi un dubbio:
sia
mai stato vero?
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stelle
Quella
mattina aveva il passo da tapis roulant, disse l’uomo che lo vide
per l’ultima volta. Forse intendeva dire che quella mattina
Gabriele Altafini, astronomo, sembrava non andare da nessuna parte.
Forse.
Chi
può saperlo? Gabriele non parlava più da tempo. Come avrebbe
potuto spiegare quello che gli era capitato? Quali parole avrebbe
dovuto usare? E poi? Chi lo avrebbe capito? Troppa fatica! Preferiva
tacere.
Gran
parte della sua vita l’aveva dedicata alla divulgazione dell’astronomia.
A
quanti aveva trasmesso l’amore per gli astri? Quante volte i suoi
occhi diventavano lucidi mentre parlava di BET-EL-JOOZ la stella
più luminosa di Orione, la spalla del gigante? E quanti giovani
innamorati grazie a lui potevano riconoscere, nelle notti senza
luna, ALDEBARAN la stella 50 volte più grande del sole?
Erano
tanti, tantissimi! Tutti i suoi lettori, gli amici, i parenti. Amava
le stelle con tutto se stesso e traboccando, quest’amore inondava
chi gli era vicino.
Per
tutti Gabriele era l’uomo delle stelle! Questo era il guaio!
Nessuno
può dire perché successe. Un giorno Gabriele cominciò a dubitare.
Delle stelle sapeva tutto, le conosceva una ad una. Ma come tutti
gli umani non ne aveva e non ne avrebbe mai toccata una.
E
se le stelle non esistessero veramente? Se fossero una straordinaria
illusione?
Dio
che sciocchezze che gli passavano per la mente! Eppure non aveva
bevuto! Che pensieri stupidi!
LI
scacciava con fastidio, ma di tanto in tanto essi tornavano.
Una
notte, in cima al suo torrino astronomico nel centro di Firenze,
Gabriele si sentì agitato, i suoi pensieri ispidi e spettinati. Fu
allora che la vide! Era pochi metri sotto di lui sul terrazzino dove
qualcuno leggeva.
Minuscola
la fiammella tremava, sembrava dissolversi, ma riprendeva forza. La
sua luce tremula era calda e vellutata, un petalo di rosa gialla
toccato dal sole.
Resto
a lungo Gabriele a guardarla, inebetito confuso, febbricitante,
felice. Quando la candela fu consumata, la fiammella tremula restò.
Solo Gabriele la vedeva.
Quella
notte Gabriele scoprì di essere diventato vecchio. Scoprì che
aveva passato la sua vita a cercare le stelle che mai avrebbe
raggiunte. Scoprì che all’improvviso tutto questo non gli
interessava più. Era lei la tremula fiammella che Gabriele aveva
sempre voluto. Ora lo sapeva. Lei, impalpabile, esile, ma vera, e
poi così vicina a lui. Raggiungibile!! Ma era troppo tardi.
Quanto
tempo aveva sprecato inutilmente! Perché aveva esitato a
raggiungerla?
Lui
continuò a vederla, questo si sapeva, ma la fiammella non durò a
lungo, si spense.
Gabriele
pianse e poiché non aveva mai pianto nel corso della sua vita,
pianse a lungo. Le lacrime numerose segnarono il tempo.
Cosa
fece dopo Gabriele non ci è dato saperlo.
Dicono
che si rinchiuse nel suo torrino astronomico dove al buio continua a
ripetere versi d’amore sperando che fiammella tremula torni.
Ma
questa è solo una voce. Nessuno può dirci altro di Gabriele
Altafini, astronomo.
Nemmeno
Rigel la stella sorridente dalla luce azzurra che mi ha raccontato
questa storia.
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mare
Esausto
caddi sulla sabbia, a pochi metri dal mare e mi addormentai.
Si
sentì a lungo il respiro del mare, poi il mare si zittì e la neve,
lenta cominciò a scendere.
Cadde
per ore e coprì ogni cosa.
Con
estrema lentezza le conchiglie ai miei piedi e le stelle marine si
trasformarono in cristalli e stelle di ghiaccio azzurro.
La
candida coltre pesante cominciò a spingermi verso il mare dove
scivolai dolcemente verso il fondo.
Potevo
respirare e il mio cuore si era finalmente placato. Continuavo a
scendere ebbro.
Successe
in un attimo: vidi il mio corpo avvitarsi verso il fondo, il volto
sereno e poi vidi la mia anima, veloce schizzare verso l’alto.
Raggiunti gli astri potei guardare sotto di me il mare dei suoi
occhi chiari. Capii e sorrisi fino a che le lacrime apparvero.
Null’altro
potevo desiderare. Ringraziai Iddio.
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ho
camminato sull'argine quest'oggi
ho
camminato sull'argine quest'oggi
ho
respirato il primo vento di primavera
fino
a lacerare i polmoni
a
grandi occhiate ho trangugiato
pezzi
di cielo azzurro e
porzioni
di cirri cremosi
i
panni stesi tra gli olmi,
vicino
alle antiche mura,
mi
salutavano, in un felice frullare di ali,
con
le suole nel fango mi sono detto:
"un
giorno tutto questo non lo potrò
più
vedere, allora perché non dovrei
amarla?
Perché non dovrei amarla ora?"
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Foto
dal nostro viaggio di notte
Partimmo
con ali semplici prima del tramonto
costeggiammo
gli acquitrini
arrivammo
al mare quando sole e luna si guardavano
l'uno
di fronte all'altra.
Le
tue lacrime, le tue risate, le voci, camminammo sull'acqua fino a
dove la luna mite stava seduta sul mare.
Li
deponemmo le ali e l'anima nostra e scattai questa foto
del
nostro viaggio di notte.
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vorrei
ma non puoi
Quando,
sognante, batto le corde della mia chitarra
vorrei
che tu, tra l'altro, cantassi il mio nome
Quando,
fremente, distendi i colori sulle tue tele
vorrei
che gli amici riconoscessero il carminio del mio cuore
Quando
le tue caviglie sottili muovono passi di danza
vorrei
tu mi invitassi nel tuo vortice allegro
Quando
laggiù nella città camminiamo tra la gente
vorrei
che tu cercassi sicura la mia mano e la stringessi, la mia mano,
[ed io ti abbraccerei
questo
vorrei
ma non puoi
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parole
mute
Mi
basta volerlo
Decidere
di ascoltarla la tua voce
Ed
essa prorompe, erba giovane tra le zolle
Delicata
ma impavida e forte
Mi
circondano le tue parole
Colorate
fate danzanti
E
poi arriva la luce e il calore
Che
assorbo avido come gatto al sole
E
comincia il viaggio
Ogni
tanto ritorno
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La
notte
Se
mi fermo, la notte,
e
metto in fila – come grani di rosario- i miei logori pensieri,
le
paure mie confuse, e le scorro con l’attenta volontà di scoprirne
il centro,
alla
fine resta, sola, la morte .
E l’angoscia
mi soffoca al pensiero orrido, che essa possa giungere,
e
terminare la speranza che mi nutre;
ricevere
un tuo nuovo bacio.
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All'alba
Sotto
la pelle del mio sorriso, il dolore della tua assenza palpita
costante.
Ma
certe volte, all'alba, è così vivo che credo di vederti. Il
profumo dei tuoi capelli mi da la certezza che è vero, che sei li,
accanto a me.
Ma,
come arto amputato, non ci sei, malgrado il mio sentire e
l'indiscutibile presenza dell'odore di grano.
Così
corro a cercarti nei luoghi a noi cari, e non c'è giorno che io non
trovi qualcosa di te: un filo di voce impigliato tra i rami degli
argini, un sogno d'amore a pelo d'acqua, che si oppone alla corrente
del fiume, il calore del tuo corpo sull'erba schiacciata, l'ebbrezza
delle tue labbra soffici come le nubi, che a Fusina, sembrano
toccare le ciminiere delle navi. l'impronta dei tuoi occhi chiari su
una vecchia coppia a passeggio, sottobraccio.
Ma
poi, quando ti rivolgo la parola, e continuo a parlarti e, poi, ti
tendo la mano, allora mi accorgo che non ci sei.
Quindi
mi rassegno e attendo una nuova alba.
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L’inverno
Ovunque
i miei occhi si posino
non
trovano che una immagine:
l'onda
dei suoi capelli che sanno di grano.
Mi
sono apparsi come una rondine veloce
sparita
troppo presto.
Sono
lunghi come la vita che continua,
come
questo inverno che sembra non finire mai.
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Il
treno per Venezia
Lento
come un insetto l’uomo arrivò a sedersi sulla panchina accanto al
vecchio albero. Si abbandonò pesantemente sulle assi che
conservavano povere tracce di vernice verde. Fu accolto da un
amichevole scricchiolio.
Poi,
come ogni pomeriggio, cominciò a parlare col vecchio albero.
A
dir la verità nei giorni di pioggia l’uomo non andava alla
stazione.
Amava
la pioggia, ma il suo fisico, a differenza del vecchio albero, era
delicato, fragile. In quei giorni piovosi restava a casa, a scrutare
il passato dietro ai vetri rigati, rimandando a mente i versi che
Liù gli aveva dedicato troppi anni prima :
"…
m'innamorerò di te il giorno che conterai le gocce
singole di uno scroscio di pioggia inatteso, come inatteso eri tu…"
Gli
piaceva andare alla piccola stazione, lo faceva ormai da molti anni,
da quando perse il lavoro e perse Liù.
Aveva
scelto con cura il suo posto; la panchina, il vecchio albero e l’orologio
a libro.
L’albero
sapeva ascoltare, piantato su solide radici lasciava cadere, come
foglie secche, saggi consigli che l’uomo, in precario equilibrio
su un cumulo di dubbi, rimorsi e incertezze, non riusciva mai a
cogliere.
Intanto
l’orologio a libro compiva, fedele, la sua missione.
Gli
piaceva quell’orologio privo di lancette. Quei quadrati di
plastica nera che allo scadere di ogni minuto giravano pagina.
Sarebbe piaciuto anche a lui girare pagina, e dio solo sa quante
volte ci aveva provato. Invano.
Aspettava
sempre il treno per Venezia. Voleva prenderlo, ma rimandava ogni
giorno la partenza. Voleva essere sicuro che il treno a Venezia
andasse oltre la stazione, proseguisse lasciando i binari, passando
sotto Rialto e poi via oltre l’isola degli armeni, in viaggio, a
pelo d’acqua senza altre soste.
Fino
alla fine.
Quel
pomeriggio, ne era certo, il suo treno sarebbe arrivato.
Percorse
con le dita rugose la corteccia dell’albero schivando le incisioni
di sbiaditi innamorati. Fu qualcosa simile ad una carezza. Disse
parole che non si capirono poiché rideva. Poi il treno rallentò,
lui lento vi sali. Via.
Quella
notte nevicò. All’incedere del giorno l’albero apparve maestoso
con indosso un regale manto bianco. Sulla panchina, apparentemente
in vita, l’uomo era immobile e il suo sorriso gareggiava col
candore della neve. L’orologio a libro scattò girando pagina.
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