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GIANNI       IANNANTUONI

INDICE

Lettera dalla Baia

Per un'amica

Hiroko chan

Lettera di Juan Delta a Marichia

seconda lettera di Juan Delta a Marichia

ultima lettera di Juan Delta a Marichia

PER TE

Verso casa

* * *

Che domani ti sposi

Mentitor senza vergogna!

girasole

Lo farò

vorrei essere fiocco di neve

stelle

mare

ho camminato sull'argine quest'oggi

Foto dal nostro viaggio di notte

vorrei ma non puoi

parole mute

La notte

All'alba

L’inverno

Il treno per Venezia

Lettera dalla Baia

Mia amata,
è passato solo un mese da quando mi hanno portato quaggiù nella Baia. Come sai non mi è stato consentito di scriverti prima, qui è proibito.
Lo posso fare oggi e poi ancora lo potrò fra un anno e fra due…forse, se avrò vita.
Oggi è il tuo compleanno e solo in questa occasione il Regolamento mi permette di scriverti.
Qui mi trattano bene ed il lavoro non è così faticoso come credevo.
Piantiamo lunghi pali nel mare, uno dietro l'altro così che dalla cima della collina la costa sembra un pettine gigantesco che cresce giorno dopo giorno.
Non sappiamo esattamente a cosa serva il nostro lavoro, forse ce lo diranno un giorno o forse non lo sapremo mai.
Comunque eseguo il mio compito con cura e con molta attenzione.
Alla sera sono stanco e faccio appena in tempo a disegnare il tuo viso nella mia mente che il sonno mi vince e mi trascina via. Spesso ti sogno e facciamo sempre l’amore.
Ma è il mattino che amo. Non posso tenere un orologio con me ma riesco sempre a svegliarmi molto presto, quando è ancora buio e tutti dormono. Allora aspiro un pezzo di cielo con tutte le mie forze, aspiro le stelle che qui appaiono sempre chiare, vivide e numerose, e comincio a pensare a te.
Pensarti mi tiene in vita.
I ricordi sono struggenti e più numerosi dei granelli di sabbia della nostra Baia.
A volte mi chiedo se alcuni di essi non siano frutto della mia fantasia, poiché sono troppo belli per essere accaduti a me.
Quelle ore del mattino in realtà durano attimi e il sole sorge sempre troppo presto. L’ultima cosa che faccio prima di raggiungere i miei compagni è ricordare i tratti del tuo viso, ma è sempre molto faticoso e questo mi preoccupa.
Come sai non potrò mai più fare ritorno dalla Baia.
Temo che la figura del tuo viso sbiadisca nella mia mente.
Poi penso che se continuerò a sognarti non potrò dimenticare la luna del tuo viso… così la sera mi addormento sereno e spesso ti sogno.
Ti prego riguardati ed abbi cura di te stessa. Non trascurare le passeggiate al fiume e la scrittura. Non saltare i pasti e… ti prego….abbraccia tuo figlio per me.
Spero di poterti scrivere tra un anno.
La Guida ha urlato il mio nome. Il mio tempo è scaduto.
Buon compleanno amore mio.
Tuo
XXXXXXXX


Imo Torlon, in qualità di Guida della Baia certifico che questa lettera contenente 403 parole e stata redatta dal sognatore n° 747 in data 11 giugno 2003 secondo il regolamento disciplinare. Essa può essere inviata al destinatario.
I.T.

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Per un'amica

Saranno state le nuvole bignè o il vento tiepido e setoso, a conservare il suo buon umore, ma il fatto è che lui non era dispiaciuto o almeno non ne soffriva troppo.
Però ci pensava, ci pensava spesso, il pensiero vi indugiava come la lingua su un dente appena doloroso.
Del resto era frequente che un amico o un'amica non si facessero più sentire dopo aver incontrato un grande amore. Questo succede comunemente, ma lei?
Aveva sempre pensato che lei non fosse una persona comune. Ne avevano parlato insieme a lungo, erano sicuramente d'accordo "L'amicizia ha più di una spanna a suo vantaggio rispetto all'amore" quello di coppia s'intende!!
Accidenti!! Non c'era dubbio su questo, la pensavano allo stesso modo!
Che forse non lo sapeva che alla fine lui sarebbe rimasto solo? Che l'umana è la creatura più sola di questo universo infinito?
Non solo ne era sicuro ma in fondo questo gli procurava un piacere costante, discreto, quasi fiero, sapeva, lui, che quella era la solitudine della libertà, del navigatore che pur avendo passato la sua vita per mare, amandolo come donna di carne, ne è sempre stato, in
realtà, cosa separata. Lo sapeva e l'amava …la solitudine.
La sua passione per Cyrano di Bergerac veniva presa dagli amici come infantile romanticheria, del vero c'era sul suo essere bambino, ma della vicenda di Roxane non gliene importava nulla, il vero amore di Cyrano era anche il suo, la libertà, la luna, la libertà, la solitudine, la libertà, luna irrangiungibile e alfine unica compagna.
Le avrebbe comunque voluto bene ancora per molto (avrebbe detto "per sempre" se non fosse per il suo pudore) bene come ne vuole ai suoi amici, non dimenticherà il suo compleanno, e penserà a lei anche quando la luce del sole non è obliqua che tutto assume il colore e il profumo dei sogni….
Le darà acqua e ne avrà cura e la proteggerà che l'amicizia ne ha bisogno per non morire e se l'uomo muore, non muoia l'amicizia.
Per Lei

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Hiroko chan
"Sumimasen Hiroko san, hashi onegai shimasu" le avevo chiesto delle
bacchette, non solo perché le preferivo alle posate occidentali, ma soprattutto per far sapere a Hiroko che avevo imparato un poco la sua lingua.
Lei apparecchiava i tavoli, ma delle portate se ne occupava un'anziana donna.
Il ristorante era pulito e luminoso, il sushi però non era freschissimo e la musica sempre troppo alta. Ci andavo solo per Hiroko.
La conobbi nel 91 a Takayama nella regione di Hida, dove ancora, alzando gli occhi alle montagne arcaiche, si poteva immaginare il Giappone degli dei.
Eravamo entrambi iscritti ad uno stage di una Organizzazione Shinto. Il grande tempio di Mahikari ospitava circa 200 persone. Hiroko la notai subito, di bellezza antica, i suoi movimenti sembravano il risultato di uno studio attento, meticoloso ma allo
stesso tempo erano naturali, eleganti. A differenza delle altre donne giapponesi sorrideva poco, si inchinava poco e aveva gli occhi particolarmente grandi, neri abissi
di tristezza. Ci scambiammo pochi sguardi, entrambi eravamo lì per sbaglio,
uccelli in un acquario.
Nel tempio riuscii a parlarle solo una volta, ma ogni mattina, il suo unico sorriso della giornata era per me. Lo stage fu soprattutto il contenitore dei nove lampi dei suoi
sorrisi. Mi disse che lavorava in un ristorante ad Hamamatsu, che odiava quella città industriale e mi parlo del suo sogno: aprire un Jazz Caffè.
Suonava la cornetta e questo, davvero, non riuscivo ad immaginarlo. Mi diede l'indirizzo del ristorante. Lo misi nel passaporto. Al termine del corso ripartii senza riuscire a vederla.
Il treno velocissimo mi portò a Nagoya e poi ad Osaka, con gli occhi frugai tra i passeggeri, fuori tra le case ammassate come formicai cercai un sorriso, o solo un movimento che mi ricordasse Hiroko. Pernottai nell'aeroporto di Kansai.
Mi svegliai all'alba, da dietro la spessa vetrata insonorizzata della mia camera vedevo i jumbo sollevarsi a fatica, ondeggianti e incerti in balia delle raffiche prepotenti nella baia di Osaka.
I suoi occhi rimasero con me e per la prima volta mi dimenticai di avere paura durante un volo. Non c'era motivo perché io pensassi sovente a Hiroko, tra noi non c'era stato nulla più che le insufficienti parole, lunghi sguardi e lenti sorrisi.
Ciò avveniva e basta.

Nel 95 tornai in Giappone, la compagnia per la quale lavoravo aveva sede ad Hamamatsu, come la maggior parte delle industrie importanti del Giappone.
Quasi senza speranze cercai quel ristorante e lo trovai, e la trovai. Non sembrò particolarmente sorpresa di vedermi, mi disse che mi aspettava, mi sorrise. I suoi occhi erano più grandi e più tristi. Nulla più.
Yamamoto, la mia guida ed interprete, mi disse di lasciar perdere quella ragazza, cosa mi potevo aspettare da una donna che suonava la cornetta e poi era assai improbabile che una giapponese si potesse innamorare di un gaijin. Aggiunse che se invece avessi solo voluto fare "incastro" con lei, questo sarebbe stato più semplice, avrei dovuto invitarla a bere e poi bere e bere……l'incastro sarebbe avvenuto sotto la responsabilità del signore sake o della birra secca, niente implicazioni sentimentali.
Yamamoto era un uomo molto abile e preparato, ma in quel momento mi diede ai nervi. Si mi diede ai nervi, lui che era orgoglioso di chiamarsi come il colonnello che ordinò di bombardare Pearl Harbour, quel giorno lo odiai.
E' difficile spiegarlo, ma Hiroko mi chiedeva aiuto. Sentivo che ero legato a lei da un robusto filo. Ma non capivo altro, era una intuizione, una dolce ossessione.
Quella sera, al ristorante ero particolarmente felice, le mie parole giapponesi sembravano averla sorpresa un po', ma subito dopo mi sembrò inquieta, agitata.
Scomparve per un quarto d'ora, poi arrivò, si era rifatta il trucco, rotonda e pallida come una luna la sua faccia mi si fece così vicina che ne sentivo il respiro addosso, l'anziana donna che portava il sushi lanciò una occhiata di disappunto e scivolò via.

Hiroko non se ne curò i suoi occhi mi fissavano ed erano insostenibili per me, abbassai lo sguardo, mi scappò una lacrima (ma perché?) poi lei mi diede una cosa, mi sorrise e dopo essersi inchinata alla vecchia uscì. Corsi in albergo perché il pezzo di carta di riso che Hiroko mi aveva dato conteneva dei kanji arcaici, per me assolutamente incomprensibili.
Yamamoto non mostrò alcun segno di fastidio per essere stato svegliato, fu pronto e cordiale come sempre. Anche lui non capiva quei kanji, poteva essere lo stile dei nobili Kuge forse.
Dopo aver lavorato per circa un'ora al suo computer portatile mi propose una traduzione che definì accettabile :"Il tempo che passa non torna".
Perché a me? E perché era andata via?
Magari era un biglietto che dava a tutti i clienti occidentali, ma non glielo avevo mai visto fare prima. Il giorno dopo andai a pranzo un ora prima, volevo capire, parlarle.
Ma lei non c'era. Telefonai a Yamamoto che mi raggiunse e parlò con la vecchia. Lei
disse che Hiroko doveva essere proprio una ragazza ingrata a lasciare il lavoro così senza un preavviso e che a Hokkaido dove si trovava l'allevamento di suo zio si sarebbe trovata male e avrebbe sgobbato dall'alba al tramonto per molto meno. La vecchia era pazza, certo non capiva che Hiroko ed io dovevamo vederci ancora, parlare, io dovevo aiutarla, lei la vecchia questo non lo poteva sapere. Durante i sette giorni che mi restavano andai al ristorante a pranzo e a cena, ma Hiroko non la vidi più.

Oggi il dieci maggio del 2000 sono seduto su uno scalino presso il Pozzo d'Oriente all'Isola degli Armeni, i rari roseti dei frati mi inebriano, è maggio come allora quando mi incantavano gli occhi di Hiroko chan.

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Lettera di Juan Delta a Marichia
Questa lettera fu trovata il 17 ottobre 1998 sul molo del porto di Nitra dentro un libro di poesie di Dino Campana. All'interno a matita era scritto un nome: Juan Delta.


"Nonostante io passi ore ed ore a contemplarla non potrei mai, se sono savio, essere geloso del fatto che la dolce luna non dedica a me solo i suoi raggi tenui e sottili, i suoi fini capelli biondi. Che i tuoi verdi occhi mare, Marichia, non siano solo per me, no non è
questo che mi fa soffrire. Nemmeno che il tuo sorriso sia per tutti poiché più ne versi nei cuori altrui più si illumina, cresce e vola rapido verso Est diventando subito nostalgia.
No, non è questo che mi fa soffrire.
E’ l’assenza.
E’ il buco nel cielo dove prima c’era la luna.
E’ un profumo di mandorle amare ormai svanito.
E’ il cercare nell’aria ferma la vibrazione delle tue parole di orzo.
Non credevo di potermi ammalare Marichia, anche se il tuo nome ne contiene il presagio.
Non credevo di potermi ammalare Marichia, ero forte e sano e saggio. Ed ora sono un vecchio giornale.
E starò sempre peggio… certo fino a domani quando ti vedrò.
Tempo maledetto e oleoso.
Domani non sarò più bruco, non avrò più passato e il mio futuro sarà domani.
Non mi importa che tu sia la mia qualchecosa, non chiedo il tuo amore.
Voglio solo alzare gli occhi e guardarla la luna, guardarla e sorriderle.
In silenzio ascoltare i tuoi occhi, le sue onde, bagnarmi di spuma e dentro i suoi gorghi
Perdermi."

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seconda lettera di Juan Delta a Marichia

"E' così lunga questa notte che mi sembra immobile.
Cantano così forte le stelle che non c'è silenzio ma la solitudine che anche lei mi è amica si è fatta mite.
La solitudine che mi è sorella si è sbiadita.
Dolce e preziosa amica mia, amore non mio. Negli scaffali polverosi del mio cuore sei il libro più raro, che ha scritte in oro e il dorso di pelle, della tua pelle profumata. Che ha le pagine più lette, logorate dalle mie dita, divorate dai miei occhi ladri. Che ha il posto più importante tra gli scaffali, che mai sarà prestato, che nessun ladro potrà avvicinarsi, che mai il suo guardiano distoglierà gli occhi febbricitanti, che a costo del sangue lo proteggerà.
Dolce e preziosa amica mia, amore non mio che mai potrò averti.
Che ti ho amata e che mi sono immerso nei tuoi occhi, nei tuoi occhi di mare che ancora non conosci.
E che ti amo e che sento i tuoi passi lenti, ma dolorosi e inesorabili.
Amore mio che ti posso leggere nelle notti come questa e che posso scaldarmi col tuo sorriso che fa orecchia alle pagine delicate che sfoglio con le mani emozionate e tremanti.
Dolce e preziosa amica strappa ti prego un angolo della mia anima e conservala tra i fogli delle tue poesie. Così non sarai mai sola, non sarò mai solo, mai solo.
Juan."

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ultima lettera di Juan Delta a Marichia

Alle mie spalle
Dietro la nebbia che s’alza
I neri scogli di Itaca
Che tanto amai
Urlano inutilmente
La prua fissa
Insieme ai miei occhi immobili
L’orizzonte che mente
Quando dice che laggiù Cielo e Mare
Si uniscono
Mai si unirono ne si sfiorarono
Pur conoscendo l’uno dell’altro
Ogni segreto
Quella sarà comunque la meta del
Viaggio e miei compagni
Il vento e
La nuvola veloce

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PER TE
Per le notti insonni passate a contemplare la tua pelle distesa incantato dalla danza del tuo respiro.
Per averti attesa mille volte al fianco di un lampione stanco, aggirando pozzanghere simili ad oceani, seduto in stanze d’albergo foderate di solitudine, a tavolini da poeta troppo grandi.
Per le tue bugie piccole e fitte che non riesco a biasimare uguali a creste di onda nel verde mare dei tuoi occhi.
Per la rosa gialla della rotonda che rubai per te bloccando il traffico e che mi donò l’invincibilità.
Per la tua voce medicamentosa morbida di miele scuro mia unica, vera, tenera amante.
Per le canzoni urlate a squarciagola, squarcia nubi che veloci e gioiose mi guidavano a te.
Per la tua fragile vita, ali di farfalla troppo delicate per essere sfiorate.
Per i sogni che non avrei mai sognato e per i sonni scacciati come morte prematura.
Per la tua casa fredda e inospitale simile all’ansia del tuo cuore nomade.
Per la notte che ora mi pare più notte.
Per tutto questo e per molto ancora.
Con gli occhi lontani , qui sulla punta del mondo, siedo in silenzio a quietarmi l’anima. Invano.

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Verso casa

Di notte
Spento il cielo
Spacco
Spicchi di luna
E spicco
Il volo
Sparviero
Fiero
In viaggio
Ritorno
..........
A casa
..........
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* * *

Scendete miei adorati!!
planate lievi
a quietare il mio cuore
esausto.
Forza! Avanti!
Galassia di soffici stelle bianche
correte a zittire
il frastuono del mondo,
e quando sarà
il silenzio,
in circolo, accolita di amici,
scambieremo parole di conforto,
amore e amicizia, di sogni
e avventure, e
saremo vivi.
Miei adorati
fiocchi di neve.

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Che domani ti sposi

Intreccia nei capelli ranuncoli e fili di luna
e lega campanelli alle caviglie
Che domani ti sposi

Mi raderò e
accorderò la chitarra
prima di partire

Questa notte costruisci un grande falò,
che i libri, le lettere, i ricordi
non portino turbamento
Che domani ti sposi

Berrò acqua calda
Per cantare meglio e
Batterò le corde per te
Che domani ti sposi

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Mentitor senza vergogna!

Questi sono i cadetti di Guascogna

di Carbonello di Castel Geloso;

gradassi e mentitor senza vergogna!

questi sono i cadetti di Guascogna.

Vantan corone quante se ne sogna,

e ciascun è più ricco d'un cencioso;

questi sono i cadetti di Guascogna

di Carbonello di Castel Geloso.

Occhio d'aquila e gamba di cicogna,

denti di lupo, baffi di spinoso,

alla canaglia grattan la rogna;

occhio d'aquila, gamba di cicogna.

Hanno un cappello di vecchia vigogna

di cui copron le piume di feltro roso.

Occhio d'aquila, gamba di cicogna,

denti di lupo, baffi di spinoso!

...

Ercole, Savignano, Cyrano

Signore di Bergerac.
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girasole


Quando la sua vita finì, nove anni fa, decisi che il suo nuovo nome sarebbe stato Girasole.

Era nato nella valle del Biferno dove le colline sono dolci e rivestite di pelo di bracco e le nuvole basse.

Doveva morire molto prima, nel campo di Dachau. Ma non successe perché ai suoi carcerieri piaceva la musica e lui la musica ce la aveva nel sangue e poteva suonare ad orecchio qualsiasi strumento e quando suonava, suonava con gli occhi e i suoi occhi erano sempre allegri.

Non morì in quel campo e così, grazie alla sua musica e ai suoi occhi allegri, io potei nascere e ora sono qui.

Sono qui in una sera d'agosto più fresca di quella in cui lui se ne è andato e cerco nei miei occhi la sua allegria e la trovo e sorrido... è gratitudine....e sorrido ancora.

Li vedi? Mille girasoli sulle dolci colline del Biferno... ti guardano e ti salutano! Grazie Girasole.

Gianni

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Lo farò

Se sono un uomo

Prenderò il lungo treno

Per tornare a casa

Non mi importa

Se il viaggio sarà lungo,

estenuante, quasi infinito

lo farò

Non mi importa

Quante volte calerà il sole

Quanto freddo, quanto caldo

Salirò sul quel treno

E andrò avanti

Sempre avanti

Forse lentamente

Ma non mi fermerò

Mai

Ma ad ogni stazione

Griderò il vostro nome

E vi aspetterò

Cercandovi con gli occhi

E poi

Avanti

Se sono un uomo

Prenderò il treno

Per tornare a casa.

Se sono un uomo

 

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vorrei essere fiocco di neve

 

vorrei essere fiocco di neve

sapere

che è solo questione di ore

sfumare

lasciando un piccola impronta

leggera

un pensiero

e poi un dubbio:

sia mai stato vero?

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stelle

Quella mattina aveva il passo da tapis roulant, disse l’uomo che lo vide per l’ultima volta. Forse intendeva dire che quella mattina Gabriele Altafini, astronomo, sembrava non andare da nessuna parte. Forse.

Chi può saperlo? Gabriele non parlava più da tempo. Come avrebbe potuto spiegare quello che gli era capitato? Quali parole avrebbe dovuto usare? E poi? Chi lo avrebbe capito? Troppa fatica! Preferiva tacere.

Gran parte della sua vita l’aveva dedicata alla divulgazione dell’astronomia.

A quanti aveva trasmesso l’amore per gli astri? Quante volte i suoi occhi diventavano lucidi mentre parlava di BET-EL-JOOZ la stella più luminosa di Orione, la spalla del gigante? E quanti giovani innamorati grazie a lui potevano riconoscere, nelle notti senza luna, ALDEBARAN la stella 50 volte più grande del sole?

Erano tanti, tantissimi! Tutti i suoi lettori, gli amici, i parenti. Amava le stelle con tutto se stesso e traboccando, quest’amore inondava chi gli era vicino.

Per tutti Gabriele era l’uomo delle stelle! Questo era il guaio!

Nessuno può dire perché successe. Un giorno Gabriele cominciò a dubitare. Delle stelle sapeva tutto, le conosceva una ad una. Ma come tutti gli umani non ne aveva e non ne avrebbe mai toccata una.

E se le stelle non esistessero veramente? Se fossero una straordinaria illusione?

Dio che sciocchezze che gli passavano per la mente! Eppure non aveva bevuto! Che pensieri stupidi!

LI scacciava con fastidio, ma di tanto in tanto essi tornavano.

Una notte, in cima al suo torrino astronomico nel centro di Firenze, Gabriele si sentì agitato, i suoi pensieri ispidi e spettinati. Fu allora che la vide! Era pochi metri sotto di lui sul terrazzino dove qualcuno leggeva.

Minuscola la fiammella tremava, sembrava dissolversi, ma riprendeva forza. La sua luce tremula era calda e vellutata, un petalo di rosa gialla toccato dal sole.

Resto a lungo Gabriele a guardarla, inebetito confuso, febbricitante, felice. Quando la candela fu consumata, la fiammella tremula restò. Solo Gabriele la vedeva.

Quella notte Gabriele scoprì di essere diventato vecchio. Scoprì che aveva passato la sua vita a cercare le stelle che mai avrebbe raggiunte. Scoprì che all’improvviso tutto questo non gli interessava più. Era lei la tremula fiammella che Gabriele aveva sempre voluto. Ora lo sapeva. Lei, impalpabile, esile, ma vera, e poi così vicina a lui. Raggiungibile!! Ma era troppo tardi.

Quanto tempo aveva sprecato inutilmente! Perché aveva esitato a raggiungerla?

Lui continuò a vederla, questo si sapeva, ma la fiammella non durò a lungo, si spense.

Gabriele pianse e poiché non aveva mai pianto nel corso della sua vita, pianse a lungo. Le lacrime numerose segnarono il tempo.

Cosa fece dopo Gabriele non ci è dato saperlo.

Dicono che si rinchiuse nel suo torrino astronomico dove al buio continua a ripetere versi d’amore sperando che fiammella tremula torni.

Ma questa è solo una voce. Nessuno può dirci altro di Gabriele Altafini, astronomo.

Nemmeno Rigel la stella sorridente dalla luce azzurra che mi ha raccontato questa storia.

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mare

Esausto caddi sulla sabbia, a pochi metri dal mare e mi addormentai.

Si sentì a lungo il respiro del mare, poi il mare si zittì e la neve, lenta cominciò a scendere.

Cadde per ore e coprì ogni cosa.

Con estrema lentezza le conchiglie ai miei piedi e le stelle marine si trasformarono in cristalli e stelle di ghiaccio azzurro.

La candida coltre pesante cominciò a spingermi verso il mare dove scivolai dolcemente verso il fondo.

Potevo respirare e il mio cuore si era finalmente placato. Continuavo a scendere ebbro.

Successe in un attimo: vidi il mio corpo avvitarsi verso il fondo, il volto sereno e poi vidi la mia anima, veloce schizzare verso l’alto. Raggiunti gli astri potei guardare sotto di me il mare dei suoi occhi chiari. Capii e sorrisi fino a che le lacrime apparvero.

Null’altro potevo desiderare. Ringraziai Iddio.

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ho camminato sull'argine quest'oggi

 

ho camminato sull'argine quest'oggi

ho respirato il primo vento di primavera

fino a lacerare i polmoni

a grandi occhiate ho trangugiato

pezzi di cielo azzurro e

porzioni di cirri cremosi

i panni stesi tra gli olmi,

vicino alle antiche mura,

mi salutavano, in un felice frullare di ali,

con le suole nel fango mi sono detto:

"un giorno tutto questo non lo potrò

più vedere, allora perché non dovrei

amarla? Perché non dovrei amarla ora?"

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Foto dal nostro viaggio di notte

Partimmo con ali semplici prima del tramonto

costeggiammo gli acquitrini

arrivammo al mare quando sole e luna si guardavano

l'uno di fronte all'altra.

Le tue lacrime, le tue risate, le voci, camminammo sull'acqua fino a dove la luna mite stava seduta sul mare.

Li deponemmo le ali e l'anima nostra e scattai questa foto

del nostro viaggio di notte.

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vorrei ma non puoi

Quando, sognante, batto le corde della mia chitarra

vorrei che tu, tra l'altro, cantassi il mio nome

Quando, fremente, distendi i colori sulle tue tele

vorrei che gli amici riconoscessero il carminio del mio cuore

Quando le tue caviglie sottili muovono passi di danza

vorrei tu mi invitassi nel tuo vortice allegro

Quando laggiù nella città camminiamo tra la gente

vorrei che tu cercassi sicura la mia mano e la stringessi, la mia mano,

                                                                                [ed io ti abbraccerei

questo

vorrei ma non puoi

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parole mute

Mi basta volerlo

Decidere di ascoltarla la tua voce

Ed essa prorompe, erba giovane tra le zolle

Delicata ma impavida e forte

Mi circondano le tue parole

Colorate fate danzanti

E poi arriva la luce e il calore

Che assorbo avido come gatto al sole

E comincia il viaggio

Ogni tanto ritorno

 

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La notte

 

Se mi fermo, la notte,

e metto in fila – come grani di rosario- i miei logori pensieri,

le paure mie confuse, e le scorro con l’attenta volontà di scoprirne il centro,

alla fine resta, sola, la morte .

E l’angoscia mi soffoca al pensiero orrido, che essa possa giungere,

e terminare la speranza che mi nutre;

ricevere un tuo nuovo bacio.

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All'alba

Sotto la pelle del mio sorriso, il dolore della tua assenza palpita costante.

Ma certe volte, all'alba, è così vivo che credo di vederti. Il profumo dei tuoi capelli mi da la certezza che è vero, che sei li, accanto a me.

Ma, come arto amputato, non ci sei, malgrado il mio sentire e l'indiscutibile presenza dell'odore di grano.

Così corro a cercarti nei luoghi a noi cari, e non c'è giorno che io non trovi qualcosa di te: un filo di voce impigliato tra i rami degli argini, un sogno d'amore a pelo d'acqua, che si oppone alla corrente del fiume, il calore del tuo corpo sull'erba schiacciata, l'ebbrezza delle tue labbra soffici come le nubi, che a Fusina, sembrano toccare le ciminiere delle navi. l'impronta dei tuoi occhi chiari su una vecchia coppia a passeggio, sottobraccio.

Ma poi, quando ti rivolgo la parola, e continuo a parlarti e, poi, ti tendo la mano, allora mi accorgo che non ci sei.

Quindi mi rassegno e attendo una nuova alba.

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L’inverno

 

Ovunque i miei occhi si posino

non trovano che una immagine:

l'onda dei suoi capelli che sanno di grano.

Mi sono apparsi come una rondine veloce

sparita troppo presto.

Sono lunghi come la vita che continua,

come questo inverno che sembra non finire mai.
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Il treno per Venezia

 

Lento come un insetto l’uomo arrivò a sedersi sulla panchina accanto al vecchio albero. Si abbandonò pesantemente sulle assi che conservavano povere tracce di vernice verde. Fu accolto da un amichevole scricchiolio.

Poi, come ogni pomeriggio, cominciò a parlare col vecchio albero.

A dir la verità nei giorni di pioggia l’uomo non andava alla stazione.

Amava la pioggia, ma il suo fisico, a differenza del vecchio albero, era delicato, fragile. In quei giorni piovosi restava a casa, a scrutare il passato dietro ai vetri rigati, rimandando a mente i versi che Liù gli aveva dedicato troppi anni prima :

"… m'innamorerò di te il giorno che conterai le gocce
singole di uno scroscio di pioggia inatteso, come inatteso eri tu…"

Gli piaceva andare alla piccola stazione, lo faceva ormai da molti anni, da quando perse il lavoro e perse Liù.

Aveva scelto con cura il suo posto; la panchina, il vecchio albero e l’orologio a libro.

L’albero sapeva ascoltare, piantato su solide radici lasciava cadere, come foglie secche, saggi consigli che l’uomo, in precario equilibrio su un cumulo di dubbi, rimorsi e incertezze, non riusciva mai a cogliere.

Intanto l’orologio a libro compiva, fedele, la sua missione.

Gli piaceva quell’orologio privo di lancette. Quei quadrati di plastica nera che allo scadere di ogni minuto giravano pagina. Sarebbe piaciuto anche a lui girare pagina, e dio solo sa quante volte ci aveva provato. Invano.

Aspettava sempre il treno per Venezia. Voleva prenderlo, ma rimandava ogni giorno la partenza. Voleva essere sicuro che il treno a Venezia andasse oltre la stazione, proseguisse lasciando i binari, passando sotto Rialto e poi via oltre l’isola degli armeni, in viaggio, a pelo d’acqua senza altre soste.

Fino alla fine.

Quel pomeriggio, ne era certo, il suo treno sarebbe arrivato.

Percorse con le dita rugose la corteccia dell’albero schivando le incisioni di sbiaditi innamorati. Fu qualcosa simile ad una carezza. Disse parole che non si capirono poiché rideva. Poi il treno rallentò, lui lento vi sali. Via.

Quella notte nevicò. All’incedere del giorno l’albero apparve maestoso con indosso un regale manto bianco. Sulla panchina, apparentemente in vita, l’uomo era immobile e il suo sorriso gareggiava col candore della neve. L’orologio a libro scattò girando pagina.

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ascolta in diretta 

Rudi Mathematici

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