«E' un film tratto da
materiale di repertorio (novantamila metri di pellicola: il materiale cioè
di circa sei anni di vita di un settimanale cinematografico, ora estinto).
Un'opera giornalistica, dunque, più che creativa. Un saggio più che un
racconto. Per dargliene un'idea più precisa, le accludo il
"trattamento" del lavoro: le solite cinque paginette che il
produttore chiede per il noleggio. Tenga quindi conto della destinazione
di questo scritto: una destinazione che implica da una parte una certa
ipocrita prudenza ideologica (il film sarà molto più decisamente
marxista, nell'impostazione, di quanto non sembri da questo riassunto), e
dall'altra parte una certa goffaggine estetica (il film sarà molto più
raffinato, nel montaggio e nella scelta delle immagini, di quanto non si
deduca da queste affrettate righe).
Cos'è successo nel mondo, dopo la guerra e il dopoguerra? La normalità.
Già, la normalità. Nello stato di normalità non ci si guarda intorno:
tutto, intorno si presenta come "normale", privo della
eccitazione e dell'emozione degli anni di emergenza. L'uomo tende ad
addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde
l'abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è.
E' allora che va creato, artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo
ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni
della rabbia intellettuale, della furia filosofica.Ci sono stati degli
avvenimenti che hanno segnato la fine del dopoguerra: mettiamo, per
l'Italia, la morte di De Gasperi.
La rabbia comincia lì, con quei grossi, grigi funerali.
Lo statista antifascista e ricostruttore è "scomparso":
l'Italia si adegua nel lutto della scomparsa, e si prepara, appunto, a
ritrovare la normalità dei tempi di pace, di vera, immemore pace.
Qualcuno, il poeta, invece, si rifiuta a questo adattamento.
Egli osserva con distacco - il distacco dello scontento, della rabbia -
gli estremi atti del dopoguerra: il ritorno degli ultimi prigionieri,
ricordate, in squallidi treni, il ritorno delle ceneri dei morti... E...
il ministro Pella, che, tronfiamente, suggella la volontà dell'Italia a
partecipare all'Europa Unita.
E' così che ricomincia nella pace, il meccanismo dei rapporti
internazionali. I gabinetti si susseguono ai gabinetti, gli aereporti sono
un continuo andare e venire di ministri, di ambasciatori, di
plenipotenziari, che scendono dalla scaletta dell'aereo, sorridono, dicono
parole vuote, stupide, vane, bugiarde.
Il nostro mondo, in pace, rigurgita di un bieco odio, l'anticomunismo. E
sul fondo plumbeo e deprimente della guerra fredda e della Germania
divisa, si profilano le nuove figure dei protagonisti della storia nuova.
Krusciov, Kennedy, Nehru, Tito, Nasser, De Gaulle, Castro, Ben Bella.
Finché si arriva a Ginevra, all'incontro dei quattro grandi: e la pace,
ancora turbata, va verso un definitivo assestamento. E la rabbia del
poeta, verso questa normalizzazione che è consacrazione della potenza e
conformismo, non può che crescere ancora.
Cos'è che rende scontento il poeta?
Un'infinità di problemi che esistono e nessuno è capace di risolvere: e
senza la cui risoluzione la pace, la pace vera, la pace del poeta, è
irrealizzabile.
Per esempio: il colonialismo. Questa anacronistica violenza di una nazione
su un'altra nazione, col suo strascico di martiri, di morti.
O: la fame, per milioni e milioni di sottoproletari.
O: il razzismo. Il razzismo come cancro morale dell'uomo moderno, e che,
appunto come il cancro, ha infinite forme. E' l'odio che nasce dal
conformismo, dal culto della istruzione, dalla prepotenza della
maggioranza. E' l'odio per tutto ciò che e' diverso, per tutto ciò che
non rientra nella norma, e che quindi turba l'ordine borghese. Guai a chi
è diverso! questo il grido, la formula, lo slogan del mondo moderno.
Quindi odio contro i negri, i gialli, gli uomini di colore: odio contro
gli ebrei, odio contro i figli ribelli, odio contro i poeti.
Linciaggi a Little Rock, linciaggi a Londra, linciaggi in Nord Africa;
insulti fascisti agli ebrei.
E' cosi' che riscoppia la crisi, l'eterna crisi latente.
I fatti d'Ungheria, Suez.
E l'Algeria che comincia piano piano a riempirsi di morti.
Il mondo sembra, per qualche settimana, quello di qualche anno avanti.
Cannoni che sparano, macerie, cadaveri per le strade, file di profughi
stracciati, i paesaggi incrostati di neve.Morti sventrati sotto il
solleone del deserto.
La crisi si risolve, ancora una volta, nel mondo: i nuovi morti sono
pianti e onorati, e ricomincia, sempre più integrale e profonda,
l'illusione della pace e della normalità'. Ma, insieme alla vecchia
Europa che si riassesta nei suoi solenni cardini, nasce l'Europa moderna:
il neocapitalismo; il Mec, gli Stati Uniti d'Europa, gli industriali
illuminati e "fraterni", i problemi delle relazioni umane, del
tempo libero, dell'alienazione.
La cultura occupa terreni nuovi: una nuova ventata di energia creatrice
nelle lettere, nel cinema, nella pittura. Un enorme servizio ai grandi
detentori del capitale.Il poeta servile si annulla, vanificando i problemi
e riducendo tutto a forma.
Il mondo potente del capitale ha, come spavalda bandiera, un quadro
astratto.
Così, mentre da una parte la cultura ad alto livello si fa più raffinata
e per pochi, questi "pochi" divengono, fittiziamente, tanti:
diventano "massa". E' il trionfo del "digest" e del
"rotocalco" e, soprattutto della televisione. Il mondo travisato
da questi mezzi di diffusione, di cultura, di propaganda, si fa sempre più
irreale: la produzione in serie, anche delle idee, lo rende mostruoso.
Il mondo del rotocalco, del lancio su base mondiale anche dei prodotti
umani, è un mondo che uccide.
Povera, dolce Marylin, sorellina ubbidiente, carica della tua bellezza
come di una fatalità che rallegra e uccide.
Forse tu hai preso la strada giusta, ce l'hai insegnata. Il tuo bianco, il
tuo oro, il tuo sorriso impudico per gentilezza, passivo per timidezza,
per rispetto ai grandi che ti volevano così, te, rimasta bambina, sono
qualcosa che ci invita a placare la rabbia del pianto, a voltare le spalle
a questa realtà dannata, alla fatalità del male.
Perché: finché l'uomo sfrutterà l'uomo, finché l'umanità sarà divisa
in padroni e in servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di
tutto il male del nostro tempo è qui.
E ancora oggi, negli anni sessanta le cose non sono mutate: la situazione
degli uomini e della loro società è la stessa che ha prodotto le grandi
tragedie di ieri.
Vedete questi? Uomini severi, in doppiopetto, eleganti, che salgono e
scendono dagli aeroplani, che corrono in potenti automobili, che siedono a
scrivanie grandissime come troni, che si riuniscono in emicicli solenni,
in sedi splendide e severe: questi uomini dai volti di cani o di santi, di
jene o di aquile, questi sono i padroni.
E vedete questi? Uomini umili, vestiti di stracci o di abiti fatti in
serie, miseri, che vanno e vengono per strade rigurgitanti e squallide,
che passano ore e ore a un lavoro senza speranza, che si riuniscono
umilmente in stadi o in osterie, in casupole miserabili o in tragici
grattacieli: questi uomini dai volti uguali a quelli dei morti, senza
connotati e senza luce se non quella della vita, questi sono i servi.
E' da questa divisione che nasce la tragedia e la morte.
La bomba atomica col suo funebre cappuccio che si allarga in cieli
apocalittici è il futuro di questa divisione.
Sembra non esservi soluzione da questa impasse, in cui si agita il mondo
della pace e del benessere. Forse solo una svolta imprevista,
inimmaginabile... una soluzione che nessun profeta può intuire... una di
quelle sorprese che ha la vita quando vuole continuare... forse... Forse
il sorriso degli astronauti: quello forse, è il sorriso della vera
speranza, della vera pace. Interrotte, o chiuse, o sanguinanti le vie
della terra, ecco che si apre, timidamente, la via del cosmo.»
Di Pier Paolo Pasolini
(in risposta ad un lettore che gli aveva rivolto alcune domande sul film),
apparso sul n. 38 del 20 settembre 1962 della rivista "Vie
nuove". è stato raccolto, insieme ad altri interventi, nel volume Le
belle bandiere, a cura di Gian Carlo Ferretti, Ed. Riuniti.
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