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Lettere
(1955-1975). (a cura di Nico Naldini)
La
pubblicazione dell'epistolario di Pasolini, oltre 1500 pagine in
due volumi curati da Nico Naldini con abnegazione partecipe, è
senza dubbio, a tredici anni dalla morte, da quella morte,
l'evento di maggior rilievo fra le raccolte di interventi sparsi
e lavori inediti estratte una dopo l'altra da un fondo che pare
inesauribile (e ancora aspettiamo di leggere quel romanzo
sterminato e incompiuto che sembra essere "Petrolio",
dove, al di là del limite di complicità e disgusto toccato da
"Salò", la crisi petrolifera dei primi anni '70 fa da
sfondo - si dice - all'inferno di una omologazione assoluta,
concepita come fine della diversità o fine del mondo). Al
lavoro di Naldini e in particolare alla sua ampia
"Cronistoria", una biografia nitida e aderente sotto
l'aspetto neutro della sequenza annalistica, spetta il merito di
ricondurre la vita di Pasolini al suo fervore quotidiano di
operosità, sincerità indifesa, amorosa pazienza pedagogica,
ristabilendo l'equilibrio rispetto alla necrofilia oratoria che
da tredici anni celebra nella figura del poeta assassinato il
simbolo del Perseguitato e del Testimone. Con tocchi lievi il
cronista-biografo riporta quell'atrocissimo 'fait divers' (la
definizione di Contini è ancora la più pertinente)
all'accidentalità di un troncamento brutale, di un massacro del
resto esattamente previsto dalla vittima: facile profezia per un
"gattaccio" in giro di notte "in cerca
d'amore" ("Poesie mondane" in "Poesia in
forma di rosa").
L'epistolario documenta la continuità di una vita portata ogni
giorno (ogni notte) al rischio dello strappo e del vuoto, ma
capace di ritessere ogni giorno il suo impegno di lavoro e di
affetti. Lo strappo e il vuoto eccessi intollerabili del
vissuto, trovano spazio solo nell'opera letteraria e nei film,
dalle "Ceneri di Gramsci" a "Salò", come
figure della diversità. Le lettere, al contrario, tendono
prevalentemente a contenere la tensione entro una zona
funzionale di servizio, sia pure attraversata dalla furia di una
prodigiosa attività produttiva: documenti di una vita ferita
alle radici dal pubblico abominio della diversità, dal
conformismo borghese ferocemente ottuso dell'età della guerra
fredda e dall'esperienza amara della miseria, ma visitata in
compenso dalla felicità del suo stesso essere diversa e, non
tardivamente, dal successo. Se si eccettuano le lettere
giovanili dal Friuli, ancora coinvolte nell'identità di vita e
opera, il luogo dell'epistolario è propriamente quello della
mediazione, una pratica sempre più rarefatta dopo il diradarsi
della corrispondenza con gli amici di "Officina" verso
la metà degli anni '60. Di anno in anno questa pratica appare
sempre più delegata ai rapporti diretti (il telefono, la
frequentazione degli amici romani) e alla organizzazione tecnica
del lavoro (le segreterie delle case cinematografiche oltre alla
segreteria privata tenuta dal padre e poi dalla cugina Gabriella
Chiarcossi). Nell'ambito della sua funzionalità l'epistolario
romano può raccogliere le cautele prudenziali dei rapporti con
Livio Garzanti e, nel maggio-giugno 1968, anche la preghiera -
legittima, perché no? e assolutamente dignitosa - rivolta a
sodali del lavoro letterario, di non dimenticare
"Teorema" al momento del suffragio per il premio
Strega. Mancano, è vero, ancora non disponibili, le lettere a
Maria Callas, che forse potrebbero spostare in una direzione più
intima il tono prevalente della corrispondenza nell'ultimo
decennio.
La scansione delle abiure che inserisce un vuoto d'essere nel
processo storico tra "Le ceneri di Gramsci", il
"Poema per un verso di Shakespeare" e l'"Abiura
dalla Trilogia della vita", segna l'emergenza di una
"anarchia apocalittica" (intervista a "La
Stampa", 27 luglio 1971) che è propria dell'opera e ha
solo pochi riflessi nelle lettere. All'epistolario non
appartiene l'idea della rottura e della fine. L'epistolario
attesta che al mondo finito Pasolini avrebbe continuato ad
affidare i lavori letterari e cinematografici in cantiere al
momento della morte. L'ultima lettera, diretta a Gianni Scalia,
vuol essere, pur nella confessione di una crisi di astrazione e
assenza ("Sono nel vuoto, in un vuoto quasi accademico o da
ospedale psichiatrico"), il progetto di un lavoro comune,
la traduzione dell'ideologia "corsara" e
"luterana" nel linguaggio dell'economia politica, da
pubblicare su "Nuovi Argomenti" e sul "Corriere
della Sera". Soltanto due giorni prima della morte, a
Stoccolma, in una dedica quasi in versi al suo traduttore
svedese, troviamo un cenno di resa, riferibile al clima di
ripudio dei corpi amati proprio dell'"Abiura dalla Trilogia
della vita": "Con in cuore il filo di una vita (mia)
che non mi interessa più".
Sopravvive anche nelle lettere, immobile nel tempo tra il 1942 e
il '49, tra la pubblicazione delle "Poesie a Casarsa"
e lo "scandalo di Ramuscello" che costringerà
Pasolini ad abbandonare il Friuli, uno stato di favolosa
anteriorità, quasi una preistoria, in cui l'epistolario e
l'opera, la vita e la poesia, confondono ancora le proprie
linfe; uno stato in cui, secondo i termini affettuosi di una
lettera tarda a Sandro Penna (febbraio 1970), la "poesia
vissuta" e la "poesia scritta", "al di fuori
di ogni valore", convergono insieme nella "santità
del nulla". Paradiso di tale santità o perdizione è la
piccola patria letteraria del simbolismo felibrista, che già
nel '42 attira l'attenzione di Contini. Con questa patria di
elezione si identifica alle origini la diversità sessuale del
poeta, la cosa che l'intero suo sistema linguistico continuerà
a circoscrivere come fonte inesauribile del senso e che la
critica dovrà pur risolversi ad assumere come chiave
interpretativa.
Dell'origine, della sua profondità riconducibile al dato
naturale, il poeta, ancora immerso nel paesaggio friulano, è
precocemente consapevole: "le origini della mia poesia...
sono profondissime, ma... il conoscerle me le ha tolte di
mezzo" (A Franco Farolfi, 22 agosto 1945: il Farolfi è in
questi anni un corrispondente-detector). L'origine tolta, lo
sprofondamento del principio e del limite, spiegano la
tentazione di infinito a cui si espone nella stagione giovanile
di Casarsa la poesia in volgare e in lingua: "lo scrivere
in friulano è il mezzo che ho trovato per fissare una melodia
infinita, o il momento poetico in cui si sente l'infinito nel
soggetto" (A Franco De Gironcoli, 3 novembre 1945). È
questa la stagione illimitata dei vent'anni, protratta per quasi
un decennio, dove l'impressionismo lirico della 'mousa paidiké'
fa naufragio nell'indistinto soggetto-oggetto del paesaggio: una
struggente collana di paesaggi, magari fermata nella memoria
dalle luci 'fauves' dei bombardamenti; una effusione senza fine
che dagli abbozzi freschissimi dei "Quaderni rossi"
(inediti da cui Naldini estrae primizie di una sensualità
pervasiva e illimpidita), il giovane poeta travasa nelle lettere
e fa poi affluire entro l'esile struttura romanzesca
dell'autobiografia in "Atti impuri" e "Amado
mio". Il movimento è circolare: dalla registrazione
dell'esperienza esistenziale alla poesia e viceversa:
"Soltanto a vent'anni - scriverà Pasolini a un poeta
esordiente - la disperazione è così mescolata con la felicità,
il pudore con l'incontinenza. Le auguro giorni così
misti..." (A Elio Fiore, 3 aprile 1958).
Entro questi orizzonti paesani e infiniti (Rimbaud e Pascoli
assistono da lontano) il destino della diversità diventa
vocazione alla diversità assoluta della lingua poetica. Ma
identificare vita e poesia, spezzando il sigillo formale
dell'ermetismo senza introdurre concessioni sostanziali alla
sublimazione estetizzante, richiede la forza di una sincerità
drammatica. Deriva da questa scelta, già negli ultimi anni
dell'epistolario friulano, la confessione aperta della
omosessualità, con cui Pasolini dà avvio alla serie torbida e
risoluta dei suoi strip-teases morali: "La mia omosessualità
non è più un Altro dentro di me" (A Franco Farolfi,
settembre 1948); ma "come la libidine, anche la purezza è
inesauribile: si ricostituisce dentro per conto suo" (Allo
stesso, aprile 1954). La più intensa e sofferta di queste
confessioni è nelle lettere a Silvana Mauri, tra cui bellissima
è quella del 10 febbraio 1950: "non m'è n‚ mi sarà
sempre possibile parlare con pudore di me; e mi sarà invece
necessario spesso mettermi alla gogna, perché non voglio più
ingannare nessuno". Documenti che la critica più attenta,
interessata a scoprire il senso della diversità, non potrà
ignorare.
Negli anni friulani il rischio della estetizzazione del diverso
è evitato al limite grazie alla diversità ontologica della
poesia, il cui statuto non è separabile dal suo (hegeliano)
"carattere di passato". Si pensi a quello
straordinario libro di poesia morta, vale a dire di poesia in
lingua poetica, che è "L'usignolo della chiesa
cattolica", dove il "carattere di passato" si
configura come un passo indietro, come fedeltà all'ultima
grande stagione della poesia occidentale che è il simbolismo.
Fedeltà destinata a resistere anche quando Pasolini immetterà
nella lingua poetica l'alluvione dei linguaggi ideologici e
giornalistici, istituendo una congerie non estranea al
neoespressionismo e neodadaismo dei contemporanei 'beats'
americani e alla loro pratica del poemetto orale (significativa
a questo proposito la lettera al "Caro, angelico Ginsberg"
del 18 ottobre 1967). Distinguendosi di fatto con la propria
poesia incivile ("Poesie incivili" è il titolo della
sezione più tesa nella raccolta "La religione del mio
tempo") dall'antisimbolismo neovociano e civile di
"Officina", Pasolini non rinuncia a concepire in
termini antinomici il rapporto fra poesia e ideologia e ad
opporre la diversità alla dialettica, non cessa di evocare fra
gli estremi un intervallo di morte, il vuoto della storia. Nello
stesso tempo, con una polemica che l'epistolario registra in
prima urgenza, egli si mantiene saldamente al di qua della
svolta linguistica del fare arte: intendo la svolta che,
provocata dall'agitazionismo autoreferenziale dei linguaggi
neoavanguardistici, esita tra il nuovo surrealismo ideologico
della morte del soggetto (Sanguineti) e le intimidazioni
scientifiche dello strutturalismo semiotico (a cui lo stesso
Pasolini, teorico a Pesaro della lingua cinematografica, si
dimostrerà sensibile, ma affondando ostinate radici nell'idea
radicalmente antisemiotica di una "lingua della realtà").
Nell'ottobre del '49 lo "scandalo di Ramuscello", di
cui Naldini chiarisce i limiti con discrezione non reticente,
confermando la versione della lettera amara inviata da Pasolini
il 31 ottobre a Ferdinando Mautino, è il trauma che spezza
l'epistolario in due parti, quella del mito friulano e quella più
ampia ma più indiretta dell'esilio romano e
dell'amministrazione professionale. Da questo momento
l'epistolario comincia a perdere il suo carattere di confessione
e di effusione lirica. La scelta del poeta è quella coraggiosa
della vita in pubblico, tutta quanta esposta nelle opere. Il
soggettivismo infinito del paesaggio friulano si rovescia in una
ricerca di oggettività violenta e totale, nella presenza del
diverso come realtà della differenza, irriducibile ai processi
omologanti del nuovo capitalismo.
L'epistolario registra ancora qualche momento più intimo: la
morte del padre e la pietà per il suo sciopero della vita (A
Franco Fortini, giugno 1958); l'autoritratto come di staffato
che solo la Grazia potrebbe salvare (A Don Giovanni Rossi, 27
dicembre 1964); il grido di dolore per Ninetto che si sposa (A
Paolo Volponi, agosto 1971); una dichiarazione di dura e
accanita accettazione del destino: "io andrò avanti come
un matto fino alla fine... alla. fine avremo salvata una vita di
perduti" (A Andrea Zanzotto, 29 ottobre 1964). Ma
l'interesse più acuto è offerto, tra il '55 e il '64, dal
colloquio con gli amici bolognesi di "Officina" e con
Franco Fortini: e ciò non tanto per quel poco di nuovo che
riguardo ai conflitti redazionali le lettere rivelano rispetto
al saggio esauriente pubblicato da Gian Carlo Ferretti nel '77,
ma in particolare per l'atteggiamento di immediata anche se
addolcita repulsione che Pasolini non nasconde di fronte al
rigido moralismo ideologico di Leonetti, Roversi e Fortini.
L'intelligenza critica di Fortini lo affascina fino alla
introiezione: "io tengo sempre presente nel mio fare la tua
intelligenza" (ivi); ma non può accettare l'intimidazione
moralistica che la accompagna e la conseguente accusa di irrealtà.
Nel gennaio del '66 la corrispondenza fra i due si esaurisce.
Fortini si prenderà una rivincita postuma nel '77, collaborando
con implicito e scontroso dissenso al clima intollerabilmente
eroicizzante del volume garzantiano "Pasolini: cronaca
giudiziaria, persecuzione, morte".
La lettura dell'epistolario conferma che non è lecito lasciare
inascoltata la protesta del poeta contro i tentativi di
bloccarlo entro la gabbia delle sue fissazioni inconsce, della
sua impotenza a risolvere le antinomie nella mediazione
dialettica.
L'intera sua opera può essere interpretata come contestazione
della dialettica, condotta in nome di una diversità che si fa
differenza e come tale si colloca non alle origini, in un male
insondabile, bensì alla fine, nel punto terminale in cui la
natura riemerge per mettere in crisi la storia. In breve, il
problema non è di scoprire in che consista la malattia di
Pasolini. Lui lo sapeva prima dei suoi critici. "La mia
malattia - scrive a Silvana Mauri nel marzo 1949 - consiste nel
'non mutare''' (il corsivo è suo). Il problema è di capire che
cosa ha fatto della sua malattia, o meglio - detto nei termini
della lettera a un giovane laureando citata più sopra - quale
realtà ha aggiunto alla realtà.
recensione
di Bonfiglioli, P., L'Indice 1988, n. 8
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