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E' morto,
sempre nella sua Firenze, il 28 febbraio 2005 proprio nell’era
della globalizzazione e della standardizzazione artistica e di
pensiero che lui tanto aborrava. Questo che sto
scrivendo vuole essere oltre che un omaggio ad un grande artista, un
semplice ricordo da parte del "Rhymers’ Club" ad uno dei
fondatori dell'ermetismo italiano, nonché uno dei maggiori poeti
contemporanei.
I suoi esordi
letterari risalgono agli anni prima della guerra, quando comincia a
frequentare altri giovani poeti tra i quali Bigongiari, Parrochi e
Bo e collabora a riviste d'avanguardia come "Frontespizio"
e "Campo di Marte".
Nel concreto, questo fondamentale aspetto della poesia di Luzi si
traduce, almeno inizialmente, in liriche che si rifanno al
simbolismo del suo maestro Mallarmé.
Il periodo migliore della poesia di Luzi rimane, a mio avviso,
quello che si apre con la raccolta Primizie del deserto dei
primi anni Cinquanta. Ciò che prima era posa, languore,
compiacimento, diventa esperienza esistenziale. Troviamo
un'inquietudine profonda che si traduce con la presenza di paesaggi
tetri ed aspri e nella ricerca di un invisibile ponte tra essere e
divenire, mutamento e identità, tempo ed eternità, nell'incerta
speranza che questo possa in qualche modo lenire il trascinarsi
della vita.
Recentemente Luzi modificò radicalmente il suo stile. Il verso era
diventato prosastico, i contenuti erano orientati verso le memorie
dell’adolescenza e colmi degli ambienti della quotidianità urbana
e di paesaggi esotici.
Quella di Mario
Luzi resta, comunque, una poesia d'elezione, la "certezza dell’essenza
spirituale dell’universo" come la definì Franco Fortini,
poeta ed amico.
Buon viaggio,
Mario.
Alcune
poesie di "Marietto" …
FIUME
DA FIUME - ALLA
VITA - L'IMMENSITA'
DELL'ATTIMO - INFRAPENSIERI
NELLA NOTTE - PADRE
DEI PADRI

FIUME
DA FIUME
Si pasce di sè il
fiume, bruca
serpeggiando
le sue
quasi
essiccate sgorature,
visita
le sue
quasi aride
pozzanghere,
si trascina ai suoi gi… putridi ristagni
finch‚ poco più oltre
un poco lo confortano
misteriosi trasudamenti,
lo irrorano frescure,
umori, vene
dal più profondo
del suo cuore sotterraneo
ed eccolo
rinasce esso dalle secche,
ora, si lascia dietro la sassaia
della sua quasi estinzione
per il suo nuovo cammino -
si muove verso se stesso il fiume,
si sposta dentro il suo cangiante bruco
ed entra, fiume nuovo
uscito dalle sue ceneri
nei luoghi dove opera
la
primavera
e non c'è
fiore né gemma, non c'è ancora
ma c'è quella radiosa incandescenza
di luce e opacità nel bianco dell'aria,
c'è, ed ecco si diffonde, quella trepidante animula
e quel chiaro sopra la linea degli alberi,
quel già più festoso scintillamento delle acque.
C'è tutto "quello". E c'è
lui fiume,
ne vibra intimamente
il senso. C'è questo, c'è prodigiosamente.
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ALLA
VITA
Amici ci aspetta
una barca e dondola
nella luce ove il cielo s'inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d'Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca
si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d'aspettare l'avvenire.
Nelle stanze la
voce materna
senza origine, senza profondità s'alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.
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L’IMMENSITA’
DELL’ATTIMO
Quando tra estreme
ombre profonda
in aperti paesi l'estate
rapisce il canto agli armenti
e la memoria dei pastori e ovunque tace
la segreta alacrità delle specie,
i nascituri avallano
nella dolce volontà delle madri
e preme i rami dei colli e le pianure
aride il progressivo esser dei frutti.
Sulla terra accadono senza luogo
senza perché le indelebili
verità, in quel soffio ove affondan
leggere il peso le fronde
le navi inclinano il fianco
e l'ansia de' naviganti a strane coste,
il suono d'ogni voce
perde sé nel suo grembo, al mare al vento.
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INFRAPENSIERI
NELLA NOTTE
Il sonno, il nero
fiume -
v'immerge la sua tempra
per il fuoco dell'aurora
che lo avvamperà, lo spera,
l'indomani -
Sono oscuri
il turchese ed il carminio
nei vasi e nelle ciotole,
li prende
la notte nel suo grembo,
li accomuna a tutta la materia.
Saranno - il pensiero lo tortura
un attimo, lo allarma -
pronti alla chiamata
quando ai vetri si presenta
in avanscoperta l'alba e, dopo,
quando irrompe
e sfolgora sotto la navata
il pieno giorno -
hanno
incerta come lui la sorte
i colori o il risveglio
per loro non è in forse,
la luce non li inganna,
non li tradisce? E stanno
nella materia
o sono
nell'anima i colori? -
divaga
o entra nel vivo
la sua mente
nella pausa
della notte che comincia -
smarrisce
e ritrova i filamenti
dell'arte, della giornata...
Esce
insieme ai lapislazzuli
l'oro dal suo forziere, sì,
ma incerto
il miracolo ritarda,
la sua trasmutazione
in luce, in radiosità
gli sarà data piena? Avrà
lui grazia sufficiente
a quella spiritualissima alchimia?
Si addorme,
s'inabissa,
è sciocco,
lo sente,
quel pensiero, è perfida quell'ansia.
Chi è lui? Tutto gioca con tutto
nella universale danza.
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PADRE
DEI PADRI
Questi erano i
patti,
altri
forse in allegria
per pura amicizia
ovvero
per un grano
ancora celeste
di celeste libertà
riposto nel cuore
li avevano
in un tempo
ancora indiviso
dall'eternità
quei patti
immemorabilmente stretti
noncuranti di nominarli
di dirli, di dettarli
ed essi come nuvole
nel mezzogiorno dei monti
riposavano in sé
così si trasmettevano
così operavano essi di età in età...
E ora che cosa non
sanno, che cosa non ricordano
questi che
ripetono
nella loro oscurità di posteri
imprecando
la lunga traversata del loro esodo -
miglia e miglia,
afa
e quel nerore
su tutta l'affocata linea delle dune,
sparse ossa
raffioranti, semisepolti
rottami
rosi da sale e ruggine:
testimoni? - Sì, potrebbero
veramente esserlo
testimoni, e non solo morti segni
che qui furono tutti
fatti una sola polvere
i codici, i rescritti
e anche quei profondi
indicibili regolamenti
sconciato ogni decalogo
derisa
vecchia e nuova alleanza
e il sangue del loro preziosissimo sigillo.
Per libidine
di sangue (li vorrei
consci di questo):
buio sangue
da scolatoio di macelli
dove tutto defluisse, tutto si disfacesse.
Per quella libidine.
Che cosa non
ricordano, che cosa non sanno?
li stringe il tempo
fedifrago, li pesta nel mortaio
della sua
sanguinosa nullità
ma ha
talvolta
ritorni procellosi
la mente a se medesima
rientri
atroci
dalla sua contumacia
abominevole...
E sussultano essi,
che cosa li rimorde?
c'è oblio o c'è ignoranza
- e di cosa - in quella spina?
Si dibatte
contro un'oscura dimenticanza,
si aguzza e si tortura
la mente
per un'impossibile chiarezza
e intanto
li accusa un quid,
li incolpa
un'ignominia
occulta, un'infedeltà...
ai patti - quali
erano quei numinosi patti?
Ne portano
essi solo l'ombra
e il cruccio di un tradimento...
Davvero nessuno parla?
Tace nel silenzio
delle sue lontane rocce
l'antica parleria -
o il silenzio
è nostro, e non più lacuna,
ora, di parola
ma annullamento
e cenere da cui tutto risorgerà?
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