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Fin
dal 1963 Pasolini aveva immaginato di girare un film sulle trasformazioni in
atto nell’Africa contemporanea, quando, con la scrittura della
sceneggiatura di Il padre selvaggio, descriveva la dilacerazione
della coscienza di un giovane africano, cresciuto nell’alveo della sua
tribù, nella foresta, il quale veniva a contatto, attraverso l’amicizia
con il suo insegnante di scuola, con un’idea razionale e “moderna” del
mondo. Ma ora, alle soglia degli anni Settanta, l’Africa è già cambiata,
e si può dire che in parte ha già mutato il suo volto, occidalizzandosi.
Mentre
sta girando Porcile, al termine delle riprese sull’Etna
dell’episodio cannibalesco, Pasolini, in una pausa tra un’udienza e
l’altra del processo per Teorema, realizza un altro taccuino per
immagini del suo "Poema sul Terzo Mondo", quello da cui l’intero
progetto ha avuto origine: la trasposizione dell’Orestiade di Eschilo
nell’Africa contemporanea. Da Appunti per un film sull’India è
ormai passato un anno, e ne sono passati due dalla scrittura della tragedia
in versi Pilade. In quest’ultima Pasolini, attraverso la storia
dell’amico di Oreste, poi divenuto suo antagonista politico, descriveva il
tentativo, votato al fallimento, di usare rivoluzionariamente la tradizione,
di contaminare la totalitaria ragione “democratica” di Oreste con il
recupero della sacralità, dell’irrazionalità, della capacità poetica di
rispondere alle domande sul mondo attraverso l’immaginazione e
l’emozione violenta, patrimonio tradizionale delle oscure divinità delle
Erinni. Appunti per un’Orestiade africana, in qualche modo,
riflette questo stesso conflitto, il quale viene ora focalizzato nel
traumatico passaggio alla “democrazia formale” (dunque non democrazia
“di fatto”) dei paesi dell’Africa moderna.
Ma
più che un singolo paese o una determinata classe di persone, il vero
protagonista di questo film è la condizione dell’umanità “nera” di
ogni paese e di ogni classe, umanità che nell’immaginario collettivo
occidentale è identificata con la primitività dell’uomo, con la
connotazione atavica e ancestrale della società tribale, con la poesia
innata della sacralità: umanità nera che trova nell’Africa una comune
madre antica, confrontabile nel senso del sacro e del furore tragico
all’antica Grecia madre dell’Occidente.
Per
l’Orestiade africana, della trilogia di Eschilo diviene
fondamentale, per la sua allusività politica, la terza parte, in cui le
Erinni, “dee del momento animale nell’uomo”, la cui arma di giustizia
è la strage e la vendetta, vengono trasformate, per intervento di Atena,
dea della giustizia, in Eumenidi, e costrette a dar vita alla prima forma di
democrazia possibile, quella del Tribunale. La funzione di Oreste il
liberatore, dunque, che torna in patria per uccidere l’usurpatore Egisto e
la madre traditrice Clitemnestra, è quella di portare le forze irrazionali
che governano la sua gente a confrontarsi con la razionalità organizzativa
che nasce, come esigenza, dal trauma della liberazione. Nella figura di
Oreste si riflette così la condizione di quella giovane élite
intellettuale africana che si è formata all’estero, sul modello di studio
anglosassone o francese, che torna in patria a fare la rivoluzione, e che può
salvare l’identità del proprio popolo solo attraverso l’adozione di
quegli strumenti politici che appartengono, in tutto e per tutto, agli
usurpatori di cui ci si è liberati.
Atena,
il concetto di giustizia equa, è la personificazione divina della
razionalità, e nel dramma Oreste ottiene che Ie Erinni non lo uccidano per
il pur sacrosanto delitto di cui si è macchiato solo promettendo che Argo,
la città paterna, la città del barbaro capotribù Agamennone, diverrà
simile ad Atene, la culla della democrazia. In questa insanabile
contraddizione, destinata a concludersi con la sconfitta della poetica
primordialità delle società tribali, si incunea lo sguardo metaforico del
regista, che istituisce continue analogie tra la propria idea dell’Africa
e la violenta vicenda di Oreste.
Nelle
immagini in 16 millimetri in bianco e nero rubate dalla Arriflex a spalla di
Pasolini in Tanzania, Uganda e Tanganika, vengono messi a confronto gli
aspetti ibridi delle società africane, a cavallo tra l’arcaismo locale e
la contaminazione consumistica occidentale (le torride cittadine appena
nate, con i negozi semivuoti, e i mercati sferzati da un sole atroce e
violento), e quella imperturbabile felicità della vita (simile alla
“umanità fondamentale” di Maracchione in Porcile) che si
riflette nei volti degli africani, perduti nelle faticose e millenarie
attività quotidiane all’interno dei loro villaggi di paglia e fango come
per le strade enormi e deserte delle città, volti sconosciuti che
“sorridono, e pare che non sappiano far altro che ridere e accettare la
vita come una festa”.
Da
una parte, dunque, la crudezza dei fatti, le atrocità delle guerre tribali,
la dignitosa povertà dei mezzi di sopravvivenza, le contraddittorie
stratificazioni culturali, la pienezza delle credenze e delle tradizioni
religiose: uno sguardo antropologico, partecipe ma distaccato, sugli
epifenomeni di una realtà ancora una volta difficile da decifrare nei suoi
processi di trasformazione e di contaminazione culturale. Dall’altra, lo
sguardo trasfigurante del poeta, che intravede in ogni angolo, in ogni
volto, in ogni oggetto e in ogni danza i segni tangibili dello sua
trasposizione poetica: le radici mostruose di enormi alberi della savana
accompagnate dallo stormire delle fronde sferzate dal vento, possono
diventare le Erinni infuriate; la guerra civile in Biafra può adombrare la
guerra di Troia contro Atene; l’atroce fucilazione di un ribelle può
richiamare la barbara uccisione di Agamennone, la danza rituale delle donne
Wa-gogo del Tanganika la trasformazione delle Erinni in Eumenidi. In tutti
questi momenti, come accade nella sequenza iniziale, in cui Pasolini
riprende se stesso riflesso nella vetrina di una libreria universitaria di
Kampala, l’Africa da realtà osservata si fa materiale spirituale,
proiezione dell’io poetico (occidentale) che la inquadra, e regredisce da
neoeletto luogo delle Eumenidi a irrefrenabile fucina di forze
incontrollabili e viscerali, al mondo dell’immaginazione panica e
dell’incertezza esistenziale delle Erinni.
Se
l’Africa, attrice inconsapevole, Erinni del nostro immaginario
occidentale, fornisce le immagini con la sua torbida quotidianità, le
parole di Eschilo sono invece affidate al canto jazz dei neri d’America
Archie Savage e Ivonne Murray, che improvvisano nelle sale del Folkstudio di
Roma una Jam-session sulle parole della tragedia con il gruppo di Gato
Barbieri: la funzione del coro e quella del verso vengono così unificate da
un un canto libero, irrazionale, ma moderno, a metà strada tra il
razionalismo sonoro bianco e l’improvvisazione “blues” degli schiavi
neri; un canto angoscioso e liberatorio al tempo stesso: il canto
dell’Africa occidentalizzata.
L’unica
sequenza “fictional” della tragedia, girata da Pasolini con improvvisati
attori Iocali, è quella dell’incontro di Elettra e Oreste sulla tomba del
padre Agamennone, dell’arduo riconoscimento reciproco tra la civiltà
tribale (Elettra) e l’africanità razionalizzata (Oreste), che decidono di
vendicare l’Africa-Agamennone dall’usurpazione occidentale.
Queste
sequenze vengono mostrate poi nel 1970 ad un gruppo di studenti africani
dell’Università di Roma, e analizzate insieme al regista: comincia così
il film nel film, la reazione dei tanti Oresti-studenti africani in Italia,
che si trasformano però nel tribunale delle Eumenidi, e vengono chiamati a
giudicare la giustezza dell’analogia pasolinana: Oreste, in questo caso,
è Pasolini stesso, è lo sforzo di razionalizzare dei processi ancora in
atto, anche se attraverso lo spirito “poetico” e non quello
documentaristico.
Uno
studente spiega che la vita interiore dell’africano è tale che,
probabilmente, le Erinni conviveranno sempre con le Eumenidi, l’elemento
della credenza e della suggestione pre-civile resterà sempre, come mondo
delle emozioni, intatto dall’assolutezza della razionalità.
Non
c’è conclusione, in questi Appunti. La stenta voce del regista fuori
campo ci dice che la conclusione è sospesa. Sospesa come lo spirito del
contadino africano che zappa sotto il sole, nelle immagini finali; nel suo
lavoro, nella sua lentezza, nella sua pazienza senza retorica, è forse
racchiusa una risposta alle domande poste dal regista, vi è forse, in
germe, l’aspetto di quello che sarà l’Africa libera, ipotesi lontana,
inimmaginabile, la cui attuazione è lenta, come è lenta la vita.
[Scheda
tratta da "Pier Paolo Pasolini" di Serafino Murri, ed. Il
Castoro].
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