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Trent'anni
senza Pasolini
di
Gianni D'Elia
Da
L’eresia di Pasolini (Effigie, 2005)
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Se
ci si chiede quale sia la vera novità della poesia di Pasolini, si può
rispondere che l’autore de Le ceneri di Gramsci porta nella
poesia italiana lo sguardo del cinema e del viaggio. Tutte le sue poesie
sono lunghe carrellate visive e meditative, all’aria aperta e dentro i
margini delle città, dei paesaggi.
Si
cammina e si pensa, si va in macchina e in treno, il corpo vivo abita la
scena, descritta in presenza nei versi, con attacchi proustiani, sempre
legati alle sensazioni (per lo più olfattive, auditive) della memoria.
L’altra
novità è metrica. Pasolini ha dato (vale ripeterlo) al marxismo eretico
una metrica dell’ossimoro, della contraddizione, dell’apertura:
"la sua natura, non la sua / coscienza; è la forza originaria".
La sintassi ci dice che la forza originaria è la natura del popolo; ma il
verso isolato recita che la "coscienza è la forza originaria".
E tutti e due i sensi valgono, compresenti, picchi di aporia
metrico-filosofica.
Dunque,
l’attenzione va spostata sullo spasmo narrativo, e sul modo particolare
di funzionamento della musica
semantica: dalle forme chiuse della quartina friulana e delle terzine
degli anni Cinquanta si passerà a una scrittura più sfrangiata, libera,
che però non perderà mai la qualità del canto concettuale, della
necessità prosodica. Insomma, se la tradizione è attraversata, lo è per
aderenza al vero, che parla da quella spaccatura: corpo/storia,
sintassi/metro, senso/rima. Pasolini è soprattutto un poeta, lo
straordinario poeta di un corpo metrico inaudito, da scoprire.
La
morte di Pasolini ha iniziato per l’opera una nuova vita, che ha avuto
un destino opposto nei suoi due bracci complementari: il letterario e il
politico. Dunque, si può legittimamente sentire la morte di Pasolini come
un inizio, e non come una fine, anche se questo accade di solito per altri
autori, magari corridori d’automobili e campioni sportivi. Tanto più l’opera
poetica di Pasolini è stata massacrata dalla critica nostrana,
sia da quella del
Grande Stile sia da quella della Neoavanguardia, tanto più il suo cinema
si è imposto a livello
mondiale; con la stessa forza, il suo messaggio politico è passato nella
terminologia comune: il Palazzo, la mutazione antropologica, il Processo,
il Romanzo delle Stragi…
Pasolini,
a rileggerlo, parla a noi contemporanei, italiani, nati nel dopoguerra,
con un accento di disperazione e di esagerazione, che già fu di Leopardi.
È un critico negativo, ma la sua speranza è appunto ermeneutica, perché
in certe fasi la vera utopia è la critica senza speranza, che riparte dal
vero. Siamo nella linea della Ginestra (che andrebbe intrecciata
con l’Ulivo), del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani,
là dove nasce la poesia civile di sinistra, globale, nella critica
antropologica inaugurata a vero oggetto della poesia futura.
Questa
critica poetica (o sentimentale) potrebbe servire molto a una nuova
politica: da Leopardi a Pasolini passa un grande pensiero laico e
rivoluzionario: una ginestra dimenticata e soppressa.
Da
quel 2 novembre 1975, quando fu massacrato all’Idroscalo di Ostia, sono
passati quasi sei lustri, che ancora non bastano a chiarire le circostanze
di quel delitto, per il quale dobbiamo accontentarci di un reo confesso,
in mezzo a mille sospetti e certezze ulteriori. Pasolini l’aveva scritto
in anticipo: diranno che si tratta di una morte omosessuale, mentre sarà
la morte di un oppositore, truccata da cronaca nera. Come altri delitti
italiani, da Calabresi a Moro, anche quello di Pasolini resta un omicidio
con molte ombre politiche e giudiziarie, inserendosi nella catena delle
stragi e delle oscure manovre di quegli anni cruciali.
Quella
morte ebbe un grande peso politico: cancellare l’unica voce
rivoluzionaria che era rimasta a gridare in Italia, fuori da ogni logica
di partito o gruppetto. Una voce che si proponeva un comunismo in prima
persona, una critica dissidente e una contestazione di gran parte della
Sinistra, che si era arresa alla nuova ideologia dell’economia politica
dominante, consumistica. Memoria dell’autentico, contestazione dell’inautentico,
in nome della poesia umana.
Ridate
agli italiani la verità del passato: è questo il peso che Pasolini ci ha
trasmesso attraverso la sua morte politica e incivile: un peso che cresce
col tempo, dentro il vecchio romanzo delle stragi, nell’ultim’ora.
Dunque,
secondo la ritrattazione di Pino Pelosi in televisione (7 maggio 2005), l’omicidio
di Pasolini è stato un atto premeditato e politico, non un delitto
omosessuale, compiuto da più sicari.
Ricomincia
la ricerca dei veri colpevoli e dei mandanti, dei ricattatori che hanno
imposto il silenzio e la
menzogna
per trent’anni.
Secondo
il giudice Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei, depositando
una sentenza di archiviazione nel 2003, le carte di Petrolio appaiono
come fonti credibili di una storia vera del potere economico-politico e
dei suoi legami con le varie fasi dello stragismo italiano fascista e di
stato. In particolare, acquisiti agli atti, tutti i vari frammenti sull’"Impero
dei Troya" (da pagina 94 a pagina 118), compreso il capitolo mancante
Lampi sull’Eni, che dall’omicidio ipotizzato di Mattei guida al
regime di Eugenio Cefis, ai "fondi neri", alle stragi dal 1969
al 1980, e ora sappiamo fino a Tangentopoli, all’Enimont, alla madre di
tutte le tangenti. Troya è Cefis, nel romanzo, dal passato antifascista
macchiato, e dunque ricattabile.
Calia
ha scoperto un libro, che è la fonte di Pasolini, un libro nato dai
veleni interni all’ente petrolifero nazionale, pubblicato nel 1972 da
una strana agenzia giornalistica (Ami), a cura di un fittizio Giorgio
Staimetz: Questo è Cefis (L’altra faccia dell’onorato presidente),
morto nel maggio 2004.
Pasolini
ne riporta interi brani, ne rifà la parafrasi. Forse, aveva capito troppe
cose. Il lavoro di Calia è agli atti: il mandante possibile è in Petrolio.
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