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Non
ho conosciuto Pasolini, e questo mi salva da qualsiasi facile
glorificazione postuma. Morto lui, non è certo morta la letteratura da
lui prodotta, che ancora oggi ( o forse soprattutto oggi?) esercita un
fascino e un interesse notevoli.
"Comunista
sentimentale", come ebbe a definirlo Alberto Moravia, Pasolini aveva
per i deboli, gli oppressi, gli emarginati, i poveri "borgatari",
un’empatia totale, tanto da farli divenire gli (anti)eroi protagonisti
dei suoi romanzi, dei suoi film, delle sue poesie. E qui il ricordo va
immediatamente a personaggi indimenticabili come Accattone (del film
omonimo), di Stracci, disgraziato protagonista di La ricotta (il
film artisticamente più bello di Pier Paolo, che, ingiustamente accusato
di vilipendio alla religione cattolica, tanti guai avrebbe procurato al
regista), di Ettore in Mamma Roma, film magnificamente interpretato
da Anna Magnani. E come non ricordare, tra la folla dei giovani
sottoproletari romani, personaggi come Riccetto, il Caciotta, il Begalone,
Alduccio e altri che popolano Ragazzi di vita, il romanzo più
celebre di Pasolini? Mosse da esigenze primordiali, questi "ragazzi
di vita" sciamano dalle borgate della Roma anni Cinquanta verso il
centro, in un itinerario picaresco fatto di molteplici incontri e
spericolate avventure tragicomiche, alternando una violenza gratuita a una
generosità imprevedibile: Riccetto salva una rondine che stava per
annegare ma non potrà far nulla dinanzi al piccolo Genesio travolto dalla
corrente dell’Aniene.
Certo
oggi ci appare lontana l’utopistica visione pasoliniana che voleva
trovare il primitivo nel povero, come a suo tempo aveva identificato il
protocristiano nel sottoproletariato. Pasolini entra in crisi proprio
quando si rende conto che i suoi "borgatari" accettavano il
"boom" economico e una scala di valori basata sul consumismo. A
questo punto egli stesso si rende conto che cade la sua utopia del
sottoproletariato che salva il mondo. Per Pasolini l’Utopia coincideva
con la Purezza. Ma molte sue teorie, p.e. sul cinema, sulla lingua e il
dialetto, sull’omologazione culturale (da lui intuita ben più di trent’anni
fa) restano valide e attuali.
Ma
Pasolini, che non aveva paura di dichiararsi omosessuale - condizione che
gli sarebbe stata rinfacciata meschinamente e offensivamente in tante
occasioni - non è stato solo il poeta e regista del sottoproletariato
romano. È stato anche uno dei critici letterari e di costume tra i pù
agguerriti che abbia avuto l’Italia moderna. I suoi saggi, i suoi
articoli giornalistici, i suoi interventi svariano nei più disparati
campi: dalla critica letteraria (si vedano le pagine tra le più valide
della critica militante italiana, raccolte nel volume Passione e
ideologia) a quella cinematografica (i saggi di eccezionale intuizione
critica contenuti in Empirismo eretico, volume, grazie a Ben Lawton,
ora disponibile anche in inglese), senza voler nemmeno menzionare i
numerosissimi interventi usciti su giornali e riviste, e poi raccolti in
volumi come Scritti corsari, Il caos, Lettere luterane,
Descrizioni di descrizioni.
Intellettuale
scomodo, Pasolini aveva un’intelligenza prensile e una sensibilità
straordinaria. Non poche delle sue intuizioni – lo so che è stato già
detto , ma è verissimo - si sono poi rivelate profetiche. Eppure,
nonostante, fosse sempre al centro di dibattiti e controverse discussioni,
egli si sentiva - specialmente negli ultimi anni della sua vita - solo, e
dolorosamente staccato dalla vita e dalla storia a lui contemporanea , che
pure non si stancava, irriducibilmente, di analizzare e interrogare. Nello
scritto che inaugurava la rubrica Il caos nel settimanale "Il
Tempo", poi nel volume eponimo uscito postumo nel 1979, così
scriveva: "Io non sono un qualunquista, e non amo neanche quella che
(ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente, lo
sono con rabbia, dolore e umiliazione. Il mio non è qualunquismo né
indipendenza: è solitudine."
Ed
ora mi fa piacere, a conclusione di questa nota, riportare una poesia che
scrissi pensando a Pasolini, tanti anni fa. Compare nel mio libro di
poesie Ceres (Formia, Caramanica, 1996). Il primo verso di questo
testo (scritto a Monte Porzio nel gennaio del 1988) richiama, per pura
suggestione mimetica, un verso assai celebre di Pasolini che ognuno
riuscirà a identificare.
Solo
il bruciare vale
l’attizzarsi
dell’incendio
il
crepitio vario e feroce
il
suo inizio spavaldo, l’attimo
che
immediatamente precede
lo
scoppio, la fiamma, la vampa
improvvisa
dei sensi tutti.
Mi
dà noia e disgusto
il
rimanente, la grigia paccottiglia
la
fredda cenere senza orizzonte
il
nauseante disfacimento.
Penso
alla legna che c’è in cantina
quanta
ce n’è rimasta, quanta bisognerà
consumarne
nei prossimi giorni,
a
quanta energia in attesa
occorrerà
attingere volta per volta
perché
fiamma si rifaccia fiamma.
LUIGI
FONTANELLA
Stony
Brook, ottobre 2005
Nota
biografica
Luigi
Fontanella vive a Roma e a Long Island, New York, dove insegna letteratura
italiana presso la State University di New York. Tra i suoi ultimi libri: Azul
(Archinto, 2001), I racconti di Murano di Italo Svevo (Empiria,
2004), Pasolini rilegge Pasolini (Archinto, 2005). Dirige la
rivista di poesia Gradiva ed è presidente della IPA (Italian
Poetry in America).
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