OMAGGIO ai MAESTRI

Speciale Pier Paolo Pasolini

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"Solo il bruciare vale"

 

di Luigi Fontanella

 

Non ho conosciuto Pasolini, e questo mi salva da qualsiasi facile glorificazione postuma. Morto lui, non è certo morta la letteratura da lui prodotta, che ancora oggi ( o forse soprattutto oggi?) esercita un fascino e un interesse notevoli.

"Comunista sentimentale", come ebbe a definirlo Alberto Moravia, Pasolini aveva per i deboli, gli oppressi, gli emarginati, i poveri "borgatari", un’empatia totale, tanto da farli divenire gli (anti)eroi protagonisti dei suoi romanzi, dei suoi film, delle sue poesie. E qui il ricordo va immediatamente a personaggi indimenticabili come Accattone (del film omonimo), di Stracci, disgraziato protagonista di La ricotta (il film artisticamente più bello di Pier Paolo, che, ingiustamente accusato di vilipendio alla religione cattolica, tanti guai avrebbe procurato al regista), di Ettore in Mamma Roma, film magnificamente interpretato da Anna Magnani. E come non ricordare, tra la folla dei giovani sottoproletari romani, personaggi come Riccetto, il Caciotta, il Begalone, Alduccio e altri che popolano Ragazzi di vita, il romanzo più celebre di Pasolini? Mosse da esigenze primordiali, questi "ragazzi di vita" sciamano dalle borgate della Roma anni Cinquanta verso il centro, in un itinerario picaresco fatto di molteplici incontri e spericolate avventure tragicomiche, alternando una violenza gratuita a una generosità imprevedibile: Riccetto salva una rondine che stava per annegare ma non potrà far nulla dinanzi al piccolo Genesio travolto dalla corrente dell’Aniene.

Certo oggi ci appare lontana l’utopistica visione pasoliniana che voleva trovare il primitivo nel povero, come a suo tempo aveva identificato il protocristiano nel sottoproletariato. Pasolini entra in crisi proprio quando si rende conto che i suoi "borgatari" accettavano il "boom" economico e una scala di valori basata sul consumismo. A questo punto egli stesso si rende conto che cade la sua utopia del sottoproletariato che salva il mondo. Per Pasolini l’Utopia coincideva con la Purezza. Ma molte sue teorie, p.e. sul cinema, sulla lingua e il dialetto, sull’omologazione culturale (da lui intuita ben più di trent’anni fa) restano valide e attuali.

Ma Pasolini, che non aveva paura di dichiararsi omosessuale - condizione che gli sarebbe stata rinfacciata meschinamente e offensivamente in tante occasioni - non è stato solo il poeta e regista del sottoproletariato romano. È stato anche uno dei critici letterari e di costume tra i pù agguerriti che abbia avuto l’Italia moderna. I suoi saggi, i suoi articoli giornalistici, i suoi interventi svariano nei più disparati campi: dalla critica letteraria (si vedano le pagine tra le più valide della critica militante italiana, raccolte nel volume Passione e ideologia) a quella cinematografica (i saggi di eccezionale intuizione critica contenuti in Empirismo eretico, volume, grazie a Ben Lawton, ora disponibile anche in inglese), senza voler nemmeno menzionare i numerosissimi interventi usciti su giornali e riviste, e poi raccolti in volumi come Scritti corsari, Il caos, Lettere luterane, Descrizioni di descrizioni.

Intellettuale scomodo, Pasolini aveva un’intelligenza prensile e una sensibilità straordinaria. Non poche delle sue intuizioni – lo so che è stato già detto , ma è verissimo - si sono poi rivelate profetiche. Eppure, nonostante, fosse sempre al centro di dibattiti e controverse discussioni, egli si sentiva - specialmente negli ultimi anni della sua vita - solo, e dolorosamente staccato dalla vita e dalla storia a lui contemporanea , che pure non si stancava, irriducibilmente, di analizzare e interrogare. Nello scritto che inaugurava la rubrica Il caos nel settimanale "Il Tempo", poi nel volume eponimo uscito postumo nel 1979, così scriveva: "Io non sono un qualunquista, e non amo neanche quella che (ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente, lo sono con rabbia, dolore e umiliazione. Il mio non è qualunquismo né indipendenza: è solitudine."

Ed ora mi fa piacere, a conclusione di questa nota, riportare una poesia che scrissi pensando a Pasolini, tanti anni fa. Compare nel mio libro di poesie Ceres (Formia, Caramanica, 1996). Il primo verso di questo testo (scritto a Monte Porzio nel gennaio del 1988) richiama, per pura suggestione mimetica, un verso assai celebre di Pasolini che ognuno riuscirà a identificare.

 

 

Solo il bruciare vale

l’attizzarsi dell’incendio

il crepitio vario e feroce

il suo inizio spavaldo, l’attimo

che immediatamente precede

lo scoppio, la fiamma, la vampa

improvvisa dei sensi tutti.

Mi dà noia e disgusto

il rimanente, la grigia paccottiglia

la fredda cenere senza orizzonte

il nauseante disfacimento.

Penso alla legna che c’è in cantina

quanta ce n’è rimasta, quanta bisognerà

consumarne nei prossimi giorni,

a quanta energia in attesa

occorrerà attingere volta per volta

perché fiamma si rifaccia fiamma.

 

 

 

LUIGI FONTANELLA

Stony Brook, ottobre 2005

 

Nota biografica

Luigi Fontanella vive a Roma e a Long Island, New York, dove insegna letteratura italiana presso la State University di New York. Tra i suoi ultimi libri: Azul (Archinto, 2001), I racconti di Murano di Italo Svevo (Empiria, 2004), Pasolini rilegge Pasolini (Archinto, 2005). Dirige la rivista di poesia Gradiva ed è presidente della IPA (Italian Poetry in America).

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