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Petrolio
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"Ho iniziato un libro che mi impegnerà
per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però:
basti sapere che è una specie di summa di tutte le mie esperienze, di
tutte le mie memorie." PPP
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Al momento di leggere queste pagine il lettore è certamente già in
possesso di alcune informazioni. Sa per esempio che il romanzo è stato
scritto dal 1972 alla morte dell'autore, ma sa soprattutto che esso è
un frammento; colossale frammento di 547 pagine a stampa ma pur sempre
frammento. Sa anche che frammento non significa qui soltanto che manca
il finale (altro che finale! erano previste 2000 pagine complessive) ma
anche che mancano dei raccordi tra i frammenti presenti e che il loro
stadio di elaborazione è molto vario.
Ma forse occorre insistere su due cose. "Petrolio" voleva
essere un romanzo di frammenti. "Tali frammenti" dovevano
essere disposti "in paragrafi ordinati dal curatore". La
seconda cosa da ricordare è che Pasolini prevedeva un complesso gioco
autoriale. L'opera doveva essere finta come edizione critica di un testo
presente in più manoscritti, concordanti e discordanti, tanto autentici
quanto apocrifi. I frammenti dovevano essere legati da un curatore che
riempiva con materiale storico le vaste lacune del libro; il tutto,
peraltro senza arrivare a certezze, poiché "il carattere
frammentario dell'insieme fa sì che certi 'pezzi narrativi' siano in sé
perfetti, ma non si possa capire per esempio, se si tratta di fatti
reali di sogni o di congetture fatte da qualche personaggio". Di
tutto ciò non si è però realizzato nulla di nulla. Potrebbe pertanto
nascere la tentazione di vedere questo romanzo (per usare un'espressione
tanto in voga negli ultimi tempi) come il romanzo che non c'è. Per
fortuna è facile resistere a questa tentazione: il romanzo torse non c'è,
ma quel che c'è (comunque lo si voglia chiamare) è a tratti
entusiasmante e sempre interessante. Pasolini avrebbe voluto dare ancora
di più: uno sdoppiamento stilistico, una molteplicità di punti di
vista, una stratificazione di generi, una moltiplicazione di piani che
andasse di pari passo con la loro generale messa in discussione. Tutto
ciò sembra fosse intenzionato a mimare quello che ora si legge come
contenuto. Ma l'importanza di quel che c'è richiede che lo si giudichi
senza crollare sotto i rimpianti per quel che non c'è. È vero che non
sempre i frammenti sono sviluppati, non sempre sono riusciti; eppure ciò
conta meno dei risultati ottenuti, tale è il loro livello.
Per di più, nel lettore s'insinua un dubbio. Qualche cenno che vada
nella direzione di fondare quella molteplicità-sospensione che si
diceva, nel materiale rimasto c'è: si narra dello smarrimento di una
valigia con verbale e questo fatto pone il racconto nell'Ordine dell''illeggibile',
e la sua leggibilità è dunque artefatta... il mio dovere di scrittore
è quello di fondare ex novo la mia scrittura" e affrontare un
racconto in cui tutto sia "greve allegoria, quasi medioevale
(appunto illeggibile)" (p. 48). Il verbale smarrito (anzi rubato)
viene poi ritrovato insieme con una bibliotechina (il che offre
occasione per riprendere un così amato topos della letteratura moderna:
la descrizione di una biblioteca, pp. 86-87). Tuttavia questi spunti per
il progetto multistilistico ecc. non hanno un seguito. Non sembra dunque
che la volontà di Pasolini in questa direzione fosse molto forte; ha
trovato modo di scrivere tante cose per questo romanzo, niente però che
avesse a che fare con quel proposito. Resta l'ipotesi di uno stile da
realizzare in due tempi; non so quanto sia credibile. Allo stato
attuale, comunque, resta quella dichiarazione di volontà; allo stato
attuale (l'unico del quale possiamo giudicare) quella dichiarazione
rientra negli interventi autoriali e dunque nella dimensione
saggistico-giudicante, cioè in una delle dimensioni che compongono il
romanzo.
In quel che c'è, il libro vuole comunque essere molte cose. Innanzi
tutto uno spaccato politico-ideologico-culturale della sua epoca. Qui ci
viene incontro il Pasolini - affascinante e incredibile - che vede
l'inferno presente e crede in un paradiso perduto. È bene che il
lettore sia avvertito di un pregiudizio del recensore: con questo
Pasolini non riesco a conciliarmi; l'inferno mi pare sempre un po'
diverso da come lo vede lui e il paradiso non c'è mai stato. Siccome il
suo inferno - come quello di ogni religione - si misura sul suo
paradiso, anche il primo rischia di diventare incredibile; il che
sarebbe un bel guaio sia per l'inferno sia per la realtà. Il male è
colpevole per aver distrutto il paradiso, il diavolo è colpevole per
aver fatto chiudere l'Eden. Tutto esaurito, sull'Eden si costruiscono
quartieri di periferia con condomini. E ciò dimostra l'esistenza del
diavolo. La 'historia rerum gestarum' consiste nella lotta del diavolo
con Dio. Vince il diavolo, di Dio c'è ancora qualche traccia nei corpi
terzomondisti-sottoproletari-reietti; ma questi sono poi più un ricordo
che non carne e ossa. Sarà opportuno ripetere (a vantaggio di lettori
non mai familiarizzati con questa prospettiva) che quel mondo
pasoliniano non è da vedere alla maniera degli antropologi, come mondo
di una cultura funzionante con leggi proprie e a proposito del quale
bisogna ripensare dall'interno (cioè mettendo quanto più si può tra
parentesi il nostro punto di vista) i criteri di giudizio. No. Per
Pasolini quello è un mondo di valori, andato distrutto non solo per se
stesso ma anche per noi; dunque costituiva un deposito di valori, una
riserva ormai inesistente a livello collettivo. A tale livello pare ci
sia qualcosa da sperare solo dal terzo mondo: l'osmosi tra le culture
resta possibile attraverso il sesso (p. 158). Ma attraverso il sesso - e
dunque a livello individuale - sembra possibile qualche recupero anche
all'interno del nostro mondo, e più precisamente all'interno delle sue
differenze culturali: scomparse a livello collettivo, i corpi sembrano
però conservarne qualche traccia: questa non arriva più a formare una
cultura, tuttavia le tracce sono più presenti tra coloro che almeno
discendono dalla cultura popolare e sottoproletaria. Qui il libro si
manifesta come un libro d'amore. E qui è sublime.
L'amore ama la ripetizione. E le storie d'amore di questo libro si
ripetono, tutte uguali e tutte diverse, tutte insistendo sullo stesso
fremito, sullo stesso mistero, sulla stessa finale estraneità dei
partecipanti. Un frammento lunghissimo (29 pagine da p. 201) è tutto
fatto esso stesso di ripetizioni. La ripetizione è un mezzo stilistico
amato dall'epica. Tante parti di questo libro sono fatte dalla
ripetizione epica dell'atto d'amore. Ma l'epica è oggi tanto poco
credibile quanto la fusione lirica nell'atto d'amore. Ecco che allora
mediazione, interruzione e simbolo sono chiamati a dare una mano. Buona
parte dei racconti sono introdotti da una voce narrante, in aggiunta a
quella dell'autore. Nella maniera più semplice ciò avviene nel ciclo
di storie che dovrebbero essere varianti di una storia prima dedicata a
un colpo di stato fallito; ma i titoli di fatto messi lasciano
intitolare il ciclo - opportunamente - in modo diverso, e cioè ciclo
dell''epoché'; una nota (p. 453) spiega che l'epoché è il blocco
conseguente alla via intermedia fra le due: creare il personaggio con la
divisione di una persona in due (e per conseguenza si ha l'ordine e la
morte), oppure creare un personaggio come sintesi di un'infinità di
personaggi ovvero un'infinità di personaggi dalla polverizzazione di
uno solo (e per conseguenza si ha l'ordine e la vita). Tali racconti
sono introdotti da narratori, come nel "Decamerone" o come in
Sade, esplicitamente citato. La ripetizione è qui dichiarata, esibita e
mediata. Nel caso specifico essa si presenta come variazione. Come
questo dovevano esserci altri cicli; uno è dato nel primo inizio (p.
128). Altri casi di mediazione sono più complessi: un sogno, una
visione. Ma si tratta comunque di racconti introdotti. E ripetuti a più
piani: lo sdoppiamento o il raddoppio è sia dentro i racconti mediati
sia nel racconto generale entro cui i cicli sono contenuti: Dio e
diavolo, un padre e due figlie, due padri e due figli e via complicando
nei racconti interni; Carlo e il suo corpo, Carlo Tetis e Carlo Polis,
Carlo uomo e Carlo donna nel racconto esterno. Quest'ultimo è mediato
dalla voce narrante principale, che esercita massicci interventi.
Questa epica fittizia, distaccata, citata ha per contenuto - in più di
un caso - dei racconti d'amore; ciò vale meno per i racconti interni ma
certo per gran parte del racconto esterno. È un amore da inferno,
violento e subito. Ma è amore. È rapporto di corpi. Ma di corpi non
comunicanti; è fittizio, egoistico, simbolico. I corpi stessi sono
simboli. E sono simboli i racconti, spesso dichiarati come tali. Tutto
il romanzo obbedisce del resto a un'"idea simbolico-allegorica"
(p. 181), cui le "folate di vita" (ibid.) fanno a volte da
contrappunto ma più spesso - e anzi quasi sempre - da supporto. I
cicli, i racconti simbolici, lo stesso racconto esterno sono racconti di
una ricerca: una larga parte di quest'ultimo doveva essere ricalcata
sugli "Argonauti" di Apollonio Rodio; quel che ne è stato
scritto è una serie di appunti lampeggianti cui l'incompiutezza - se è
tale - e l'apparente provvisorietà aggiungono il fascino che comunicano
la sorpresa e la folla di sensazioni e rivelazioni.
Simbolici sono i corpi, simbolici sono i racconti e simboli produce la
stessa interruzione dei racconti. È un simbolismo che si produce per
accumulo, come in un racconto compiuto il profilarsi di un motivo troppo
denso di significato, troppo inesauribile per essere semplicemente
motivo. L'acme viene sempre rimandata e dunque sempre riproposta
daccapo. I racconti sono ripetitivi così come ripetitivo è l'atto
d'amore. I racconti si interrompono così come l'atto d'amore non è
conclusivo ma lascia l'amante regolarmente solo. Pasolini ha scritto sì
molto meno delle 2000 pagine che si proponeva, ma non facciamo fatica a
convincerci che nel romanzo c'era posto per 2000 o per infinite pagine:
l'ossessiva variazione sul tema non ammette finale ma non più che
un'interruzione ultima. I racconti interni si interrompono
dichiaratamente, non per accidente; alla fine risultano "delusori"
(p. 170), "puri enigmi" (p. 136), forma dalla conoscenza
illusoria (p. 410) o - dirla 'ore rotundo' - 'desinunt in piscem' (p.
420). Sono tutti racconti incoativi, non esecutivi. La cosa singolare è
che lo stesso succede ai racconti incompiuti; cioè non a quelli
interrotti dichiaratamente perché quello è il loro modo di terminare,
ma a quelli lasciati in sospeso: la stupenda storia di Carmelo è
rimasta incompiuta e gli appunti che ne profilano la continuazione non
risultano per nulla convincenti. Ma la storia di Carlo e Carmelo si
interrompe al modo delle altre storie; e grazie al suo interrompersi
Carlo si trova nella solitudine che gli è necessaria "perché il
mondo sia suo" (p. 314). Il frammento è la dimensione
imprescindibile di questo romanzo; un suo completamento avrebbe di certo
eliminato incoerenze e parti meno elaborate, avrebbe aggiunto chissà
quante belle cose. Ma non è da espungere il sospetto che avrebbe
rischiato di apportare più di un peggioramento. Comunque sia (ipotesi e
speculazioni a parte, a cominciare dalle mie), la collazione delle
interruzioni - quelle programmate e quelle accidentali - permette di
vedere che tipo di frammento interessava a Pasolini, che cosa aveva in
mente quando nei suoi appunti programmatici parlava di romanzo fatto di
frammenti: l'idea germinale, il simbolo, la "folata di vita"
puntuale, l'impiantarsi senza realizzarsi in una serie di conseguenze
distesamente narrate, il lampeggiare di corpi e di cose che non si
esauriscono. In questo, Pasolini è lirico e non epico, l'epica è
demandata all'esterno, a narratori che intervengono a distaccare
l'impossibile salvezza lirica, ben assecondati dalle interruzioni e dai
finali "delusori". Sono traducibili questi simboli? Sì e no.
Sì, nella loro parte più caduca: per esempio traducibili in quello che
Pasolini stesso chiama "il mito del popolo" (p. 285), la
credenza del quale attribuisce a un personaggio mentre il mio
pregiudizio di recensore me la fa attribuire a Pasolini stesso. No,
nella loro parte simbolica e dunque non esauribile in un concetto: sono
godimenti diretti della situazione e della carne, che vogliono essere
ripetuti. Perciò "Petrolio", libro lirico nella sua essenza,
è sempre al bivio tra manifesto ed epica. Chi lo mantiene su questo
bivio, e dunque lo propone e lo rilancia ogni volta, è la voce
narrante. Con la sua recitazione, essa impedisce comunque la soluzione
(perfino oltre le interruzioni) poiché richiama l'attenzione su se
stessa, sul suo atto di porre; l'allontana dal materiale per richiamarla
sull'atto che lo costituisce. La traducibilità dei simboli si fa meno
credibile perfino quando vorrebbe esserci, perché è una traduzione
operata da quella voce, protagonista della traduzione e dunque oggetto
di giudizio insieme con la sua opera di traduttrice; e comunque la
traduzione, che vorrebbe esserci, di fatto nemmeno c'è : i racconti
dell''epoché' dovrebbero concludersi con il racconto delle stragi
intese come loro traduzione; esso però s'interrompe (p. 451) e quel che
si legge molte pagine dopo (476 sgg.) è una ripresa dell'andamento
epico-lirico. In com penso - e a danno della traducibilità - il
godimento si fa più certo perché è il godimento di quella voce: alla
sua verità si può non credere, al suo godere non si può fare a meno
di credere.
Le voci recitanti sono personaggi del romanzo. Con la loro molteplicità,
cioè col loro ripetere moltissime volte il modulo, sono talmente
straripanti da risucchiare nel loro seno, come non più che 'primus
inter pares', anche l'"autore dell'edizione critica" il
narratore che allo stato delle cose non sempre è possibile distinguere
dall'autore del romanzo. (Tale indistinzione la vedo come uno dei pregi
del libro: libro di frammenti, libro di indistinzioni, questo romanzo è
l'unico romanzo romantico della letteratura italiana, che non ha
conosciuto un romanticismo vero. Sia detto tra parentesi). L'intervento
di tale autore propone prepotentemente la forma del saggio tra le forme
del romanzo. In tal modo il soggettivismo della voce autoriale mette
ulteriormente in forse l'epicità del romanzo e addirittura - in un
gioco al quadrato - mette in forse almeno tutta la dimensione della
stessa soggettività saggistica, poiché questa diventa parte del
romanzo, materiale che dobbiamo ricondurre a sua volta
all'interpretazione invece che obbedirgli come dispensatore di concetti.
In questo senso importa meno l'ideologia del saggio e del saggista
quanto invece la presenza di una voce - recitante tra le altre - che
propone il saggio. Così la voce autoriale, personaggio tra i
personaggi, acquista un corpo, il corpo della voce recitante. È però
un corpo ridondante, senza 'vis à vis': la voce autorial-recitante
infatti, sovrasta tutto, è staccata rispetto a tutto il resto. Una
definizione di non so più quale autore greco vuole che la tragedia sia
tragedia di corpi; dunque ne occorre più di uno. Ma la voce,
onnipresente, non soltanto non ha controparti e dunque non si propone
come parte fra altre in una tragedia: oltre a questo, essa esclude la
tragedia anche dall'interno del narrato. Con la sua onnipresenza,
infatti, ci rassicura sull'esito, e cioè ci assicura che - qualunque
cosa accada - essa sopravvivrà. Ma soprattutto, nella fattispecie, ci
descrive corpi in cui la tragedia non può avvenire poiché ci descrive
corpi che non sono corpi, ci descrive corpi inesistenti di protagonisti.
Questa è la sorte del corpo di Carlo, corpo che non può essere amato
perché inesistente, corpo che non può essere amato e che dunque è
inesistente (p. 317). I corpi veri sono gli altri, lontani; e così i
corpi non sono corpi tragici ma corpi amorosi. L'amore sa "il nulla
del possesso" e vuol vederlo da tutti i lati, così come vuole non
vederlo; e pertanto si ripete all'infinito. Il nulla del possesso ha il
suo 'pendant' negli sdoppiamenti e nei raddoppi dei corpi. La
dissociazione-ordine-leggibilità, accanto all'ossessione/frantumazione
dell'identità-disordine-illeggibilità (con mescolamenti vari, p. 182)
vanno di pari passo col moltiplicarsi dei racconti e dei loro piani, con
la mediazione così come con l'immediatezza del narrato e con la
frantumazione dell'intero. La forma narrativa - proprio quella che c'è,
indipendentemente da quella che doveva esserci - è dunque omogenea alla
concezione del romanzo - del più bel romanzo di Pasolini, di una pietra
miliare nella nostra letteratura.
recensione
di De Angelis, E., L'Indice 1993, n. 2 |
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