|
Le
repubbliche, la democrazia, la giustizia, la libertà, non sono mai
realizzate. Questi concetti sono mobili. Una volta che la società
cristallizza i propri concetti, muore. Appaiono gli sciacalli e sul corpo
decomposto, ecco, i corvi. E la poesia?
In
questa Italia sospesa ignominiosamente tra la vita e la morte dei
suoi valori, molti di questi valori sono stati annotati dai poeti.
Certamente
Mario Luzi è stato un grande poeta, come lo è stato Pier Paolo Pasolini.
Grazie
a questi nomi l’Italia delle controversie poetiche potrebbe riappacificarsi,
ma il parlamento della poesia, i parlamentini provinciali di questa
"povera patria" chiusa nelle salette dove una ventina di
appassionati si applaudono, decompongono per noi un altro scenario.
Uno
scenario allo sbando in cui centinaia di autori, addetti ai lavori, si
contendono qualcosa che non è poesia, un parlare senza mai prendersi
delle responsabilità, come se il "fare" nella letteratura e
nella vita non rispondesse a nulla o non si relazionasse a qualcosa. Così
a scrivere di poesia sui giornali o a fare i selezionatori delle antologie
nazionali non sono i "critici": c’è ancora un certo rispetto
per i professori rinserrati negli atenei, così le antologie più
importanti le case editrici le fanno curare a pseudocritici, ma poeti.
Forse
l’Italia della poesia bruca come verme nella finzione della sua morte
letteraria, o nell’asfittica, ingombrante, accademia perduta o nella
élite da casa editrice ancora legata ad "autorevoli"
passaparola.
Riguardo
i poeti che via via si sono affermati nel secondo Novecento, credo che
Luzi e Pasolini debbano essere senza dubbio letti.
Questi
nomi non credo possano accendere controversie.
L’omissione,
da parte mia, in questo sunto, di altri autori risiede nel fatto che molti
poeti italiani sono stati sopravvalutati (giunti quaranta anni più tardi
ad innovare il proprio linguaggio e il proprio concetto di poesia rispetto
gli autori citati) e nel fatto che su molti autori è difficile mettersi d’accordo
(sui poeti dell’avanguardia futurista perché ancora considerati
espressione del fascismo; sulle avanguardie degli anni ‘50 e ’60 per l’importanza
da dare alle innovazioni). Poi la critica ha sfruttato molto i percorsi
avanguardistici per i propri scopi, dando vita a programmi di letteratura
e allargando lo spaccato tra pubblico e poesia, trascurando gli autori non
allineati: vi sono infatti autori meno noti, migliori di quelli che si
possono trovare sulle antologie, esclusi da questo ambiente letterario non
organizzato, e fazioso.
Inoltre
il dibattito culturale fu troppo politicizzato, come peraltro lo fu la
cultura fino agli anni ’80 in Italia. Infine, per l’inadeguatezza
degli apparati dell’ambiente letterario, la produzione di massa di libri
di poesia che a partire dagli anni ’60 interessò il bel paese
non poté essere studiata.
Quindi
la controversia: il dubitare dei tradottissimi Eugenio Montale e Andrea
Zanzotto, da opposte fazioni, non è del tutto una provocazione delle
"critiche"; provocante è la critica che su questi poeti fonda
il punteggio alle università (perché nelle università italiane lavorare
su questi autori avvia alla carriera) quando il pubblico alle prese col
dialogismo chic e quotidiano di Montale borghesemente si annoia o
con Zanzotto finisce per chiudere il libro perché lo ritiene
incomprensibile per la maggior parte delle poesie.
Queste
mie generalizzazioni fanno capire quanto il dibattito culturale sia stato
acceso e quanto l’ambiente letterario sia scaduto nelle contraddizioni,
nelle faziosità, in un declino irreversibile a partire dagli anni ’80.
E oggi il lettore italiano preferisce i classici stranieri nonostante la
poesia italiana nel Novecento sia stata vitalissima.
Resta
senza dubbio da fare un grande lavoro a partire dalle avanguardie
"sperimentali", come quella costituitesi attorno la rivista
"Officina" durante gli anni ’50 del secolo scorso - vi
facevano parte Pier Paolo Pasolini e un altro poeta di cui si sta
discutendo, Franco Fortini -; oppure il "Gruppo 63", da cui
emersero poeti quali Edoardo Sanguineti, Elio Pagliarani, Antonio Porta e,
un po’ ai margini e senza mai aderire, Amelia Rosselli. Restano pagine
da scrivere su personaggi quali Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci; si
dovrebbe prendere in considerazione come produzione poetica quella di
Fabrizio De André, che fu tra i maggiori cantautori italiani e la cui canzone
può essere tranquillamente considerata tradizione, seguendo gli
usi e gli abusi sulla parola tradizione degli addetti ai lavori.
Resta da capire l’importanza della poesia dialettale che ha scavato
pagine di grande letteratura, come nei poeti Biagio Marin e nello stesso
Pasolini. Resta un vuoto di conoscenza in generale sulla maggior parte
della poesia italiana del secondo Novecento – questo per la mancanza di
studi sulla produzione di poesia su tutto il territorio nazionale, quindi
di messa in comune dei risultati fra le ricerche delle università
italiane – e di ciò che accadde nella produzione degli anni ’70 sulle
migliaia di riviste di varia natura, nate soprattutto per il contesto
politico.
Nell’avvicinarci
all’età contemporanea, le difficoltà maggiori di visibilità le hanno
avute gli autori nati negli anni ’40 e ’50, che hanno pubblicato i
primi libri durante gli anni ’70, periodo tra i più accesi della
repubblica, con le lotte operaie e, parallelamente, col terrorismo. Ma i
problemi di questi autori e dell’ambiente letterario furono nella
comunicazione delle opere letterarie, a partire dalla distribuzione dei
libri, nella mancanza di cornici adeguate come festival e manifestazioni
strutturate per la trasmissione della poesia (aspetti ancora carenti in
Italia).
V’è
stata lentezza nel conoscersi tra questi autori, negando al dibattito
culturale il rinnovamento, sicché da venti anni assistiamo alle solite
note critiche, agli stessi autori, agli stessi elogi (l’editoria non è
che abbia molta intenzione, visti gli scarsi risultati del mercato di
poesia contemporanea, di promuovere giovani autori e questa situazione è
pure imputabile alla scarsa organizzazione dell’ambiente letterario,
frantumato e provinciale).
Le
stesse problematiche le hanno vissute, per la progressiva perdita di
centralità della poesia nella cultura e nell’industria culturale
italiana, i poeti nati negli anni ’60.
I
segnali di una timida rinascita del dibattito culturale e della poesia
passano invece grazie agli sforzi della generazione nata attorno agli anni
’70.
Questa
generazione ha iniziato a lavorare in diverse parti d’Italia all’incirca
cinque anni fa e già si conosce ed è indubitabile che strumenti di
comunicazione come internet abbiano fatto fare un salto di qualità nella
comunicazione, riconoscimento, dibattito culturale. Oggi è dunque più
probabile che il rinnovamento dell’ambiente passi attraverso loro, anche
perché dal punto di vista critico la diversità di prospettive, tipica
della società di massa, garantisce una eterogeneità difficilmente
omologabile sotto qualsivoglia programma o linea di tendenza. La fortuna
vuole anche che la velocità dei collegamenti permette allo scambio
culturale un respiro non provinciale o locale, e quindi meno soggetto a
interessi particolaristici dove i gruppi si dimostrano aperti all’altro.
L’unico
problema sarà l’eticità del loro impegno, che passa esclusivamente
attraverso l’autenticità delle relazioni dinanzi a non so che
tribunale di che sognata equità.
Dinanzi
ad ognuno di noi, dinanzi ad essi. Dobbiamo sperare bene?
|