APPUNTI di VIAGGIO

Speciale Pier Paolo Pasolini

Copertina
Stanze
Amici
Rubriche
Scrittoio
Sala Lumière
Segnalibro
Music Loft
Omaggio ai Maestri
Interviste
Appunti di Viaggio
Percorsi Culinari
Eventi & Novità
Permanenti
Biblioteca
Grub Street
HangArt
Voci
Associazione
Manifesto
Atto Costitutivo
Statuto
Attività
Bacheca
imposta il sito dell'Associazione Culturale RHYMERS' CLUB come pagina iniziale

Google

La poesia nell’Italia della controversia

di Christian Sinicco

Muore ignominiosamente la repubblica.

Ignominiosamente la spiano

i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.

Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.

Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,

si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.

Tutto accade ignominiosamente, tutto

meno la morte medesima – cerco di farmi intendere

dinanzi a non so che tribunale

di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

(Mario Luzi, da "Al fuoco della controversia", Garzanti, Milano, 1978)

Le repubbliche, la democrazia, la giustizia, la libertà, non sono mai realizzate. Questi concetti sono mobili. Una volta che la società cristallizza i propri concetti, muore. Appaiono gli sciacalli e sul corpo decomposto, ecco, i corvi. E la poesia?

In questa Italia sospesa ignominiosamente tra la vita e la morte dei suoi valori, molti di questi valori sono stati annotati dai poeti.

Certamente Mario Luzi è stato un grande poeta, come lo è stato Pier Paolo Pasolini.

Grazie a questi nomi l’Italia delle controversie poetiche potrebbe riappacificarsi, ma il parlamento della poesia, i parlamentini provinciali di questa "povera patria" chiusa nelle salette dove una ventina di appassionati si applaudono, decompongono per noi un altro scenario.

Uno scenario allo sbando in cui centinaia di autori, addetti ai lavori, si contendono qualcosa che non è poesia, un parlare senza mai prendersi delle responsabilità, come se il "fare" nella letteratura e nella vita non rispondesse a nulla o non si relazionasse a qualcosa. Così a scrivere di poesia sui giornali o a fare i selezionatori delle antologie nazionali non sono i "critici": c’è ancora un certo rispetto per i professori rinserrati negli atenei, così le antologie più importanti le case editrici le fanno curare a pseudocritici, ma poeti.

Forse l’Italia della poesia bruca come verme nella finzione della sua morte letteraria, o nell’asfittica, ingombrante, accademia perduta o nella élite da casa editrice ancora legata ad "autorevoli" passaparola.

Riguardo i poeti che via via si sono affermati nel secondo Novecento, credo che Luzi e Pasolini debbano essere senza dubbio letti.

Questi nomi non credo possano accendere controversie.

L’omissione, da parte mia, in questo sunto, di altri autori risiede nel fatto che molti poeti italiani sono stati sopravvalutati (giunti quaranta anni più tardi ad innovare il proprio linguaggio e il proprio concetto di poesia rispetto gli autori citati) e nel fatto che su molti autori è difficile mettersi d’accordo (sui poeti dell’avanguardia futurista perché ancora considerati espressione del fascismo; sulle avanguardie degli anni ‘50 e ’60 per l’importanza da dare alle innovazioni). Poi la critica ha sfruttato molto i percorsi avanguardistici per i propri scopi, dando vita a programmi di letteratura e allargando lo spaccato tra pubblico e poesia, trascurando gli autori non allineati: vi sono infatti autori meno noti, migliori di quelli che si possono trovare sulle antologie, esclusi da questo ambiente letterario non organizzato, e fazioso.

Inoltre il dibattito culturale fu troppo politicizzato, come peraltro lo fu la cultura fino agli anni ’80 in Italia. Infine, per l’inadeguatezza degli apparati dell’ambiente letterario, la produzione di massa di libri di poesia che a partire dagli anni ’60 interessò il bel paese non poté essere studiata.

Quindi la controversia: il dubitare dei tradottissimi Eugenio Montale e Andrea Zanzotto, da opposte fazioni, non è del tutto una provocazione delle "critiche"; provocante è la critica che su questi poeti fonda il punteggio alle università (perché nelle università italiane lavorare su questi autori avvia alla carriera) quando il pubblico alle prese col dialogismo chic e quotidiano di Montale borghesemente si annoia o con Zanzotto finisce per chiudere il libro perché lo ritiene incomprensibile per la maggior parte delle poesie.

Queste mie generalizzazioni fanno capire quanto il dibattito culturale sia stato acceso e quanto l’ambiente letterario sia scaduto nelle contraddizioni, nelle faziosità, in un declino irreversibile a partire dagli anni ’80. E oggi il lettore italiano preferisce i classici stranieri nonostante la poesia italiana nel Novecento sia stata vitalissima.

Resta senza dubbio da fare un grande lavoro a partire dalle avanguardie "sperimentali", come quella costituitesi attorno la rivista "Officina" durante gli anni ’50 del secolo scorso - vi facevano parte Pier Paolo Pasolini e un altro poeta di cui si sta discutendo, Franco Fortini -; oppure il "Gruppo 63", da cui emersero poeti quali Edoardo Sanguineti, Elio Pagliarani, Antonio Porta e, un po’ ai margini e senza mai aderire, Amelia Rosselli. Restano pagine da scrivere su personaggi quali Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci; si dovrebbe prendere in considerazione come produzione poetica quella di Fabrizio De André, che fu tra i maggiori cantautori italiani e la cui canzone può essere tranquillamente considerata tradizione, seguendo gli usi e gli abusi sulla parola tradizione degli addetti ai lavori. Resta da capire l’importanza della poesia dialettale che ha scavato pagine di grande letteratura, come nei poeti Biagio Marin e nello stesso Pasolini. Resta un vuoto di conoscenza in generale sulla maggior parte della poesia italiana del secondo Novecento – questo per la mancanza di studi sulla produzione di poesia su tutto il territorio nazionale, quindi di messa in comune dei risultati fra le ricerche delle università italiane – e di ciò che accadde nella produzione degli anni ’70 sulle migliaia di riviste di varia natura, nate soprattutto per il contesto politico.

Nell’avvicinarci all’età contemporanea, le difficoltà maggiori di visibilità le hanno avute gli autori nati negli anni ’40 e ’50, che hanno pubblicato i primi libri durante gli anni ’70, periodo tra i più accesi della repubblica, con le lotte operaie e, parallelamente, col terrorismo. Ma i problemi di questi autori e dell’ambiente letterario furono nella comunicazione delle opere letterarie, a partire dalla distribuzione dei libri, nella mancanza di cornici adeguate come festival e manifestazioni strutturate per la trasmissione della poesia (aspetti ancora carenti in Italia).

V’è stata lentezza nel conoscersi tra questi autori, negando al dibattito culturale il rinnovamento, sicché da venti anni assistiamo alle solite note critiche, agli stessi autori, agli stessi elogi (l’editoria non è che abbia molta intenzione, visti gli scarsi risultati del mercato di poesia contemporanea, di promuovere giovani autori e questa situazione è pure imputabile alla scarsa organizzazione dell’ambiente letterario, frantumato e provinciale).

Le stesse problematiche le hanno vissute, per la progressiva perdita di centralità della poesia nella cultura e nell’industria culturale italiana, i poeti nati negli anni ’60.

I segnali di una timida rinascita del dibattito culturale e della poesia passano invece grazie agli sforzi della generazione nata attorno agli anni ’70.

Questa generazione ha iniziato a lavorare in diverse parti d’Italia all’incirca cinque anni fa e già si conosce ed è indubitabile che strumenti di comunicazione come internet abbiano fatto fare un salto di qualità nella comunicazione, riconoscimento, dibattito culturale. Oggi è dunque più probabile che il rinnovamento dell’ambiente passi attraverso loro, anche perché dal punto di vista critico la diversità di prospettive, tipica della società di massa, garantisce una eterogeneità difficilmente omologabile sotto qualsivoglia programma o linea di tendenza. La fortuna vuole anche che la velocità dei collegamenti permette allo scambio culturale un respiro non provinciale o locale, e quindi meno soggetto a interessi particolaristici dove i gruppi si dimostrano aperti all’altro.

L’unico problema sarà l’eticità del loro impegno, che passa esclusivamente attraverso l’autenticità delle relazioni dinanzi a non so che tribunale di che sognata equità.

Dinanzi ad ognuno di noi, dinanzi ad essi. Dobbiamo sperare bene?

Essi sempre umili

essi sempre deboli

essi sempre timidi

essi sempre infimi

essi sempre colpevoli

essi sempre sudditi

essi sempre piccoli,

essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,

essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi

in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,

essi che si costruirono

leggi fuori dalla legge,

essi che si adattarono

a un mondo sotto il mondo

essi che credettero

in un Dio servo di Dio,

essi che cantarono

ai massacri dei re,

essi che ballarono

alle guerre borghesi,

essi che pregarono

alle lotte operaie…

 

(Pier Paolo Pasolini, da Poesia in forma di rosa, Garzanti, Milano 1964)

 

ascolta in diretta 

Rudi Mathematici

© Rhymers' Club - la voce che ti dà voce