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Intervista a UGO RICCARELLI 

(a cura di Elisa Ghirardi)

Appuntamento letterario del 23 ottobre 2004. Luogo: Ciriè, quieta cittadina della provincia torinese dove è nato, ed ha vissuto per trent’anni, Ugo Riccarelli. Il premio Strega 2004 per il suo romanzo "Il dolore perfetto" lo ha riportato nel paese di origine: ed è subito festa. Questa sera siamo nella sala conferenze del Comune, gremita da un pubblico attento, coinvolto ed emotivamente sintonizzato e partecipe al successo perfetto di questo amato scrittore .

Il piacere di essere qui è risonanza corale. Presenti: il sindaco Luigi Chiappero, l’assessore all’istruzione Paolo Ballesio, il presidente della storica associazione culturale ciriacese Ars et Labor, Piero Pellegrino, l’intero staff della biblioteca comunale Alvaro Corghi. Intervistatore ufficiale della serata è Alberto Sinigaglia, giornalista di La Stampa e fondatore, nel 1975, di Tuttolibri. Le sinergie di Comune, biblioteca ed Ars et Labor hanno reso possibile l’incontro di questa sera. Serpeggia, tra i sorrisi, la curiosa calma dell’attesa: canonico il quarto d’ora accademico di ritardo sull’orario previsto. Fioriscono commenti solari e condivisi sul romanzo che sarà presentato, cordiali strette di mano, parole leggere che volano, incrociandosi e immergendosi nel fitto brusio della platea.

Ugo Riccarelli arriva discreto, quasi schivo, minuto nel suo abito blu e camicia bianca a righe azzurre. Con un sorriso spazia, timido e riconoscente, attraverso il piccolo e denso oceano di pubblico presente. Poi sale sul palco insieme a Sinigaglia e Pellegrino, tutti siedono al tavolo dei conferenzieri e si comincia.

L’assessore all’istruzione e cultura Paolo Ballesio introduce la serata: i complimenti sono di prassi e la soddisfazione di annoverare tra i "grandi" ciriacesi anche Ugo Riccarelli è condivisione comune. Il Presidente dell’Ars et Labor ringrazia calorosamente lo scrittore per la partecipazione alla serata in suo onore. Velocemente traccia una breve biografia in cui affiorano ricordi di un passato ancora vivo, molto vicino.

La famiglia di Riccarelli, di origine toscana, giunse a Ciriè prima della seconda guerra mondiale. Ugo studiò filosofia all’università di Torino. Dal 1976 lavorò come operatore culturale nella biblioteca civica ed in seguito all’ufficio di collocamento. Nel 1985 si trasferì a Pisa e anche motivi di salute furono una della cause di questo suo allontanarsi dal Piemonte. Lavorò alla Telecom e poi al Comune di Pisa: qui dapprima in biblioteca ed in seguito come addetto stampa. Attualmente vive e lavora a Roma e fa parte dell’entourage del sindaco Veltroni di cui è consulente, giornalista e addetto stampa. Pubblica articoli su quotidiani e riviste. Riccarelli vinse un concorso del Corriere della Sera con un racconto: "Come ti faccio impennare l’audience", poi diventato radiodramma.

Ha al suo attivo la pubblicazione di cinque romanzi: Le scarpe appese al cuore (Feltrinelli 1995 Oscar Mondadori 2003) Un uomo che forse si chiamava Shulz (Piemme 1998. Premio selezione Campiello) Stramonio (Piemme 2000) L’Angelo di Coppi (Mondadori 2001) ed infine Il dolore perfetto (Mondadori 2004).

Dopo il primo e lunghissimo applauso, inizia l’incontro. I dialoghi sono intervallati da letture a cura di Michele Chiadò e tratte da Il dolore perfetto.

 

A.Sinigaglia: L’uso della storia in questo romanzo è storia della vita. Sei stato affiancato a scrittori famosi come Giovanni Verga, Elsa Morante…

 

U. Riccarelli: Il paragone con questi scrittori mi lusinga. Esiste effettivamente, nelle mie pagine, questo senso della storia: è il mio un romanzo classico, di ampio respiro. Qui però continuo un discorso già iniziato nei miei libri precedenti. Racconto il "piccolo" della storia, chi nel piccolo costruisce e chi invece resta schiacciato dalla storia.

Nell’epigrafe di L’angelo di Coppi ho inserito una frase emblematica di Gesualdo Bufalino: "I vincitori non sanno quello che perdono!" questa è la bruciante verità dei paradossi. Chi rimane, infine, tramanda la memoria ma mentre la storia ha le sue giuste ragioni, la letteratura (ammetto) è un’altra forma di conoscenza. Le vicende delle due famiglie che animano il romanzo sono quelle di chi è stato ferito e sconfitto dalla storia. Una famiglia è più sanguigna mentre l’altra è più legata all’aspetto utopistico e sognatore della vita.

Il personaggio di Annina è il trait d’union di queste vicende, l’immersione nelle contraddizioni e nell’accettazione di questo dolore perfetto.

 

A.Sinigaglia: Quanto contribuisce a farci capire la storia il raccontare piccoli fatti di vita semplice, operosa, rurale… lontani nel tempo?

 

U. Riccarelli: Noi spesso dimentichiamo che i nostri nonni sono stati emigranti e viviamo come se le storie dei nostri nonni e bisnonni non ci riguardassero. Ho spesso sentito lanciare allarmi dalla critica: "Il romanzo è morto". Io penso in effetti a certi recenti romanzi francesi minimalisti: forse qui si dimentica che la letteratura è una forma di conoscenza più vasta. In Italia però non sempre è così, basti pensare al romanzo vincitore del premio Strega 2003 Vita di Melania Mazzucco. Si sente l’esigenza di alzare lo sguardo: tornando indietro nella storia non ci si allontana dal presente, ne sono convinto. In un romanzo di ampio respiro la letteratura deve porre delle domande, aiutare a riflettere.

 

Domanda da un amico in platea: Mi è parso che nel libro ci sia qualche eco biografica della tua famiglia. Quanto hanno influito i racconti familiari sull’impostazione del romanzo?

 

U.Riccarelli: Fondamentale è il ricordo di mia nonna paterna che racconta. La rammento cinquantenne (non come le belle e giovanili cinquantenni di oggi) persona fragile, vecchia: sembrava quasi schiantata dalla vita. Lei mi raccontava storie arrotolate nelle famiglie: ciò che le restava era solo la possibilità di raccontare, attraverso le parole, quello che aveva vissuto. Era lei a donarmi le parole di oggi. Le sue erano storie delle realtà che mi circondavano, era provare a capire se ci fosse un senso all’interno di ciò che noi chiamiamo vita. Un continuo tentativo ed una consapevolezza di non potersi allontanare dalla sofferenza.

Mia nonna era figlia di commercianti di maiali (a lei mi sono ispirato per il personaggio dell’Annina). Penso che le origini toscane le avessero regalato una grande capacità affabulatoria, un vero amore e gusto per il raccontare. Aveva l’abilità di fulminare l’ascoltatore con la forza delle parole.

Alcune cose sono successe davvero, come la lettera minatoria dei fascisti al sindaco di San Sepolcro. La nonna poi accompagnava il suo babbo nei viaggi al mercato dei maiali, li andavano a vendere e spesso lui si dimenticava della bimba, andandosene per i fatti suoi: storie queste, intessute di piccole e grandi esperienze di vita, di amore e dolore.

Mia nonna spesso, nei suoi racconti, si esprimeva con un colorito intercalare non disgiunto dalla forma sincera d’un atto di rimpianto. Era una frase sedimentata nel fluire delle sue storie: "Il mio povero babbo, che Dio lo sprofondi nel più basso dell’inferno!"

[risate scroscianti del pubblico - n.d.r.].

Attraverso la forma del romanzo realtà e finzione si mescolano. Il bello è che la letteratura usa altri mezzi della storia. Se si dice che il poeta è fingitore e poi questa finzione, quasi inevitabilmente, finisce per diventare un alterno e veritiero aspetto della realtà, allora lo scrittore (usando mezzi simili o uguali a quelli del poeta) fa sì che il risultato finale della fantasia sia la verità, la forza del raccontare.

 

Domanda dal pubblico: è un lento inno alla magia della parola il suo romanzo… Lei ci ha offerto la parola usata (anche poeticamente) come capacità di lenire il dolore?

 

U.Riccarelli: Forse una delle cose che ci resta di ciò che chiamiamo vita è la possibilità di raccontarla la vita. Occorre pensare alla grande forza e importanza della nostra memoria e anche alla grande forza analgesica della parola; il dolore si affronta con le parole, è una forma di conoscenza.

Le donne sono i personaggi più importanti nel mio libro. Noi uomini non avremo mai la capacità di generare la vita: le donne lo fanno tutti i giorni. L’unica cosa che l’uomo può fare è scrivere, l’usare la parola è qualcosa di molto vicino ad avere un parto. Una storia nasce come forse nasce un figlio: un po’ per caso, un po’ per amore. Una volta uscita la storia si comporta come i figli: i figli fanno ciò che vogliono, la stessa cosa fanno i libri. La parola è una grande risorsa che abbiamo e mi dispiace che non la si usi abbastanza.

 

A.Sinigaglia: Parlaci dell’altro tipo di forza che hanno queste parole: far vivere i morti. La storia dei morti che non muoiono mai.

 

U.Riccarelli: E’ una cosa molto importante. Mi vengono in mente le parole di Chateaubriand in un romanzo in cui narra di vicende familiari e della morte di una domestica: " La domestica morì davvero solo quando in famiglia non se ne parlò più".

Annina nel romanzo dice: "Finché noi parliamo dei morti, essi esistono". Secondo me l’aspetto negativo della modernità è che si vede come positivo solo il presente. Mi piace ricordare un’immagine molto bella della cultura ebraica che invita a vivere (andare, camminare…) con le spalle volte al futuro…

 

A.Sinigaglia: Ugo Riccarelli bibliotecario a Ciriè. E’ nato lì il tuo laboratorio di scrittore?

 

U.Riccarelli: In parte sì. Da piccolo ero molto cagionevole di salute. Trascorsi settimane, mesi, a letto e devo dire che mi annoiavo molto… (scriverò prima o poi un saggio sulla noia!)

Credo che la noia sia uno strumento utile per riflettere e poi la noia, secondo me, apre la fantasia. Mia madre mi diceva allora: " Fai qualcosa!". Io leggevo. Il primo libro che mi ricordo con grande affetto è l’Isola del tesoro e da qui … capire che l’importante delle cose è cercare il tesoro anche se poi, alla fine, non si trova.

 

A.Sinigaglia: Scrittori maestri. In quali c’è la ferita perfetta di un dolore ruggente?

 

U.Riccarelli: Amico e maestro è Antonio Tabucchi. I veri maestri non ti insegnano con la didattica ma con gli esempi. A lui devo molto.

Poi Carlo Emilio Gadda: ci ha lasciato una sapiente e meravigliosa eredità di lingua e storia: la sua cognizione del dolore ci dice molto.

Mi ricollego alla letteratura mitteleuropea: Roth, Hrabal. Quest’ultimo sa raccontare il dolore, cito il suo "La solitudine troppo rumorosa". Fu perseguitato politico dal regime cecoslovacco. In fine gli scrittori sudamericani. Loro raccontano la vita di tutti i giorni come fosse un poema epico.

 

A.Sinigaglia: Il tuo "passo" è musicale, ha un ritmo spontaneo: c’è un’ascendenza… hai rapporti con la musica?

 

U.Riccarelli: Amo il jazz. Credo che si deva scrivere mantenendo il ritmo della musica. La nostra lingua è molto musicale, si può scrivere anche in prosa mantenendo questo ritmo.

In l’Angelo di Coppi ad esempio, cito fra i tanti un endecasillabo: "Mi scusi signor Coppi, l’aspettavo". Ecco……….quasi una….. pedalata! Amo rileggere a voce alta quello che ho scritto, per sentire meglio l’insieme dei suoni originato dalle parole; una voce che racconta è ritmica, cadenzata, poetica. A questo proposito voglio ricordare uno scrittore che vi inviterei a leggere: Silvio D’Arzio in Casa d’altri.

 

Sindaco Chiappero: Ritengo "Il dolore perfetto" un libro-manifesto dalle parole sonore, magiche. Secondo me Ugo Riccarelli, con questo romanzo, ha saputo uscire dal tradizionale. Si evidenziano soggetti visti in positivo e, se pur trasportati da una forte speranza di cambiamento, sono frenati dall’essere conservatori di valori. Il leit motiv potrebbe essere "cambiare cercando di non dimenticare il passato".

 

U.Riccarelli: A Ciriè ho vissuto trent’anni. Non bisogna perdere il contatto con le proprie origini e con le proprie radici. Della modernità bisognerebbe diffidare, oggi molti si ammalano di un protagonismo senza riflessione. La strada alternativa è seguire i propri sogni: una specie di viaggio tra follia e utopia. Di utopia ho questa immagine: un cammino verso l’orizzonte.

Io credo che sia importante recuperare il passato che è il senso del valore dell’uomo. Ed è importante seguire i proprio sogni: la letteratura permette di farlo.

 

A.Sinigaglia: Quali ricordi dei tuoi professori universitari Tranfaglia e Vattimo?

 

U.Riccarelli: Di Tranfaglia un giusto rigore, severità e grande competenza. Vattimo era il mio professore di estetica. Allora lo contestavamo: i tempi erano quelli…ora so perfettamente che aveva ragione lui che, paziente, non derogava dalla sua ottica di insegnamento.

 

A.Sinigaglia: Roma….. come vede Torino?

 

U.Riccarelli: Torino gode di un rispetto particolare negli ambienti romani. Spettatrice del confronto/scontro ormai radicato tra Roma e Milano, Torino è sempre quella un po’in alto a sinistra… Torino non si offre molto facilmente, bisogna corteggiarla e non sempre si lascia corteggiare. A Roma ti devi difendere dagli abbracci troppo solari!

 

Domanda dal pubblico: Il concetto della vita come dolore perfetto, questo ci trasmette il suo romanzo. Qual è il suo personaggio preferito?

 

U.Riccarelli: Il personaggio maschile è Sole, fratello di Annina. Sole sa usare le parole, è persona di grande umanità, aiuta le donne a partorire con le parole. Sole muore nell’acqua, elemento a me non congeniale.

Il personaggio femminile è Annina (in ricordo di mia nonna Maria Maddalena). Alcuni critici hanno equiparato il mio modo di scrivere al realismo magico di alcuni scrittori sudamericani. Non mi ritrovo esattamente in questa definizione anche se ammetto l’aspetto magico del mio raccontare le cose: in ogni mio romanzo c’è qualcosa che sfugge alla ragione.

Per finire, la breve cronistoria della nascita di questo romanzo: inviai le prime cinquanta/sessanta pagine all’editore che, proprio il giorno del compleanno di mia nonna (nacque il sei gennaio del 1900) e mentre andavo a trovare i miei parenti in Toscana…mi telefonò entusiasta, invitandomi a presentargli il romanzo completo non appena possibile.

Il ventisette gennaio 2004 (giorno del compleanno di mia madre, scomparsa quattro anni fa)

uscì la prima edizione di Il dolore perfetto…se non è "realismo magico" questo…………

 

* * * * *

 

Va sottolineato, infine, che "Il dolore perfetto" è un romanzo che riesce a mettere a fuoco un contrasto particolare: l’alternanza delle tristezze umane con attimi di pura e travolgente poesia.

Infiniti gli applausi, una cascata la cui eco ha i festosi bagliori di un grandissimo abbraccio.

Ugo Riccarelli ringrazia il pubblico. Lo attendono una lunga serie di autografi e il calore di moltissime presenze, sguardi, condivisioni: e ancora parole che piovono, fitte e sinceramente ammirate, su un "letterario dolore senza imperfezioni" che, questa sera, ha decisamente allentato il suo rigore iniziale per cedere il podio alla felicità di un successo assolutamente e perfettamente meritato.

 

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Rudi Mathematici

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