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Il piacere di essere qui è
risonanza corale. Presenti: il sindaco Luigi Chiappero, l’assessore
all’istruzione Paolo Ballesio, il presidente della storica
associazione culturale ciriacese Ars et Labor, Piero Pellegrino, l’intero
staff della biblioteca comunale Alvaro Corghi. Intervistatore
ufficiale della serata è Alberto Sinigaglia, giornalista di La
Stampa e fondatore, nel 1975, di Tuttolibri. Le
sinergie di Comune, biblioteca ed Ars et Labor hanno reso possibile
l’incontro di questa sera. Serpeggia, tra i sorrisi, la curiosa
calma dell’attesa: canonico il quarto d’ora accademico di
ritardo sull’orario previsto. Fioriscono commenti solari e
condivisi sul romanzo che sarà presentato, cordiali strette di
mano, parole leggere che volano, incrociandosi e immergendosi nel
fitto brusio della platea.
Ugo
Riccarelli arriva discreto, quasi schivo, minuto nel suo abito blu e
camicia bianca a righe azzurre. Con un sorriso spazia, timido e
riconoscente, attraverso il piccolo e denso oceano di pubblico
presente. Poi sale sul palco insieme a Sinigaglia e Pellegrino,
tutti siedono al tavolo dei conferenzieri e si comincia.
L’assessore
all’istruzione e cultura Paolo Ballesio introduce la serata: i
complimenti sono di prassi e la soddisfazione di annoverare tra i
"grandi" ciriacesi anche Ugo Riccarelli è condivisione
comune. Il Presidente dell’Ars et Labor ringrazia calorosamente lo
scrittore per la partecipazione alla serata in suo onore.
Velocemente traccia una breve biografia in cui affiorano ricordi di
un passato ancora vivo, molto vicino.
La
famiglia di Riccarelli, di origine toscana, giunse a Ciriè prima
della seconda guerra mondiale. Ugo studiò filosofia all’università
di Torino. Dal 1976 lavorò come operatore culturale nella
biblioteca civica ed in seguito all’ufficio di collocamento. Nel
1985 si trasferì a Pisa e anche motivi di salute furono una della
cause di questo suo allontanarsi dal Piemonte. Lavorò alla Telecom
e poi al Comune di Pisa: qui dapprima in biblioteca ed in seguito
come addetto stampa. Attualmente vive e lavora a Roma e fa parte
dell’entourage del sindaco Veltroni di cui è consulente,
giornalista e addetto stampa. Pubblica articoli su quotidiani e
riviste. Riccarelli vinse un concorso del Corriere della Sera con un
racconto: "Come ti faccio impennare l’audience",
poi diventato radiodramma.
Ha
al suo attivo la pubblicazione di cinque romanzi: Le scarpe
appese al cuore (Feltrinelli 1995 Oscar Mondadori 2003) Un
uomo che forse si chiamava Shulz (Piemme 1998. Premio selezione
Campiello) Stramonio (Piemme 2000) L’Angelo di Coppi
(Mondadori 2001) ed infine Il dolore perfetto (Mondadori
2004).
Dopo
il primo e lunghissimo applauso, inizia l’incontro. I dialoghi
sono intervallati da letture a cura di Michele Chiadò e tratte da Il
dolore perfetto.
A.Sinigaglia:
L’uso della storia in questo romanzo è storia della vita. Sei
stato affiancato a scrittori famosi come Giovanni Verga, Elsa
Morante…
U.
Riccarelli:
Il paragone con questi
scrittori mi lusinga. Esiste effettivamente, nelle mie pagine,
questo senso della storia: è il mio un romanzo classico, di ampio
respiro. Qui però continuo un discorso già iniziato nei miei libri
precedenti. Racconto il "piccolo" della storia, chi nel
piccolo costruisce e chi invece resta schiacciato dalla storia.
Nell’epigrafe
di L’angelo di Coppi ho inserito una frase emblematica di
Gesualdo Bufalino: "I vincitori non sanno quello che
perdono!" questa è la bruciante verità dei paradossi. Chi
rimane, infine, tramanda la memoria ma mentre la storia ha le sue
giuste ragioni, la letteratura (ammetto) è un’altra forma di
conoscenza. Le vicende delle due famiglie che animano il romanzo sono
quelle di chi è stato ferito e sconfitto dalla storia. Una famiglia
è più sanguigna mentre l’altra è più legata all’aspetto
utopistico e sognatore della vita.
Il
personaggio di Annina è il trait d’union di queste vicende, l’immersione
nelle contraddizioni e nell’accettazione di questo dolore
perfetto.
A.Sinigaglia:
Quanto contribuisce a farci capire la storia il raccontare piccoli
fatti di vita semplice, operosa, rurale… lontani nel tempo?
U.
Riccarelli: Noi spesso
dimentichiamo che i nostri nonni sono stati emigranti e viviamo come
se le storie dei nostri nonni e bisnonni non ci riguardassero. Ho
spesso sentito lanciare allarmi dalla critica: "Il romanzo è
morto". Io penso in effetti a certi recenti romanzi francesi
minimalisti: forse qui si dimentica che la letteratura è una forma
di conoscenza più vasta. In Italia però non sempre è così, basti
pensare al romanzo vincitore del premio Strega 2003 Vita di Melania
Mazzucco. Si sente l’esigenza di alzare lo sguardo: tornando
indietro nella storia non ci si allontana dal presente, ne sono
convinto. In un romanzo di ampio respiro la letteratura deve porre
delle domande, aiutare a riflettere.
Domanda
da un amico in platea: Mi è parso
che nel libro ci sia qualche eco biografica della tua famiglia.
Quanto hanno influito i racconti familiari sull’impostazione del
romanzo?
U.Riccarelli:
Fondamentale è il ricordo di mia nonna paterna che racconta. La
rammento cinquantenne (non come le belle e giovanili cinquantenni di
oggi) persona fragile, vecchia: sembrava quasi schiantata dalla
vita. Lei mi raccontava storie arrotolate nelle famiglie: ciò che
le restava era solo la possibilità di raccontare, attraverso le
parole, quello che aveva vissuto. Era lei a donarmi le parole di
oggi. Le sue erano storie delle realtà che mi circondavano, era
provare a capire se ci fosse un senso all’interno di ciò che noi
chiamiamo vita. Un continuo tentativo ed una consapevolezza di non
potersi allontanare dalla sofferenza.
Mia
nonna era figlia di commercianti di maiali (a lei mi sono ispirato
per il personaggio dell’Annina). Penso che le origini toscane le
avessero regalato una grande capacità affabulatoria, un vero amore
e gusto per il raccontare. Aveva l’abilità di fulminare l’ascoltatore
con la forza delle parole.
Alcune
cose sono successe davvero, come la lettera minatoria dei fascisti
al sindaco di San Sepolcro. La nonna poi accompagnava il suo babbo
nei viaggi al mercato dei maiali, li andavano a vendere e spesso lui
si dimenticava della bimba, andandosene per i fatti suoi: storie
queste, intessute di piccole e grandi esperienze di vita, di amore e
dolore.
Mia
nonna spesso, nei suoi racconti, si esprimeva con un colorito
intercalare non disgiunto dalla forma sincera d’un atto di
rimpianto. Era una frase sedimentata nel fluire delle sue storie:
"Il mio povero babbo, che Dio lo sprofondi nel più basso dell’inferno!"
[risate
scroscianti del pubblico - n.d.r.].
Attraverso
la forma del romanzo realtà e finzione si mescolano. Il bello è
che la letteratura usa altri mezzi della storia. Se si dice che il
poeta è fingitore e poi questa finzione, quasi inevitabilmente,
finisce per diventare un alterno e veritiero aspetto della realtà,
allora lo scrittore (usando mezzi simili o uguali a quelli del
poeta) fa sì che il risultato finale della fantasia sia la verità,
la forza del raccontare.
Domanda
dal pubblico: è un lento inno alla
magia della parola il suo romanzo… Lei ci ha offerto la parola
usata (anche poeticamente) come capacità di lenire il dolore?
U.Riccarelli:
Forse una delle cose che ci resta
di ciò che chiamiamo vita è la possibilità di raccontarla la
vita. Occorre pensare alla grande forza e importanza della nostra
memoria e anche alla grande forza analgesica della parola; il dolore
si affronta con le parole, è una forma di conoscenza.
Le
donne sono i personaggi più importanti nel mio libro. Noi uomini
non avremo mai la capacità di generare la vita: le donne lo fanno
tutti i giorni. L’unica cosa che l’uomo può fare è scrivere, l’usare
la parola è qualcosa di molto vicino ad avere un parto. Una storia
nasce come forse nasce un figlio: un po’ per caso, un po’ per
amore. Una volta uscita la storia si comporta come i figli: i figli
fanno ciò che vogliono, la stessa cosa fanno i libri. La parola è
una grande risorsa che abbiamo e mi dispiace che non la si usi
abbastanza.
A.Sinigaglia:
Parlaci dell’altro tipo di forza che hanno queste parole: far
vivere i morti. La storia dei morti che non muoiono mai.
U.Riccarelli:
E’ una cosa molto importante. Mi
vengono in mente le parole di Chateaubriand in un romanzo in cui
narra di vicende familiari e della morte di una domestica: " La
domestica morì davvero solo quando in famiglia non se ne parlò
più".
Annina
nel romanzo dice: "Finché noi parliamo dei morti, essi
esistono". Secondo me l’aspetto negativo della modernità è
che si vede come positivo solo il presente. Mi piace ricordare un’immagine
molto bella della cultura ebraica che invita a vivere (andare,
camminare…) con le spalle volte al futuro…
A.Sinigaglia:
Ugo Riccarelli bibliotecario a Ciriè. E’ nato lì il tuo
laboratorio di scrittore?
U.Riccarelli:
In parte sì. Da piccolo ero molto cagionevole di salute. Trascorsi
settimane, mesi, a letto e devo dire che mi annoiavo molto…
(scriverò prima o poi un saggio sulla noia!)
Credo
che la noia sia uno strumento utile per riflettere e poi la noia,
secondo me, apre la fantasia. Mia madre mi diceva allora: " Fai
qualcosa!". Io leggevo. Il primo libro che mi ricordo con
grande affetto è l’Isola del tesoro e da qui … capire
che l’importante delle cose è cercare il tesoro anche se poi,
alla fine, non si trova.
A.Sinigaglia:
Scrittori maestri. In quali c’è la ferita perfetta di un dolore
ruggente?
U.Riccarelli:
Amico e maestro è Antonio Tabucchi. I veri maestri non ti insegnano
con la didattica ma con gli esempi. A lui devo molto.
Poi
Carlo Emilio Gadda: ci ha lasciato una sapiente e meravigliosa
eredità di lingua e storia: la sua cognizione del dolore ci
dice molto.
Mi
ricollego alla letteratura mitteleuropea: Roth, Hrabal. Quest’ultimo
sa raccontare il dolore, cito il suo "La solitudine troppo
rumorosa". Fu perseguitato politico dal regime cecoslovacco. In
fine gli scrittori sudamericani. Loro raccontano la vita di tutti i
giorni come fosse un poema epico.
A.Sinigaglia:
Il tuo "passo" è musicale, ha un ritmo spontaneo: c’è
un’ascendenza… hai rapporti con la musica?
U.Riccarelli:
Amo il jazz. Credo che si deva scrivere mantenendo il ritmo della
musica. La nostra lingua è molto musicale, si può scrivere anche
in prosa mantenendo questo ritmo.
In
l’Angelo di Coppi ad esempio, cito fra i tanti un
endecasillabo: "Mi scusi signor Coppi, l’aspettavo".
Ecco……….quasi una….. pedalata! Amo rileggere a voce alta
quello che ho scritto, per sentire meglio l’insieme dei suoni
originato dalle parole; una voce che racconta è ritmica, cadenzata,
poetica. A questo proposito voglio ricordare uno scrittore che vi
inviterei a leggere: Silvio D’Arzio in Casa d’altri.
Sindaco
Chiappero: Ritengo "Il dolore
perfetto" un libro-manifesto dalle parole sonore, magiche.
Secondo me Ugo Riccarelli, con questo romanzo, ha saputo uscire dal
tradizionale. Si evidenziano soggetti visti in positivo e, se pur
trasportati da una forte speranza di cambiamento, sono frenati dall’essere
conservatori di valori. Il leit motiv potrebbe essere "cambiare
cercando di non dimenticare il passato".
U.Riccarelli:
A Ciriè ho vissuto trent’anni. Non bisogna perdere il contatto
con le proprie origini e con le proprie radici. Della modernità
bisognerebbe diffidare, oggi molti si ammalano di un protagonismo
senza riflessione. La strada alternativa è seguire i propri sogni:
una specie di viaggio tra follia e utopia. Di utopia ho questa
immagine: un cammino verso l’orizzonte.
Io
credo che sia importante recuperare il passato che è il senso del
valore dell’uomo. Ed è importante seguire i proprio sogni: la
letteratura permette di farlo.
A.Sinigaglia:
Quali ricordi dei tuoi professori
universitari Tranfaglia e Vattimo?
U.Riccarelli:
Di Tranfaglia un giusto rigore, severità e grande competenza.
Vattimo era il mio professore di estetica. Allora lo contestavamo: i
tempi erano quelli…ora so perfettamente che aveva ragione lui che,
paziente, non derogava dalla sua ottica di insegnamento.
A.Sinigaglia:
Roma….. come vede Torino?
U.Riccarelli:
Torino gode di un rispetto particolare negli ambienti romani.
Spettatrice del confronto/scontro ormai radicato tra Roma e Milano,
Torino è sempre quella un po’in alto a sinistra… Torino non si
offre molto facilmente, bisogna corteggiarla e non sempre si lascia
corteggiare. A Roma ti devi difendere dagli abbracci troppo solari!
Domanda
dal pubblico:
Il concetto della
vita come dolore perfetto, questo ci trasmette il suo romanzo. Qual
è il suo personaggio preferito?
U.Riccarelli:
Il personaggio maschile è Sole, fratello di Annina. Sole sa usare
le parole, è persona di grande umanità, aiuta le donne a partorire
con le parole. Sole muore nell’acqua, elemento a me non
congeniale.
Il
personaggio femminile è Annina (in ricordo di mia nonna Maria
Maddalena). Alcuni critici hanno equiparato il mio modo di scrivere
al realismo magico di alcuni scrittori sudamericani. Non mi ritrovo
esattamente in questa definizione anche se ammetto l’aspetto
magico del mio raccontare le cose: in ogni mio romanzo c’è
qualcosa che sfugge alla ragione.
Per
finire, la breve cronistoria della nascita di questo romanzo: inviai
le prime cinquanta/sessanta pagine all’editore che, proprio il
giorno del compleanno di mia nonna (nacque il sei gennaio del 1900)
e mentre andavo a trovare i miei parenti in Toscana…mi telefonò
entusiasta, invitandomi a presentargli il romanzo completo non
appena possibile.
Il
ventisette gennaio 2004 (giorno del compleanno di mia madre,
scomparsa quattro anni fa)
uscì
la prima edizione di Il dolore perfetto…se non è
"realismo magico" questo…………
*
* * * *
Va
sottolineato, infine, che "Il dolore perfetto" è un
romanzo che riesce a mettere a fuoco un contrasto particolare: l’alternanza
delle tristezze umane con attimi di pura e travolgente poesia.
Infiniti
gli applausi, una cascata la cui eco ha i festosi bagliori di un
grandissimo abbraccio.
Ugo
Riccarelli ringrazia il pubblico. Lo attendono una lunga serie di
autografi e il calore di moltissime presenze, sguardi, condivisioni:
e ancora parole che piovono, fitte e sinceramente ammirate, su un
"letterario dolore senza imperfezioni" che, questa sera,
ha decisamente allentato il suo rigore iniziale per cedere il podio
alla felicità di un successo assolutamente e perfettamente
meritato.
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