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Saggi
sulla letteratura e sull'arte
e
Saggi
sulla politica e sulla società
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Comunque si vorrà
giudicare la pubblicazione integrale dell'opera di Pasolini nei
"Meridiani" Mondadori (monumento equestre, opus
magnum e imprescindibile, monstrum, documento estremo
di una metastasi del corpo della lingua, autobiografia della
nazione allo snodo del suo primo trentennio repubblicano), non
credo ci si potrà esimere da un infinito senso di gratitudine
nei confronti dei due curatori, Walter Siti e Silvia De Laude.
Non dico dei due eccellenti saggi premessi da Siti ai due tomi
dei Romanzi e racconti (1998). Dico proprio delle
foltissime Note e notizie che accompagnano puntualmente
ogni volume e che ricostruiscono, tra testo e contesto, la vita
di una società letteraria oggi lontanissima, non sempre da
rimpiangere, a ogni modo mai da mitizzare. Prendete, che so, a
pagina 3028 del II tomo di questi Saggi sulla
letteratura e sull'arte, dove si dà conto della Lettera
a Guttuso su Delfini e il Premio Viareggio, che Pasolini
pubblicò sull'"Unità" del 4 settembre 1963 in
risposta al pittore che, su quel giornale, aveva lamentato la
mancata assegnazione del premio a Piovene per motivi politici
(il passato fascista dell'autore delle Furie): vi
troverete, assemblato benissimo, tutto il materiale per
intendere una polemica che, seppure in velocità, seppe
investire la questione del rapporto fascismo-comunismo (e delle
facili conversioni dal primo al secondo), non senza implicare un
giudizio su Delfini e i suoi legami con la cultura degli anni
trenta.
Di una cosa, comunque, possiamo dirci certi: sarà difficile
evitare, ad ogni arrivo in libreria dei volumi, una riapertura
del caso Pasolini. È già accaduto con i due tomi dei Romanzi
e racconti(cfr. "L'Indice", 1999, n.4): ma
stupisce che non si sia ancora avvertito con chiarezza (tranne
qualche precoce eccezione, da Fortini e Baldacci a Guglielmi) il
violento sbilanciamento provocato da Petrolio, l'unico
vero e drammatico accertamento, a tutti i livelli, di una vita
sociale postuma. Di Petrolio, oggi, si potrebbe dire
quello che lo stesso Pasolini scrisse, in Descrizioni di
descrizioni (1979), del Maurice di Forster,
pubblicato per volontà dell'autore dopo la morte: "I
capolavori scoperti o pubblicati in ritardo, forse non
riusciranno mai ad 'agire' come tali nelle coscienze". In Petrolio
Pasolini porta a compimento un processo che aveva avuto come
esito il suo film più terribile, Salò: per ritrovarsi
entro un universo che elabora i dati della realtà sino alla
follia, la follia di un'autodistruzione euforica e collettiva.
Ne è venuto fuori un libro singolarissimo in cui tutto si
riduce a magma, e che atrocemente realizza, per così dire,
alcuni postulati dell'arte informale, di una forma del vivere
che attinge al mostruoso, all'informe appunto.
Ecco adesso, insieme ai citati Saggi sulla letteratura e
sull'arte, i Saggi sulla politica e sulla società,
con un'intensa e partecipe prefazione di Piergiorgio Bellocchio:
vi sono raccolti tutti gli interventi del polemista
"corsaro" e "luterano", celeberrimo e troppo
rimpianto, fin quasi all'autoflagellazione e al piagnisteo,
quelli controcorrente sulla contestazione studentesca,
sull'aborto, sull'orrendo carisma della tv, quelli delle
metafore brillanti e mediaticamente irresistibili ("la
scomparsa delle lucciole", "il Palazzo"). Fa una
certa impressione leggerli adesso, a cominciare da quello
straordinario del 14 novembre 1974, laddove si ipotizza il
giorno in cui i nomi dei responsabili delle stragi verranno
finalmente pronunciati: "Ma a dirli saranno uomini che
hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili
contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso
americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il
vero colpo di Stato". Sono parole dentro cui passa la
storia italiana di questi ultimi dieci anni - la
vicenda Andreotti, il caso Craxi - e che dichiarano con
largo anticipo il fallimento della rivoluzione italiana,
l'impossibilità di un passaggio dalla prima alla seconda
Repubblica.
Non m'è mai parso il caso d'impiegare una categoria religiosa
come quella di profetismo, ché troppo facilmente libera da
responsabilità tutti gli altri, che profeti non volevano
essere: mentre si trattava di vedere quel che c'era
semplicemente da vedere, senza occhiali ideologici. Di sicuro,
non si potrà scrivere la storia di questo paese, degli anni
dell'egemonia democristiana, a prescindere da Pasolini. Ma
questo non mi esonera dal dire che si tratta di una storia
deposta: che è, credo, la stessa conclusione di Bellocchio.
Pasolini aveva delle illusioni: a noi non è più consentito
d'averne, anche in considerazione del fatto che la sua parabola
umana s'è chiusa proprio col falò di tutte le vanità, e col
pagamento d'un dazio altissimo. Eppure, tali illusioni, a
cominciare da quella, supremamente rousseuiana, di un mito delle
origini (in primis friulane), sono state il nucleo
irradiante della sua prepotente vocazione critica, il
catalizzatore delle sua peculiarissima febbre intellettuale: la
febbre che gli impediva una normale messa a fuoco dei concetti,
ma che li distorceva entro un'ottica speciale, ove metodi e
ideologie potessero valere solo dentro una loro perenne mobilità,
il loro stesso superamento. Non credo sia possibile intendere il
Pasolini critico senza implicare in ogni sua pagina come una
sorta di anamnesi muta (il ricordo di un tempo leggendario, di
un non tempo, in cui la vita fu vera e degna d'esser vissuta),
qualche volta tradotta in avvertimento utopico, ma che ha via
via assunto la qualità d'una ferita, conferendogli una durezza
e una lucidità senza scampo. Una specie di precomprensione,
questa, che gli ha dato un certo vantaggio nel corpo a corpo coi
libri degli altri e gli ha garantito risultati critici
eccezionali: a partire dagli scritti su Pascoli e Montale, i
saggi sulla poesia popolare e in dialetto, le pagine su Penna,
Bertolucci, Caproni, Volponi, di Passione e ideologia
(1960), sino a tutti gli interventi di liberissima intelligenza,
e metodologicamente incatalogabili, di Descrizioni di
descrizioni.
Dico questo per volgere a credito quello che - prima
Fortini nei Poeti del Novecento (1977), poi Mengaldo nei
suoi Profili di critici del Novecento (1998) - gli
hanno ascritto a debito: il non aver saputo maturare "un
linguaggio critico compatto, dal registro sicuro e non
ondeggiante, e trasmissibile". Prendiamo il suo rapporto
con la semiologia che, è vero, fu tutt'altro che rigoroso: per
Pasolini i segni, a volte anche sbrigativamente, valevano come
sintomi di una patologia più vasta. Ma ciò gli impedì di far
propria quella pericolosa equazione che induceva a ritenere il
nodo di una cravatta o un verso di Dante come elementi
interscambiabili di uno stesso macrosistema. E ciò resta tanto
più vero se, nella prefazione ai Saggi sulla letteratura e
sull'arte, uno strutturalista d'ordinanza con tutte le carte
in regola come Cesare Segre, può restituirci un Pasolini così
depurato dalle sue scorie da sbiadire nell'insignificanza: in un
ritratto troppo giocato su Passione e ideologia,
facilmente scomponibile in ideologemi fuori corso, senza una
parola su Descrizioni di descrizioni. La verità, e qui
ha ragione Segre, sta nel fatto che quello di Pasolini critico
fu sempre un "biocentrismo": magari misurato, quanto a
dialettica tra fisiologia e cultura, nel rapporto con due
maestri indiscussi (Longhi e Contini), e con tanti
sodali-fratelli (Moravia, Fortini, Calvino, Sciascia, la
Morante).
Andate a leggervi il primo degli scritti qui raccolti, un
inedito del 1941, dedicato a Soffici. Nessun accenno al Soffici
che conta, quello europeo di Scoperte e massacri: tanto
per dire che Pasolini è stato sin da subito uno scrittore
eminentemente italiano (uno dei motivi, questo, per cui piace
molto agli intellettuali della destra tradizionalista). Non so
se fu un bene, certo fu un fatto: ma che gli impedì di
ritornarsene da una gita a Parigi (o da Chiasso), "solo per
poter meglio affondare il cucchiaio nella domestica pasta e
fagioli", come scrisse sprezzantemente una volta Fortini a
proposito del cosmopolitismo dei letterati italiani. Ma quel che
colpisce è l'accanimento con cui Pasolini ragiona
sull'"insincerità della sincerità" di Soffici,
quello del Giornale di bordo. Il giovanissimo Pasolini
critico ha capito già che quella della sincerità può essere
la più pericolosa delle maschere: ma sa che è proprio qui,
dentro questo teatro, il luogo di metamorfosi della verità.
recensioni di
Onofri, M. L'Indice del 2000, n. 03
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