|
[…]
Ho visto una volta, per cinque minuti, un film pornografico. A differenza di
Catone nell’epigramma
di Marziale (tradotto da Concetto Marchesi: “Tu
conoscevi il dolce rito della giocosa Flora /e l’allegria della festa e la
libertà della gente / E allora perché sei venuto al teatro, o severo
Catone? / O sei venuto solo per questo: per uscirne?”),
non sapevo quali sarebbero state le mie reazioni di fronte a un simile
spettacolo. Presumevo anzi mi sarebbe piaciuto, piacendomi la letteratura
erotica e libertina. Mi sono invece trovato davanti a dei corpi umani
ridotti a pura e triste meccanica e ho fatto l’immediata constatazione che
di pornografico, in un film pornografico, ci sono soltanto gli spettatori.
Se fossi rimasto oltre, mi sarei molto annoiato e un po’ vergognato.
Giorni addietro, a Roma, vedendo l’ultimo film di Pasolini mi sono trovato
in una condizione del tutto diversa. Questo per dire subito che se sono
arrivato a sperare che questo film lo vedano in pochi, ci sono arrivato da
ben altra parte. Mentre le immagini scorrevano sullo schermo, non mi sono
sentito pornografo ma vittima. Vittima del dovere di vederlo, vittima
dell’attenzione con cui ho sempre seguito Pasolini, vittima - perché non
dirlo? - del mio cristiano amore per lui, di un amore che forse sfiora il
concetto - cristiano e cattolico - della reversibilità. Ho sofferto
maledettamente, durante la proiezione. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo
a non chiudere gli occhi, davanti a certe scene: e nel buio diciamo fisico
che si faceva in me, precario conforto a quell’altro, morale e
intellettuale, che dilagava dallo schermo, disperatamente e come annaspando,
cercavo nella memoria immagini d’amore. Poi venne, da una delle vittime,
da una di quelle che anche nelle didascalie iniziali, coi loro nomi
anagrafici, sono definite vittime - venne l’invocazione-chiave,
l’invocazione che spiegò il senso del film e l’impressione che
produceva in me: “Dio, perché ci hai abbandonati?”. Lo stesso grido di
Cristo nel Vangelo di Marco: “Eloi, Eloi, lama sabactani?”.
A questo punto, a spezzare provvidenzialmente l’effetto del film, mi
affiorò il ricordo di una battuta di Jean Paulhan quando testimoniando a
favore di Jean-Jacques Pauvert, imputato per la ristampa delle opere di Sade
che veniva facedo, alla domanda del giudice: “Dunque lei non crede che le
opere di Sade siano pericolose?”, aveva risposto: “Pericolosissime:
conosco una ragazza che dopo averle lette si è fatta monaca”. Questa
battuta, meno paradossale di quanto sarà parsa al giudice (nella migliore
delle ipotesi: che è possibile l’abbia intesa a carico invece che a
discarico di Pauvert), veniva a porre la questione del film di Pasolini in
rapporto alla censura, e il problema stesso della censura, nei termini più
esatti e più giusti. Il film di Pasolini è senza dubbio importante:
importante come conclusione della sua autobiografia, importante per chi come
me sente il bisogno di ricostruire la sua vita, di spiegarsela, di capirla
con umiltà e insieme con pietà; di capire la sua scelta, di capire il suo
“suicidio”. Ma a che serve, per la generalità degli spettatori; a che
serve per le masse che lo consumeranno? Lasciando da parte i pochissimi che
a vederlo possono sentirsi insorgere delle latenti perversioni o trovare una
forma di appagamento a quelle coscienti, i più non ne avranno che nausea e
dolore: e o sentiranno l’impulso di ripagare con la violenza tanta
violenza (magari sfasciando il cinema) o sentiranno tanta disperazione e
dannazione da trovarsi ad invocare Dio come nel film la vittima, come la
ragazza di cui dice Paulhan che si è fatta monaca dopo aver letto Sade.
Ora, decisamente, tanto per stare alla battuta di Paulhan, è appunto questo
che non vogliamo: che le ragazze si facciano monache. Facendo il film che ha
fatto, Pasolini ci ha avvertito di questo pericolo. E anche morendo come è
morto: di una morte in cui gli elementi “libertari” sono sovrastati e
annichiliti dagli elementi “cattolici”. Ma noi dobbiamo difendercene. E
non dico noi per questa società, questo Stato, tutto quello che Vittorini
chiamerebbe morte e putredine - che hanno se mai non il diritto di
difendersi ma il dovere di dissolversi; ma noi che ormai sappiamo quello che
siamo e quello che vogliamo: anche se stretti tra le delusioni storiche
nuove e le tentazioni metafisiche vecchie.
di Leonardo
Sciascia (Rinascita, n. 49, 12 dicembre 1975)
|