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"Teorema"
Regia: Pier Paolo
Pasolini
Attori: Massimo Girotti, Silvana
Mangano, Terence Stamp
Durata: h 1.38
Nazionalità: Italia 1968
Genere: drammatico
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Milano, primavera del '68. Un
postino dal significativo nome di Angelo (interpretato da Ninetto Davoli)
porta un telegramma nella villa di un industriale, in cui si annuncia la
visita imminente di un Ospite inatteso: quest'ultimo (Terence Stamp) giunge
il giorno successivo. È un ragazzo senza particolari qualità, forse uno
studente di ingegneria, schivo, riservato, assorto in se stesso, che rimane
al di fuori degli schemi e dalle convenzioni che vigono nella famiglia, e
passa la maggior parte del suo tempo a leggere l'opera omnia di Rimbaud.
Questa sua angelicità, cioè la sua naturalezza ed estraneità a tutto ciò
che lo circonda, attrae irrsistibilmente, a uno a uno, tutti i membri della
famiglia: a cominciare dalla serva Emilia (Laura Betti), che, letteralmente
folgorata dalla sua presenza, nel timore di non poterlo avere, tenta di
suicidarsi, ma viene salvata e amata dall'Ospite.
È poi la volta di Pietro, studente con inclinazioni artistiche, coetaneo
del giovane Ospite, che prenderà coscienza della sua diversità sessuale;
quindi di Lucia (Silvana Mangano) moglie e madre di famiglia perbene, fino
ad allora trincerata nel cattolico principio di fedeltà coniugale; quindi
è la volta di Odetta, studentessa introversa e adoratrice della famiglia e
dell'autorità paterna; in ultimo, la stessa irrefrenabile smania di
condivisione sessuale ghermisce il Padre (Massimo Girotti), l'uomo borghese
per eccellenza, padrone dei propri mezzi di produzione (è un industriale) e
paterfamilias.
Tutti hanno rapporti sessuali con l'Ospite, che, come l'Adorabile descritto
da Rimbaud per bocca dell'Ospite stesso "E' venuto, se ne è
andato, e forse non tornerà mai più". L'Ospite, infatti, così come
era giunto, senza alcun motivo, viene richiamato da un telegramma (portato
in casa sempre dallo stesso postino-angelo), e parte il giorno successivo.
Tutti i membri della famiglia, ormai rivelatisi a se stessi, cercano di
ovviare all'assenza del loro oggetto d'amore percorrendo fino in fondo la
strada che, nella loro visione individualistica, porta verso il
raggiungimento dell'Altro, Altro di cui l'Ospite era portatore. Emilia,
l'unica a legare questa presenza alla sacralità (chiedendo perdono a Dio
per aver fatto l'amore con l'Ospite), prende la strada dell'ascesi:
gradualmente si distacca dalla famiglia in cui lavora, torna nel borgo
rurale da cui proviene, siede accanto ad un muro e si ciba solo di ortiche,
aspettando il ritorno dell'Ospite, compiendo il sacrificio di sé perché si
compia questo ritorno.
I veri e propri membri della famiglia borghese, invece, percorrono la strada
opposta, cercando il senso della propria individualità, invece di
sacrificarla: Odetta si chiude in una paralisi isterica, recidendo i
rapporti con il mondo, facendosi autisticamente essa stessa mondo di sé, e
finisce in un manicomio; Pietro cerca la sua liberazione tramite il gesto
artistico, attraverso la pittura, vivendo lo strazio e l'impotenza della
gratuità sociale, della perdita del senso delle proprie azioni, nella
coscienza che un artista, un creatore, è qualcuno che "non vale
niente, che è un essere inferiore, un verme che si contorce e striscia per
sopravvivere" ma continua a vivere e a dipingere, incolpando il mondo
del "deserto" in cui si trova; Lucia, donna rigorosamente monogama
fino all'arrivo dell'Ospite, percorre la strada della gratuità sessuale,
del non senso delle relazioni affettive: prende a vivere una sequela di
rapporti occasionali con giovani coetanei dell'Ospite, cercando di rinnovare
individualmente, senza uscire da se stessa, dalle proprie forze e
determinazioni, il miracolo della naturalezza sessuale che aveva vissuto; ma
invano, e permeata da una tristezza profonda.
A parte Emilia, dunque, tutti gli altri hanno sostituito il mondo che hanno
abbandonato dopo la venuta dell'Ospite con il dilagare della propria
individualità, facendosi mondo essi stessi, senza affatto rinunciare alla
propria identità, ma anzi eliminando tutto il resto; solo il Padre, la cui
"illuminazione" richiama, attraverso la citazione dell'autore,
quella del tolstoiano Ivan Ilic, che a partire da un incidente
apparentemente insignificante vive il senso della propria morte, percorre
fino in fondo la strada della perdita della propria identità: sarà infatti
lui a raggiungere quel deserto di cui, di tanto in tanto, nel film si vedono
inquietanti immagini tra una scena e l'altra.
Come un nuovo Francesco d'Assisi, nella Stazione Centrale di Milano egli si
spoglia completamente nudo, si districa dalla folla-società, dopodiché lo
vediamo percorrere il deserto disperatamente, senza una direzione precisa,
barcollante: ha rinunciato alla sua identità, ma, come egli stesso ha
detto, questa è per lui la morte civile, la nullificazione di sé. A lui si
contrappone, con un montaggio alternato, la vicenda di Emilia: essa percorre
fino in fondo la strada della perdita di sé, ma non avendo un'identità
borghese da salvaguardare il suo gesto sfocia nella donazione totale di se
stessa: dopo un'estasi che l'ha portata a sollevarsi sui tetti delle case,
liberata dalla costrizione del sé, Emilia fa dono delle sue lacrime: si fa
sotterrare viva, e rimette alla terra, rimbaudianamente intesa come carne e
fonte della vita, le sue lacrime di amore e sofferenza, avendo rinunciato
finanche all'idea del ritorno dell'Ospite: è diventata lei stessa l'Ospite,
ne ha incarnato il distacco dal mondo delle concretezze.
Accompagnato dalle note del Requiem mozartiano, Paolo (il Padre) vaga
nel deserto, e, messosi di fronte alla propria nudità, si scioglie in un
urlo di impotenza, un urlo fermo, l'urlo della consapevolezza di non essere,
l'urlo del nulla.
[Scheda tratta da
"Pier Paolo Pasolini" di Serafino Murri, ed. Il Castoro].
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