La gestazione del progetto d
un film "sulla religione", che risale al 1962 (più o meno ai
tempi in cui il regista girava La ricotta, attraversò diverse fasi,
in cui tanto il soggetto ipotetico del film, quanto lo spirito, la chiave
stilistica in cui affrontarlo, mutarono più volte, a testimonianza
dell'enorme inquietudine con cui Pasolini affrontava questo delicatissimo
nodo della propria formazione intellettuale.
La prima ipotesi era quella di realizzare un film sulla vita di San
Francesco (cosa in parte realizzata parodisticamente solo in seguito, con Uccellacci
e uccellini), la quale si trasformò lentamente dapprima nella vita di
un santo "poverello" finito, come eretico, ucciso dalle guardie
del Papa, poi nel soggetto originale di Bestemmia, storia di un Accattone
del Medioevo che a un certo punto della sua vita fonda un ordine, piuttosto
blasfemo, che si pone in antagonismo al papato dell'epoca e che per questo
verrà stroncato miseramente; di quest'ultimo soggetto Pasolini realizzerà
un "racconto in versi", edito soltanto di recente.
Contemporaneamente al progetto dell'autunno 1962 di realizzare la
trasposizione cinematografica della vita di Cristo così com'è narrata nel
Vangelo di San Matteo, Pasolini scrisse un soggetto, mai realizzato, dal
titolo di Sant'Infame. In questo soggetto, apparentemente non molto
dissimile dallo spirito dissacratorio di La ricotta, è possibile
identificare, già nettamente tracciate, le coordinate della riflessione sul
senso dell'esistenza che sostanzieranno sia Il Vangelo secondo Matteo
che Uccellacci e uccellini (quello che segue è il testo scritto da
Pasolini):
«Mandato controvoglia, con
uno stratagemma, dai genitori in seminario (raccontato in un'osteria tra
ladri). Scappa dal seminario, e torna nell'ambiente da cui è venuto: un
ambiente di miseria e perversione (una borgata di una grande città). Il
seminario l'ha peggiorato, involgarito, ecc., in quanto gli ha fatto perdere
l'innocenza del suo rapporto col male. Il vizio e la delinquenza sono perciò
veramente sporchi: egli vi cade fino in fondo.
«Arricchisce un po', poi la miseria. Prospettive di un futuro di miseria.
Finge il pentimento: finge un rinnovarsi della vocazione religiosa. Si fa
riprendere nel seminario. Ne esce prete. Attua la sua ambizione di successo
e di miglioramento economico, nell'assurda idea di diventare un santo o
qualcosa di simile. Organizza – con la pazienza dei santi, e aiutato dalla
sua malizia di ex-ladro e truffatore, dal suo cinismo diabolico, dalla sua
mancanza di ogni senso morale, e dalla volgarità derivante dal suo rapporto
impuro col peccato –, riesce a organizzare una città di ragazzi: e,
insieme, a simulare la santità. Viene creduto un santo, o qualcosa di
simile. Egli, di nascosto, continua a fare la sua vita sensuale di ragazzo
di borgata, frequenta magnaccia, puttane ecc. Prende la sifilide. La cura
clandestinamente ecc. (ricatti possibili ecc.), e nella vita normale,
continua a fingere la santità. Egli è sempre stato malaticcio (per questo
i genitori l'hanno mandato al seminario, ecc.). La sifilide gli porta
un'altra grave malattia ecc. Una malattia mortale, che gli causa delle
sofferenze atroci. Questo torna a favore del suo inganno di santità: è
costretto a non occuparsi altro che della sua città di ragazzi e delle sue
opere di bene, ecc.; e la malattia lo tormenta atrocemente. In questa
situazione di santo, muore; in tutto come un santo vero».
Con l'apologo appena
abbozzato di Sant'Infame, Pasolini demistifica (abbassandolo al
livello della concretezza e della meschinità umana) il valore
"sociale" della santificazione, ma nello stesso tempo espone una
tesi più complessa, che riguarda la santità "per sé" del
protagonista, così come nel Vangelo riguarda la divinità "per
sé" di Cristo. Sant'Infame è l'esemplificazione dell'ambiguità della
santità, della sospensione del mito della santità tra la volgare
autoesaltazione, piena di spirito di emulazione in fondo anche un po'
ingenuo, e la vera, concreta sofferenza, psicologica come fisica, vissuta
per raggiungere, follemente, la propria posizione di singolarità
definitiva, di privilegio morale sugli altri.
E, in fin dei conti, in Sant'Infame viene descritta l'impossibilità
di discernere la mistificazione dalla verità, l'ambizione dalla realtà di
fatto, dal momento che la Storia non esiste, ma esiste solo l'effetto della
Storia sulle tante storie personali, delle quali, come in questo caso, conta
unicamente la fine, la morte.
Lo stesso irrefrenabile sentimento irrazionale della propria "unicità",
che spinge cialtronescamente l'immaginario Sant'Infame a millantare la
santità fino a non poterla più distinguere, nella sofferenza, da una
santità vera, spinge il personaggio storico Cristo, nella sua lotta contro
l'ipocrisia religiosa senza concessioni alla tentazione del potere, a porsi
come figlio di Dio.
E se questa affermazione, che gli causerà la morte per il reato di
"bestemmia", su un piano irrazionalistico può essere sostanziata
solo dalla "fede" intesa come credenza disarmata nel Mistero, cosa
che Pasolini non accetta, è pur vero che in un altro senso, più razionale,
per Pasolini Cristo è divino, di una divinità laica, nella misura
in cui "in lui l'umanità è così alta, rigorosa, ideale, da andare al
di là dei comuni termini dell'umanità".
[Scheda tratta da "Pier
Paolo Pasolini" di Serafino Murri, ed. Il Castoro].
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