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LA FAMIGLIA di
Dimitri Fulignati
Mio nonno era il fiume che fecondava queste terre.
Pieno di innumerevoli mani e occhi e orecchie.
E, nello stesso tempo, cieco e taciturno come un albero.
Era la voce profonda della casa.
Era il seminatore ed il frutto. Il ceppo rugoso.
L’indice del tempo ed il sangue propizio.
Mio nonno era l’inverno con le mani fiorite.
Era il fiume stesso che popolava le terre.
Era la terra stessa che moriva e rinasceva.
Mia nonna è il volto della casa seduto in cucina.
E’ l’odore del pane e della mela conservata.
E’ la mano del rosmarino e la voce della preghiera.
La mano che mescola l’acqua e la farina.
E’ il silenzio delle notti pieno d’uccelli addormentati.
E’ il braciere dell’infanzia.
Mio padre e mia madre sono quelli che assomigliano di meno alla terra.
Fuggiti dai ricordi si sono tuffati in un mare di libertà.
Non ascoltando i rimproveri ed i lamenti del fiume.
E ben presto si ritrovarono naufraghi in un’isola
Che avrebbero dovuto fecondare e costruire con le loro mani.
Mia sorella è il frutto di quest’isola.
Ancora acerba, nonostante debba essere già matura.
Ha paura di cadere dall’albero e si tentenna come su di
Un altalena tenendosi ben salda ai grandi rami che
La proteggono.
Io nacqui quando erano ancora giovani; quando mio nonno
Aveva i capelli corvini ed il sorriso dell’estate calda.
Io nacqui quando la città era invasa dalle luci del Natale.
Anch’io frutto acerbo, voluto cadere dall’albero per curiosità.
Ed acerbo vago per le strade che trovo dinnanzi a me,
senza meta apparente, trasportato dal vento talvolta
freddo, talvolta caldo.
E la prima cosa che ricordo è il profumo del mare.
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