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Intervista
Immaginaria a Oscar Wilde di
Raffaele Niro
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Oscar Wilde
nacque a Dublino nel 1854. Poeta, romanziere, commediografo, è
senz’altro il più importante scrittore dell’epoca vittoriana.
Nel 1895, al culmine della sua fama, venne condannato per
omosessualità a due anni di carcere duro: esperienza terribile e
infamante, che lo segnerà indelebilmente per il resto della vita.
Morì nel 1900. Tra le sue opere: Salomè, il ventaglio di lady
Windermere, il ritratto di Dorian Gray, De Profundis. |
Sig.
Wilde, le anticipo che non è mio mestiere fare domande, e proprio nel
prepararmi a questo incontro mi sono reso conto che non è facile come può
sembrare. Ciò premesso inizierei, appunto, col chiederLe cosa pensa, in
genere, delle domande e come si pone nel rispondere.
Noto, infatti, che sei abbastanza
teso. Guarda, spero di tranquillizzarti
dicendoti che vale sempre la pena di fare una domanda, ma non
sempre vale la pena di dare una risposta. Questo perché le domande non
sono mai indiscrete: a volte lo sono le risposte. Dal canto mio dico
sempre ciò che non dovrei dire, anzi sono solito dire ciò che penso
veramente. Questo è un grande errore del nostro tempo: rende tanto
frequenti i malintesi.
Non
crede che i malintesi siano il frutto della nostra società in quanto essa
è ricca di verità complesse e si è imposta un ritmo di vita che essendo
troppo veloce non permette di metabolizzarle?
Guarda, la verità è raramente pura e
mai semplice. La vita moderna sarebbe troppo noiosa se fosse l’una o
l’altra. Purtroppo la vita moderna trascura crudelmente le convenienze.
Le sue catastrofi avvengono in un modo sbagliato e colpiscono le persone
che non dovrebbero essere colpite. Le sue commedie hanno del grottesco e
dell’orrido, e le sue tragedie sembrano culminare nella farsa. Chi si
avvicina a essa rimane sempre ferito. Tutto dura troppo a lungo o non dura
abbastanza.
Cos’è
la vita per il sig. Wilde?
La vita non è altro che un brutto quarto
d’ora composto di momenti squisiti.
Lei
conosce un modo per far sì che i momenti squisiti s’impadroniscano del
tempo?
Non vi è segreto della vita. Lo scopo della
vita, se ne ha uno, consiste semplicemente nella ricerca continua delle
tentazioni. Non ve ne sono abbastanza; mi accade talvolta di trascorrere
una intera giornata senza imbattermi in una sola tentazione. È veramente
spaventoso. Fa tanto temere per l’avvenire. Dal canto mio ho il culto
delle gioie semplici. Esse sono l’ultimo rifugio di uno spirito
complesso.
Ci può
rendere meglio l’idea di spirito complesso?
Il vero ideale dell’uomo è la cultura del
proprio spirito. Lo sviluppo della razza dipende dallo sviluppo
dell’individuo, e quando l’individuo non ha più per ideale la cultura
del proprio spirito, il suo livello intellettuale deteriora immediatamente
e non di rado finisce col perdersi.
Quindi
c’è o non c’è un segreto per vivere meglio la nostra vita?
Ognuno di noi passa la vita ricercandone il
segreto. Ebbene, il segreto della vita, dato che insisti, è l’arte.
Possiamo raggiungere la perfezione per mezzo dell’arte e soltanto con
l’arte; l’arte, e nient’altro che l’arte, può offrirci un rifugio
contro i sordidi pericoli dell’esistenza. Lo scopo
dell’arte non è la semplice verità ma la complicata bellezza. L’arte
è in fondo una forma di esagerazione delle cose, e la selezione di queste
medesime cose, che ne è l’anima, non è altro che una forma
intensificata dell’enfasi.
In tanti
provano a dare una definizione alla bellezza, ma si può definire la
bellezza?
La bellezza è l’unica cosa contro cui la
forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come sabbia, le
credenze si succedono l’una all’altra, ma ciò che è bello è una
gioia per tutte le stagioni, ed un possesso per tutta l’eternità. La
bellezza è una forma del genio – anzi, è superiore al genio in quanto
non richiede commento. Essa è uno dei grandi fatti del mondo, come la
luce del sole, o la primavera, o il miraggio nell’acqua scura di quella
conchiglia d’argento che chiamiamo luna. Non può essere interrogata, è
sovrana per diritto divino. La
bellezza ha tanti significati quanti sono gli aspetti dell’uomo. Essa è
il simbolo dei simboli. Rivela tutto perché non esprime nulla. Quando si
mostra a noi ci mostra tutto il mondo color del fuoco. Non vi nulla di
ragionevole nel culto della bellezza. È troppo splendido per essere
ragionevole. Gli adoratori della bellezza saranno sempre giudicati dal
mondo come visionari.
Quindi i
cultori della bellezza saranno costretti a recludersi nel paese di Utopia?
Una mappa del mondo che non comprende il
paese dell’Utopia è indegna di uno sguardo, perché ignora il solo
paese al quale l’Umanità approda continuamente. E quando l’Umanità
vi getta le ancore, sta in vedetta, e scorgendo un paese migliore, di
nuovo fa vela. Il progresso non è altro che l’avverarsi delle utopie,
anche se, a onor del vero, la società perdona spesso al delinquente, non
perdona mai al sognatore.
Ai
giorni nostri il progresso non viene visto di buon grado, soprattutto dai
cosiddetti no-global o new global. Quando si parla di progresso è ormai
abitudine comune parlare di abuso del territorio e estraniazione
a qualsiasi morale. Sembra che Lei, invece, abbia un’idea diversa
del progresso, ci rende noto il Suo punto di vista?
Ma sai il progresso non è altro che il
risultato della ricerca ed in verità l’uomo non ricerca né il piacere
né il dolore, ma semplicemente la vita. L’uomo cerca di vivere
intensamente, completamente, perfettamente. Quando potrà farlo senza
ledere la libertà altrui e senza esserne mai leso, quando le sue attività
tutte gli frutteranno soddisfazioni, egli sarà più sano, più normale,
più civile, più se stesso. La felicità è il criterio col quale
l’uomo giudica la natura, è in armonia con se stesso e col suo
ambiente.
E come
giudica la guerra?
Finché la guerra continuerà ad essere
giudicata cosa cattiva, eserciterà sempre un fascino. Quando sarà
considerata cosa volgare, cesserà di essere popolare.
Secondo
Lei come potremmo venir fuori dalla situazione mondiale venutasi a creare?
L’intelletto è l’unica cosa che affina.
Non
crede ci vogliano anche alcune virtù?
Quali sono le virtù? Renan ci dice che la
natura poco si cura della castità, e può ben darsi che le Lucrezie della
vita moderna debbano all’onta delle Maddalene la loro virtù, piuttosto
che alla propria purezza. Perfino coloro che accettano la carità come
parte integrante della loro fede, debbono convenire che essa crea una
moltitudine di mali. La coscienza, quella facoltà della quale tanto si
ciarla oggigiorno, è indizio di uno sviluppo imperfetto. Essa deve
confondersi con l’istinto prima che si possa raggiungere la nobiltà
dell’anima. L’ascetismo non è altro che un mezzo col quale l’uomo
arresta il proprio sviluppo, e l’abnegazione è una sopravvivenza delle
mutilazioni del selvaggio; entrambi fanno parte di quell’antico culto
del dolore che è stato un così terribile fattore nella storia del mondo,
e che anche ora continua a fare le sue vittime giorno per giorno e ad
avere i suoi altari. Le virtù! Chi sa dire cosa sono le virtù? Né tu, né
io. Nessuno lo sa. Salvaguardiamo la nostra vanità uccidendo il
criminale, perché se gli fosse concessa la vita potrebbe indicarci i
vantaggi che abbiamo ricavato dal suo delitto. È bene per la sua pace che
il santo vada al martirio. Gli è risparmiato lo spettacolo degli orrori
che ha seminato.
Cosa
pensa della letteratura di questi ultimi anni? Non Le sembra che manchi di
fantasia?
È una triste verità, ma noi abbiamo perduto
la facoltà di dare dolci nomi alle cose. I nomi sono tutto. Io non mi
dolgo mai delle cose, mi dolgo delle parole. L’uomo che chiama vanga una
vanga dovrebbe essere chiamato ad adoperarne una. È la sola cosa per la
quale sia abile.
Secondo
Le la critica letteraria svolge bene il suo compito?
La critica, tanto nella più alta che nella
più bassa espressione, non è altro che una forma di autobiografia.
Mi
congedo da Lei ringraziandoLa per la disponibilità ed anche per aver,
anche se involontariamente, fatto sì che venisse avviato questo nuovo
progetto che è, appunto, l’Associazione Culturale Rhymers’ Club, che
trova le sue basi nel Rhymers’ Club fondato anni or sono dal Suo amico
Yeats.
L’eco è spesso più bella che la
voce da essa ripetuta.
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